a cura di Maria Borio e Laura Di Corcia

 

Per il secondo ciclo di riflessioni attorno al rapporto fra poesia e autenticità, oggi risponde Alessandro Canzian.

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di Alessandro Canzian

 

L’anno scorso, rispondendo alla prima edizione del Questionario (di Maria Borio e Laura Di Corcia) Autenticità e poesia contemporanea, Tommaso Di Dio su pordenoneleggepoesia faceva un’osservazione particolarmente interessante: “Dal punto di vista legale, “autentico” è un documento o un atto che è stato soggetto a vidimazione: che un ente di garanzia ha statuito essere conforme. […] Anche quando si usi questa parola in termini più sfumati e metaforici (come per es. nell’espressione: “vorrei vivere una vita più autentica”), è come se si sottintendesse che possa esistere un tribunale interiore che, dentro ciascuno di noi, metta a giudizio ciò che è stato compiuto. È come se si dicesse: se vuoi essere autentico, sarai tu il tribunale di te stesso” (qui: https://www.pordenoneleggepoesia.it/2024/07/03/autenticita-e-poesia-contemporanea-2/). Vorrei legare, sempre all’interno delle varie puntate del ciclo, questo estratto alla risposta di Roberto Cescon uscita su “Le parole e le cose”: “mentiamo a noi stessi, reprimiamo o manipoliamo ricordi, ci costruiamo una falsa immagine di noi per difenderci o apparire migliori, magari in contraddizione con il nostro comportamento. L’ultimo velo, prima del segreto, è sempre il penultimo” (qui: https://www.leparoleelecose.it/?p=49615). E a quella, più recente e sempre su Le parole e le cose, di Mario De Santis: “Porsi il problema dell’“autenticità”, in un mondo dominato non solo dalla post-verità (inaugurata con il verissimo attacco ma pensato come “cinematografico”, dell’11/9), ma addirittura dalla scalata al potere di soggetti (Trump e Musk e non solo) che la praticano e sono proprietari dell’algoritmo che la determina, rende il tema urgente” (qui: https://www.leparoleelecose.it/?p=51147).

 

Ciò che emerge da questi tre estratti è che l’autenticità, l’aderenza (etimologicamente parlando) al sé, è un qualcosa che necessita per definizione di una vidimazione esterna. Ma allo stesso tempo nell’essere umano non può che essere una questione interiore che va a cozzare con quel che è la narrazione (e quanto essa si sia innescata nell’identità stessa dell’essere umano). Oggi io non sono più io ma sono il racconto che di me, di volta in volta, espongo, con possibili correzioni di rotta. Sono il profilo Social che crea un’immagine narrativa appoggiata in maniera quasi contraddittoria alla distanza. Se infatti la mia autenticità è teoricamente una questione che non esce dai confini della mia mente, del mio corpo, della mia autovalutazione che vidima me stesso e che si relaziona (dopo) con il mondo esterno, la costruita autenticità del mio profilo esiste solo in virtù della distanza (fisica, psicologica) che ho con gli altri. Fino a somatizzare (è cosa nota) il profilo Social e confonderlo con un piano di realtà dove la distanza è molto più breve, è presenza.

 

De Santis porta questo sfasamento dei piani a livello globale citando il “verissimo attacco ma pensato come “cinematografico”, dell’11/9”. E ha assolutamente ragione e conferma una terribile ovvietà: tutto è narrazione. Noi stessi a tutti gli effetti siamo narrazioni (di noi stessi). La questione non è certo attualissima, sia chiaro, basti ricordare La coscienza di Zeno di Italo Svevo che già nel 1923 anticipava alcune istanze della post-verità (termine decretato come “parola dell’anno” dall’Oxford Dictionary nel 2016, anno in cui Trump si è candidato alle presidenziali, poi vinte) senza dimenticare la crisi del soggetto: “il mentitore dovrebbe tener presente che per essere creduto non bisogna dire che le menzogne necessarie”. Ora si deve ipotizzare che se esiste una narrazione deve anche esistere un narratore, che nel nostro caso specifico viene (quasi quantisticamente parlando) definito dalla narrazione stessa. Fatto salvo un particolare: non c’è più coscienza ma informazione. Se infatti la narrazione (micro e macro) prima poteva essere assimilabile in qualche modo alla definizione di propaganda (azione che tende a produrre un effetto sull’opinione altrui), oggi la narrazione non si limita ad agire sull’altro ma come ho detto modifica continuamente anche il narratore. Imponendo un nuovo livello di complessità alla domanda: e allora io chi sono?

 

Più viene esposto, usato e abusato, strumentalizzato, l’io, più se ne intravede l’inconsistenza, l’assenza. Non c’è più quell’appiglio di reale esistenza che era la scoperta di sé perché non è più lì dove dovrebbe essere. Da una coscienza che ha perso il contatto (l’aderenza) con sé stessa siamo passati al celebre gatto di Schrödinger (l’ipotesi d’essere al contempo tutto, ma racchiusi) fino a non avere nemmeno più il gatto, solo una scatola vuota che racconta man mano qualcosa e che ha bisogno della distanza (e della solitudine, uno dei grandi prodotti del nostro sistema commerciale) per evitare di guardarsi dentro. Dal singolo al collettivo, recentissimo, trumpiano. La realtà è ciò che viene raccontato. Anche se ne conosciamo la falsità, accettiamo la narrazione. Diventa “vera” nel momento in cui il singolo rinuncia al rapporto con essa per evitare di aprire la propria scatola. Da qui lo scandalo e le indignazioni emotive, morali, politiche per alcuni fatti (mentre scrivo arriva la notizia di Sumy), e le ben più quiete reazioni o non-reazioni personali e pubbliche per fatti simili in altre zone del mondo.

 

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Nel 2022 usciva, per Adelphi, Un orizzonte prigioniero di Milan Kundera. Il libriccino riportava due discorsi pubblici tenuti dall’autore nel 1967 e nel 1983. In particolare si legge: “Nel settembre del 1956, il direttore dell’agenzia di stampa ungherese, pochi minuti prima che il suo ufficio venisse distrutto dall’artiglieria, trasmise al mondo intero per telex un disperato messaggio sull’offensiva che quel mattino i russi avevano scatenato contro Budapest. Il dispaccio finisce con queste parole: «Moriremo per l’Ungheria e per l’Europa». […] Non sospettava che la frase inviata per telex oltre i confini del suo paese privo di rilievi aveva un’aria desueta e che non sarebbe mai stata capita”. È stato importante ed emblematico (e intelligentemente voluto, presumo) far uscire questo volume (maggio 2022) in un momento storico nel quale l’Europa si stava interrogando sulle azioni da intraprendere in riferimento all’invasione russa dell’Ucraina (febbraio 2022). Nonostante l’opera fosse di molto antecedente quella lettura indicava un’attualissima Europa assente, sorda. Di lì a poco (ottobre 2023) l’attacco di Hamas a Israele e la conseguente dichiarazione di guerra con tutte le operazioni che conosciamo. Fino ad arrivare ai dazi trumpiani che hanno prodotto un terremoto planetario, le dichiarazioni più o meno ventilate di invasione di diversi territori, i discorsi di riarmo.

 

Ora tutto questo cosa c’entra con l’autenticità? C’entra perchè coincide con l’incapacità di comprendere che Kundera accusa all’Europa. Perché quando un nervo scoperto non fa più male ci sono solo due possibilità: o è addormentato o non c’è più. Viene quindi a mancare, tanto individualmente quanto collettivamente, il concetto di autenticità perché non c’è più qualcosa che possa definirsi autentico. Insomma, il soggetto non è pervenuto.

Sempre nel 2022 esce un altro libro di particolare importanza: Exfanzia di Valerio Magrelli (Einaudi). Opera capace di volute contraddizioni interne quali:

 

Non regalare libri ad un nemico:

non lo cambia,

e in compenso lo rafforza.

Chi legge, cresce,

ma sempre mantenendo

l’identica natura.

Nulla collega l’etica

alla letteratura.

 

 

 

Chi fa questo mestiere,

lavorare studiando,

a volte pensa che i libri lo arricchiscano.

 

Non è così: ci divorano vivi,

ci divorano e spolpano,

ci scavano e assottigliano.

 

Più vivo, più dimentico tutto quanto sapevo.

Non so più niente; anzi,

sono spazzato via da ciò che ho letto.

 

Mi riduco a una briciola, corroso

eroso da tutte quelle storie

che hanno soffiato anni e anni su di me.

 

I libri ti lavorano, come il vento la roccia.

Ogni libro che leggo, mi lima,

mi cancella e smeriglia, aspro agente atmosferico.

 

Più leggo, più sparisco:

mi atrofizzo,

polverizzato dalle parole altrui.

 

La possibilità di scrivere (e pubblicare) due testi tra di loro contraddittori nasce dall’intuizione di un vuoto che Magrelli stesso dichiara domandandosi continuamente chi sono io?

 

[…]

Se lui è malato, io che cosa sono?

Perché mi cerchi?

Per ricordarmi che anch’io sono malato?

[…]

A meno che non sia io, la nuova Circe

che li trasforma in porci.

[…]

Così ho iniziato a scrivere, io,

dopo che un’auto mi aveva investito.

Lo sguardo di chi scrive dovrebbe essere

quello di chi sta per essere investito

e diventa animale di sé stesso.

[…]

Basta un attimo e senti già che affiorano:

io non pensavo d’avere dei terreni

talmente acquitrinosi,

d’essere, io stesso, pantano!

[…]

Forse lo sconosciuto sono io,

altro che Alfio.

[…]

Dorme in un sacco a pelo

sopra la scalinata di una chiesa.

Le birre, tutto intorno,

fanno da candelabri.

Ho sempre il terrore di essere io.

 

In un’intervista su “Laboratori critici” (num. 1, maggio 2022) Magrelli affermava: “A me non interessa che la poesia dica la verità, a me interessa che dica la sua verità”. In questo l’autenticità è delegata (o relegata?) al testo («Poesia» viene da «pus»: / non te l’aspettavi? […] La poesia è quel tracciato / sistema di relazioni neuronali, / una strada nella corteccia cerebrale / che appare per un attimo e scompare), ma il testo non è che un espulsione dalla vita, dalla parola stessa (vedi l’intervista su Doppiozero: https://www.doppiozero.com/exfanzia-una-intervista-valerio-magrelli). Magrelli delinea i bordi di quell’io assente (dove non c’è più nulla e nessuno che vidima e che viene vidimato, come si diceva in relazione alle parole di Di Dio) e scrive di verità relative e non autentiche.

 

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Più volte è stata riportata, nei vari articoli di Autenticità e poesia contemporanea, l’etimologia di autenticità, motivo per cui non vi tornerò anche io. Piuttosto continuerò nel solco magrelliano di una etimologia immaginaria (cit. intervista su Doppiozero) sottolineando il (sempre immaginario) prefisso aut a cui segue enticità (ἔντης – entēs, colui che agisce, qui siamo nell’etimologia reale). Quell’aut, sempre all’interno di questo esercizio d’immaginazione, riporta curiosamente all’Aut aut kierkegaardiano e ci porta a una considerazione più reale dello stesso esercizio da cui parte: l’autenticità è una scelta. “L’unico aut aut assoluto che esista è la scelta tra il bene e il male, ma anche questo è assolutamente etico. La scelta estetica o è completamente spontanea, e perciò non è una scelta, o si perde nella molteplicità. […] quando non si sceglie in modo assoluto, e cioè eticamente, si sceglie solo per il momento, e perciò nel momento seguente si può scegliere qualche cosa d’altro” (Aut aut, Kierkegaard). Considerando che queste affermazioni sono state pubblicate per la prima volta nel 1843, appaiono terribilmente attuali.

 

Kierkeggard ci da modo di interpretare, sempre all’interno di questa etimologia immaginaria di stampo magrelliano, l’autenticità (aut-enticità) come una scelta tra lo scegliere e il non scegliere (che a sua volta è una scelta), cortocircuitando però con l’assenza del soggetto che dovrebbe scegliere. Mancando si produce la non scelta che, Kierkeggard, ci insegna essere una scelta estetica, quel “si sceglie solo per il momento, e perciò nel momento seguente si può scegliere qualche cosa d’altro” che è una delle più aderenti fotografie dell’uomo di oggi (e, purtroppo, anche della politica nazionale e internazionale).

 

L’assenza di soggetto (che nega la possibilità dell’autenticità) può apparire un concetto paradossale e non concreto, non possibile (alla fin fine io sto scrivendo, quindi io deve essere qualcosa, e da questo la puntualità della domanda di Exfanzia), ma in realtà in natura abbiamo esempi e parallelismi ben chiari e comprovati. Si pensi alle particelle senza massa, ad esempio i fotoni. Esistono, anzi sono innegabilmente reali perché altrimenti noi non vivremmo, sono ombre luminose di qualcosa. Così oggi quel qualcosa che dovrebbe aspirare all’autenticità dentro l’essere umano (giustificandone l’argomentazione) viene a mancare lasciando però dei bordi, la scatola senza il gatto dentro. E la paura di aprire la scatola e di non trovare il gatto è proprio la continua costruzione di una narrazione di sé (che è il contrario del concetto di autenticità ma ne prende il posto). Restando la scatola, la possibilità del vivere e del pensare, la narrazione è l’unica esistenza possibile e sostenibile.

 

*

 

Il messaggio del direttore dell’agenzia di stampa ungherese di Kundera possiamo immaginare fosse una forma di autenticità che non ha incontrato alcun soggetto, alcuna autenticità, per essere ascoltato. E la cosa non appare affatto strana nel momento in cui pensiamo alla letteratura. Perché quando viene a mancare un lettore autentico (l’Europa), va perduto di conseguenza il testo autentico (il messaggio del direttore). Al netto dell’esistenza o meno del soggetto (perché l’ipotizzata inesistenza non preclude la possibilità del suo raffioramento) oggi un testo autentico (per così dire, sia chiaro, siamo nell’ambito delle ipotesi perché ragionevolmente anche chi vi scrive è privo di soggetto) sarebbe oltre i canoni della narrazione dominante. Sarebbe un testo che parla un linguaggio differente e che ha a prescindere rinunciato alla seduzione, all’estetismo (anche kierkegaardiano).

 

La seduzione è un altro concetto particolarmente affascinante che si oppone e sovrappone all’autenticità, nel solco della narrazione, togliendo quello che nell’esercizio di etimologia immaginaria di prima abbiamo detto essere la scelta. Un essere umano che non sceglie è un essere umano non autentico, così come il togliere la possibilità della scelta è un fomentare la non-scelta quindi è un abbattimento dell’autenticità. Oggi in effetti, nei diversi livelli delle nostre esistenze, non scegliamo più qualcosa ma ci lasciamo sedurre. Noi stessi, come si diceva all’inizio, produciamo narrazioni di noi che siano seducenti per altri. Un qualcosa che va ben oltre l’inganno e che diventa auto-inganno (cit. Cescon nell’articolo citato all’inizio). Questo forse perché la seduzione è movimento meccanico, la scelta pensiero.

 

Quello che posso, nel mio piccolo, testimoniare, è un tentativo di autenticità (nei limiti che ho appena specificati) che nasce dalle riflessioni su Exfanzia rinunciando a prendere una posizione ma, paradossalmente, operando una scelta (o quel che a me è parsa essere una scelta, di sguardo e stile). In absentia (da poco pubblicato da Interlinea), fin dal titolo vuole indicare l’assenza di qualcosa che non è solo privato, anzi, è collettivo e ne cerca i motivi e le maglie per strada, in un bar, a casa. Anche quando tratta di guerra (nella sezione centrale) ho cercato di domandarmi che cosa dovrebbe essere il soggetto che guarda (o questa eco di soggetto che sfugge nell’impossibilità che abbiamo di trattenerla). Diventando purtroppo quella “ragazza a terra / senza jeans e maglietta e il resto / della notte a venire / con la pancia scoperchiata / sembra una libertà”. Perché forse partendo proprio dal più concreto ed elementare concetto di esistenza, dell’essere materia che vive, rinunciando alla narrazione e alla seduzione della narrazione (che, come ho spiegato prima, è negazione della scelta), si può aspirare all’autenticità di un soggetto che ritorna.

 

In poesia penso sia necessario proprio questo. La poesia è un linguaggio, una narrazione a sua volta che però ha la meravigliosa possibilità di contestare sé stessa e il mondo. Che ha la possibilità di scegliere scomponendo la scelta nei suoi minimi termini, per comprenderla. E, chissà, magari ritrovando o ricostruendo il proprio soggetto, la propria autenticità. Per cosa? Servirà a qualcosa? Questa è la terribile domanda a cui non voglio rispondere. Al lettore il motivo.

1 thought on “Autenticità e poesia contemporanea. Nuova serie /10: Alessandro Canzian

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