di Ivan Schiavone

 

[E’ in uscita in questi giorni per l’editore Oèdipus  la raccolta Tavole e stanze di Ivan Schiavone. Ne presentiamo qui cinque testi]

 

tutto nel tutto s’intrica e compenetra, dalla brama d’inerte della macchina

alle rotazioni lungo le ellittiche, mosso e irretito in una sola legge

l’infinitesimale e l’infinito, animato da un palpito, da un soffio

lo spirare manifesto nel verso di una bestia, nella lingua che traccia

un perimetro in cui la nostra psiche edifica, schermo al reale, il mondo

lucerna effimera per scarno lume contro le ampie volte della notte

 

*

 

la prima scrittura l’impronta impressa sulla neve, sulla sabbia, sul fango

sul dimentico velo delle acque, la cadenza alterna delle andature

per necessità o istinto, il primo ritmo sotto il numero esatto del solstizio

dalla combustione delle ossa il nero, il rosso dall’ossido e dalle ruggini

per deiezioni riscritta l’immagine del mondo a ogni stagione e parallelo

fedi e apostasie a ornamento del ghigno di una scimmia già armata per lo spazio

 

*

 

dall’assenza, dalle scissioni, dall’anestesia, dai deradicamenti,

dall’ibrido; talmente fragili

………………………………………che ogni passaggio di intensità minima — quando un vaso si rompe,

in Giappone, connettono le crepe con dell’oro

…………………………………………………………….riparandolo

chiamano questa pratica kintsugi — come dopo forzata apnea il respiro

come quando comparsa l’ascia a un cavaliere

…………………………………………………………….lasciate le redini

rimessosi all’istinto del cavallo

estinta la volontà

affidato a — tre gocce di sangue stillò sulla neve lo squarcio dell’oca ferita dal falco

il rosso ed il bianco (mysterium coniunctionis) —

…………………………………………………………….per nostalgia della sposa perduta

di una fanciulla smarrita

                                  che non impresse mai traccia sulla pelle del mondo

in cerca di un corpo

……………………………. reale

e interiore al contempo

su cui verificare il collimare del riflesso — all’alba, attoniti, per stordimento

per il disparire lento dei fantasmi

all’acuminarsi dei raggi

tra le feritoie dei cumulonembi — per nostalgia di un futuro terso

ci siamo consegnati a vicenda testimonianze d’orrore

…………………………………………………………….di dolore

quasi — sino al punto più estremo del viaggio

…………………………………………………………….il ritorno

lì dove sorge la nostra casa

e a noi la nostra immagine assomiglia

 

*

 

a Nanni Balestrini, in memoria

 

andava il valor di vaso in vaso — che un’altra storia è possibile

se noi vogliamo — prese una tazza d’acqua fredda e vi sparse sopra farina d’orzo —

 

contro il sole morente gli uccelli si stagliavano — dopo aver agitato il miscuglio

con un rametto di menta — dal centro al cerchio e sì dal cerchio al centro

 

— sappi che ‘l vaso — lo bevve e andò via —

che ore sono? Le cinque. Le cinque del mattino o del meriggio?

 

*

 

A Michele Fagiani

 

l’ambulante trascina un carretto e urla spada

…………………………………………………………….spada fresco

la coda enorme, là dove è tranciata, mostra una carne cupa dall’odore intenso

e nugoli di mosche — non questi uomini, no

né quelli

…………….abbiamo ballato, sì, abbiamo ballato

— si fa profonda e obliqua l’ombra

…………………………………………..franto il pigmento del giorno, immota l’aria

sporta al di là della cinta muraria la vela quadra tradisce un natante

al di qua due figure dal vestiario antico in posa statica

…………………………………………………………….          silenti

raccolto in te al distacco

…………………………….odi distanti

……………………………………………. le oche che migrano oltre l’estuario

 

 

[Immagine: © Gino De Dominicis, Pluriverso, anni ’80].

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