
di Gian Mario Villalta
[È appena uscito Telepatia, il nuovo libro di poesia di Gian Mario Villalta che inaugura la collana «Gialla Oro» di pordenonelegge.it & Lietocolle. Propongo due dei diciannove poemetti che compongono il libro: il primo, L’invenzione di un passato, e il decimo, Serate memorabili (mg)].
L’invenzione di un passato
I.
Il padre chiama tutta notte.
La madre scaglia l’apparecchio
(non ce la fa più
a sentirlo) sul letto.
Lo riaccosta all‟orecchio (ché è ancora là),
per sentirsi ripetere
che lui non è mai venuto meno
– lo riconosca, quello
almeno – alle sue responsabilità.
L’albergo dove dorme non ha gli scuri:
ogni volta che squilla di nuovo il telefono
riapre gli occhi e nell‟albume di luce si vede i piedi, le gambe magre.
Potrebbe spegnere, invece aspetta, risponde, si lascia invadere.
Per punizione.
La bimba piange, con il padre.
Il padre aspetta che la bambina si riaddormenti
e chiama ancora (è mattina
ormai) la prega: “Puttana… crepa… non andare”.
La bimba ride, con la madre, nel sogno.
Ride fino a farsi venire la febbre.
La madre, disperata, scrive mio
all’uomo che nel giorno dopo,
nella vita dopo, la attende.
Lui risponde subito sì.
La bimba chiede (è andata via
la febbre) se è sabato, al padre che oggi non va al lavoro.
Che cosa sarebbero
queste quattro persone sole
(la bimba sola, come si è soli
a tre anni, senza neppure se stessi)
che cosa farebbero senza l’amore?
II.
Non la affronta più, lascia correre, osserva.
La guarda giocare con la bambina,
sorveglia che il bene fluisca a circuito chiuso.
Le telefona, dopo, per sentirla gridare
che non sopporta quelle telefonate
troppo presto di mattina o quando è già a letto.
La ascolta in silenzio. Che sia esasperata
e inveisca minacciandolo
di sparire per sempre, lo rassicura.
III.
Perdere il dolore
a volte è perdere tutto. Per questo non rinuncia all‟umiliazione di sentirsi dire che non lo vuole.
Adesso sa ancora chi è. Dopo c’è solamente,
dove dovrebbe
ricominciare, il niente.
IV.
Che sa di terra, l’aria,
che le ali di legno dell’infelicità
se ne impregnano,
non importa all‟uomo che va, contro il cielo
viola della mattina, con un pacco in mano.
È tutto preso nel trailer
del suo finale a sorpresa
così lontano dal vero, ma fatto realtà
nell’ossesso pensiero
vissuto seicento sessanta volte, ripassandolo
fino a farne un ricordo:
lei lo aprirà in cucina, o nell’ingresso
appena accostata la porta,
oppure lì subito fuori dalla posta
– in fondo, che cosa conta? –
(questa parte sopporta simulazioni)
conta se sarà sola, se avrà sofferto,
se è stato vero il rancore e vero il pianto
che l’ha spento,
se ha smesso di sognare
che non è mai finita, che succederà tutto ancora
dall’inizio, che è solo sua,
e ne fa ciò che vuole, della vita
* * *
Serate memorabili
I.
Al tavolo vicino due ragazzi.
Lo so (lo so perché si vede, non mi sbaglio),
che per loro è serata memorabile
per dopo, quando staranno con un altro
o un’altra, quando avranno un figlio
o un’altra città dove vivere:
loro invece non lo sanno ancora,
e dopo sarà un segreto, rivelato
con un sorriso di autocelebrazione
o quasi compatimento (molto dipende
dall’umore, dopo, e dalla situazione).
So cosa sono le serate memorabili.
E so che sono poche.
Loro no. Non ancora. I due ragazzi
non mi fanno tenerezza
e neanche invidia.
So che non sarà di più
che una serata memorabile
in Piazza Unità a Trieste, con del buon vino,
molte confidenze assolute, e già assolte
dal vino buono e dal molto desiderio
che tra poco sarà sesso feroce, o tenerissimo,
memorabile comunque.
Io? Mi scuso con me stesso e mi beffeggio
un poco, tra me, al tavolo da solo:
per non dimenticare, posso scriverlo!
E ordinare un’altra acqua minerale.
Non è finita, ah!, volano in cielo, come stracci
bianchi i gabbiani, batte mezzanotte
la torre e s’alzano dietro di me
due cinquantenni (oggi hanno preso il sole),
vanno via abbracciati, lenti, soddisfatti
di aver perso tante cose – certo – per ora
però contenti, pare, e poi chi può saperlo.
II.
Va bene questa solitudine.
È la mia. Ho imparato,
e mi fa compagnia.
Il mondo gira – mi tocca riconoscerlo
spesso, a volte provo a disconoscerlo –
con o senza di me.
Ricordo con poca tenerezza
quando mi ritenevo necessario.
E poi non più.
III.
È una scemenza, va bene, che una giornata è bella
perché finisce, come un fiore è bello perché sfiorisce
e via dicendo, tutto questo mondo con noi dentro
fatto così, è stupido dirlo, per andarsene, come una sera
che ricorderemo: solo uno scemo spera
di farci una poesia – lo sa chiunque.
A meno che non sveli perché è vera.
O almeno, se non perché, quando succede
che ogni cosa diventa più preziosa,
quando il tempo quasi ti precede
più veloce di te nell’abbandono,
quando le cose abbandonano te, le persone,
i sogni di quando eri giovane, senza volere
abbandonarti o che tu le abbandoni.
IV.
Non era un sogno.
Dicevano che era morto,
passando da un sonno all’altro
neanche me n’ero accorto,
che era giovane e bello,
dicevano: dopo un poco
pensarci e dopo un altro poco
– astraendomi dal mormorio –
guardarmi intorno, mi sono reso conto
che non ero io.

[Immagine: Foto di Noris Cocci (mg)].
Bellissime. Comprerò il libro.