di Luigi Pellizzoni
Ecologie della trasformazione, rubrica a cura di
Emanuele Leonardi e Giulia Arrighetti
[Pubblichiamo la Prefazione di Luigi Pellizzoni al volume Tossicità. Voci, saperi e conflitti in una zona di sacrificio, Orthotes 2026, collana “Ecologia politica”. Il volume raccoglie 25 voci di abitanti, attivist*, lavorator*, medic*, avvocat*, giornalist* e sindacalist* coinvolte in un percorso di ricerca interdisciplinare e community-based sugli effetti sociali e politici della violenza ambientale e sulle istanze di giustizia in comunità contaminate. Siamo nel polo chimico di Spinetta Marengo in Alessandria, dove all’eredità tossica dell’era Montedison si aggiunge la contaminazione recente da PFAS, i famigerati “inquinanti eterni”. Questo disastro tecnologico, graduale e cumulativo alimenta conflittualità sui rischi, denunce, contestazioni e forme di vittimizzazione attiva, anche sul piano giudiziario]
Il tema di cui si occupa questo libro sono gli effetti tossici dell’industrializzazione e la loro diseguale distribuzione sociale e territoriale. Tali effetti tendono a concentrarsi in luoghi specifici, che assumono così un ruolo sacrificale la cui natura occorre indagare teoricamente ed empiricamente. Se l’espressione “zone di sacrificio” è relativamente recente[1], la problematica retrostante è sul tappeto da molto tempo. Se ne discute almeno fin dalla pubblicazione (1962) di Primavera silenziosa, il celebre volume in cui Rachel Carson denuncia gli impatti ecologici dell’uso intensivo di pesticidi. Ma potremmo andare ancora più indietro: per esempio alle polemiche sui risvolti ambientali e sanitari degli esperimenti nucleari post-bellici, il più noto dei quali è probabilmente quello condotto presso l’atollo di Bikini nel 1954. Le discussioni si sono intensificate nel corso degli anni per varie ragioni, da gravissimi incidenti come quello chimico di Seveso (1976) e quello nucleare di Chernobyl (1986) alle preoccupazioni per gli aspetti planetari dell’inquinamento prodotto da una varietà di cause: le emissioni dei combustibili fossili, innanzitutto, ma anche gli impatti atmosferici dei clorofluorocarburi o quelli della diffusione delle microplastiche negli ecosistemi marini. La tossicità dei Pfas, di cui si occupa in particolare il libro, va ad aggiungersi a una lunga lista di questioni contraddistinte dalla peculiare ambivalenza delle tecnologie, i cui benefici (nuovi materiali spesso dotati di caratteristiche assai utili, nuove opportunità di lavoro ecc.) si accompagnano a costi (danni ambientali e sanitari, impatti occupazionali negativi ecc.) la cui entità e distribuzione è fonte di controversie e conflitti.
L’intensificarsi delle discussioni sulla tossicità industriale rispecchia il diffondersi inarrestabile dell’industrializzazione in senso orizzontale e verticale, sulla superficie terrestre e dentro la materialità biofisica. Su tutto ciò si riflette da tempo anche in Italia[2]. Tuttavia un affresco come quello offerto da questo libro è cosa rara e preziosa. Rara perché è difficile riunire e far parlare così tante voci e prospettive. Preziosa perché la complessità e l’ambivalenza che caratterizzano la tossicità industriale possono essere affrontate in modo sufficientemente comprensivo solo mediante uno sforzo corale come quello prodotto dal lavoro di cui il volume offre una restituzione; lavoro imperniato su una ricerca-azione partecipata fondata sull’idea di scienza di comunità. Preziosa anche perché consente da un lato di cogliere sinteticamente i tratti della questione delle zone di sacrificio; dall’altro di valutare gli elementi di continuità e cambiamento che la caratterizzano per come oggi essa si presenta.
La “Nota introduttiva” che apre il volume è in realtà tutt’altro che una nota, poiché offre un’ampia e aggiornata esplorazione del campo. Sarebbe inutile compendiarne qui i passaggi. Tantomeno sarebbe utile, e possibile, entrare nel merito dei singoli contributi, tutti di grande interesse sia quando si muovono in campo ravvicinato e in presa diretta, alla luce delle esperienze vissute, sia quando zoomano all’indietro guardando a tali esperienze da una prospettiva spaziale e temporale più ampia. Il tempo gioca in effetti un ruolo fondamentale: sia quello storico della memoria che quello di un futuro che si vuole aperto, informato ma non ipotecato dal passato e da chi nega la possibilità di un altrimenti. Le considerazioni che seguono si focalizzano quindi su pochi nodi del discorso, la cui rilevanza mi pare emergere in modo netto dalle pagine del libro. Il primo riguarda la dinamica sacrificale e il suo rapporto con la promessa tecno-industriale. Il secondo riguarda l’idea e il ruolo della scienza di comunità. Il terzo riguarda il rapporto tra continuità e cambiamento, ripetizione e novità, nella questione dell’industrializzazione tossica.
Come evocato dalla coppia concettuale sacro/profano, una zona di sacrificio è uno spazio socialmente prodotto tramite distinzione da ciò che da esso rimane escluso[3]. Tale produzione è giustificata mediante l’appello a un bene che controbilancia e supera il male; bene non presentato in termini antagonistici o esclusivi – il bene di altri imprecisati o di qualcuno in particolare – ma generali – il bene di “tutti”, inclusi i sacrificati. L’innovazione tecnologica e i suoi risvolti industriali costituiscono il terreno privilegiato di questo discorso. Sacrificato è chi ne sopporta i costi a breve (incidenti) e lungo termine (inquinamento, malattie, impatti occupazionali). Costi presentati come “inevitabili”, pur nell’impegno di “minimizzarli”. “Bene comune” e “progresso” giocano un ruolo cruciale in questa retorica. Non si può bloccare l’innovazione in attesa di fare chiarezza su tutte le sue implicazioni. Non si può considerare l’industria colpevole fino a prova contraria[4]. Quel che si può fare è rispondere ai problemi, tramite interventi di efficientamento tecnologico e riparazione, man mano che i “dati” li rivelano e senza che tali interventi gettino troppa sabbia negli ingranaggi della crescita. La battaglia sui “dati”, tuttavia, che essa si svolga nella sfera pubblica o nelle aule di tribunale, volge a vantaggio dei danneggiati generalmente tardi, solo quando le evidenze si fanno talmente schiaccianti che è impossibile continuare a contestarle[5] . Ma anche in tal caso, come insegnano molte vicende processuali, dall’Enichem di Marghera all’Eternit di Casale Monferrato, dimostrare che non sia stato fatto tutto ciò che andava fatto in base a ciò che si sapeva in un dato momento è faccenda tutt’altro che agevole. Più sale la posta in gioco e più il “dato” diventa opaco, controverso nella significatività e nel rinvio a specifiche catene causali[6]. In molti casi, poi, si taglia la testa al toro. La tecnologia in questione è talmente importante che va usata comunque. È il caso dei Pfas, la cui produzione presso la Solvay-Syensqo di Spinetta Marengo viene (ri)autorizzata nel 2021 nonostante l’assenza di “sufficienti evidenze scientifiche” circa la loro non pericolosità. Una spiegazione di questa decisione la troviamo nel Rapporto sulla competitività europea redatto da Mario Draghi nel 2024, dove i Pfas sono descritti come indispensabili alla tenuta del sistema. Qui l’appello al bene di tutti, sacrificati inclusi, sempre presente in filigrana nelle controversie processuali, nel dibattito pubblico e nei rapporti tra sindacato e proprietà a giustificazione dello scambio tra salute e lavoro, malattia e benessere materiale, si fa esplicito. Brutale, dovremmo dire, perché il tono oggettivo del discorso cela il fatto che in casi come questo “proteggere, salvare e prendersi cura di certe forme di vita significa potenzialmente abbandonare, spossessare e distruggere altre”[7].
Chi contesta tale appello contesta appunto i termini del sacrificio, di cui denuncia il carattere truffaldino, fondato su un inganno: il supposto bene di tutti è in realtà il vantaggio esclusivo o precipuo di alcuni. La distinzione tra sacrificio vero e falso è antica: ne parlano mitologie e religioni. Ma è importante cogliere nelle zone di sacrificio tre peculiarità. La prima è che l’“inclusione escludente” – che Giorgio Agamben[8] pone al cuore del meccanismo sacrificale facendola corrispondere allo “stato di eccezione”, situazione in cui la norma vige ma è disapplicata, come avviene con il principio costituzionale della tutela della salute ogniqualvolta un’attività altamente inquinante viene fatta proseguire con ogni sorta di stratagemmi e giustificazioni (rimpalli di competenze, rinvii, necessità di salvaguardare il lavoro o produzioni strategiche) – si accompagna a un processo speculare: l’“esclusione includente” implicata nella vittimizzazione che caratterizza la gestione delle conseguenze del sacrificio; gestione ove ai sacrificati è assegnato un ruolo passivo su cui il libro offre ampi spunti di riflessione. Potremmo quindi dire che le zone di sacrificio prodotte dalla tossicità industriale determinano una duplice produzione di alterità: si fa parte di una collettività ma si è esclusi da una fetta fondamentale dei relativi diritti; alcuni di questi diritti sono riconosciuti in sede di riparazione ma senza dare ai destinatari piena cittadinanza, pieno diritto di parola.
Una seconda peculiarità delle zone di sacrificio prodotte dalla tossicità industriale è di carattere topologico. Ciò che avviene nelle zone di sacrificio agisce sul doppio piano dei rapporti sociali e quelli ecologici, ossia delle relazioni tra umano e non-umano. Ciò implica, a sua volta, una labilità dei confini, anche quando recintati e pattugliati come avviene per le mura di una fabbrica, tipicamente assente nel caso degli spazi sacrificali tradizionali, la violazione delle cui barriere comporta gravi conseguenze non solo per il violatore ma anche e soprattutto per lo spazio sacrificale. Ma se il confine è labile, allora lo è anche l’identità delle vittime sacrificali, sia nel senso che costoro spesso hanno una doppia identità (lavoratore e membro della comunità circostante la fabbrica), sia nel senso che può trattarsi di una varietà più o meno disparata di soggetti: operai, colletti bianchi, famiglie degli uni e degli altri, collettività che a distanza di decine o centinaia di chilometri respirano aria inquinata o bevono acqua contaminata.
Una terza peculiarità di ciò che avviene nelle zone di sacrificio create dalla tossicità industriale riguarda il tempo. Le manifestazioni del sacro e del sacrificio analizzate da una vasta letteratura antropologica, filosofica e sociologica hanno carattere periodico. Tramite il sacrificio la frattura tra profano e sacro (in cui si esprimono potenze simultaneamente benefiche e malefiche, proprio come avviene con le tecnologie) è temporaneamente stabilizzata, ricomposta e confermata. L’operazione però non può essere ininterrotta, quotidiana, pena l’annullamento della separazione tra le due sfere e quindi l’impossibilità di controllare la potenza del sacro. Nel caso delle zone di sacrificio, viceversa, è proprio la quotidianità, il prodursi e perpetuarsi nel tempo del processo sacrificale, la sua normalizzazione, a costituirne la caratteristica fondamentale. La violenza che si perpetra nelle zone di sacrificio non si consuma in un tempo specifico, poiché non deriva dalla necessità di fermare una forza distruttiva, come avviene nel classico gesto sacrale, ma da una spinta acquisitiva permanente, un’espansione vitale infinita (per qualcuno) dagli effetti mortiferi (per altri). Diversamente dalla struttura tradizionale del sacrificio, in altre parole, quella delle zone di sacrificio si fonda su una cesura spaziale ma non temporale con la sfera del profano, il mondo circostante. Da qui la nozione, su cui la “Nota introduttiva” si sofferma, di “violenza lenta”, quale violenza «che avviene gradualmente e fuori vista, distruttiva e ritardata, dispersa nel tempo e nello spazio»[9]. A sua volta, la violenza lenta che si consuma nelle zone di sacrificio costituisce l’espressione più evidente, materializzata nella pelle e nel corpo delle persone, nelle molecole dell’atmosfera, nella composizione dei terreni e dell’acqua di falda, del rapporto strutturale tra quella che è stata definita bullshit abundance – letteralmente abbondanza stronza o di stronzate: cose inutili che non soddisfano alcun reale desiderio o bisogno, di qualità generalmente bassa e di varietà solo apparente[10] – e scarsità artificiale, per cui diritti essenziali come un reddito decente o la salute e la qualità del cibo e dell’aria che si respira passano in seconda o ultima posizione perché “non ci sono risorse sufficienti” e dunque l’austerità è una dura necessità. Salvo ovviamente per la spesa militare, i sussidi alle industrie dell’energia o della farmaceutica, i salvataggi delle banche e gli emolumenti dei top manager. Per tutto ciò – dicono oggi, in modo altrettanto brutale delle dichiarazioni di Draghi sui Pfas, esponenti di classi dirigenti responsabili del declino, morale prima che economico, dell’Europa – occorre se necessario sacrificare tutto, anche la vita, da offrire in nuovi campi di battaglia a protezione della “libertà” (leggasi, naturalmente, denaro e privilegio).
Il secondo nodo su cui vale la pena soffermarsi è quello della scienza di comunità. Si tratta di un concetto centrale nell’economia della ricerca restituita dal libro. Partiamo allora da un passaggio della “Nota introduttiva” in cui si descrive il modo in cui la scienza di comunità è stata declinata nel progetto. Fare scienza di comunità, leggiamo, ha significato fare una “riflessione collettiva sulle forme di conoscenza e di giustizia generate dal basso nei territori colpiti da inquinamento industriale”. Riflessione che incontra domande che riguardano non solo il piano strettamente giudiziario ma anche “una ricerca di eguaglianza sostanziale, di verità pubblica e di riparazione collettiva”; ricerca che pone “al centro la relazione fra diritto, sapere e potere” ed è “capace di contestare le narrazioni ufficiali e di costruire un sapere condiviso orientato alla tutela della salute e alla responsabilità ambientale”. Per cogliere bene la portata di tutto ciò occorre definire il modo in cui il ruolo della scienza nel governo delle tecnologie, dei territori e delle persone si è configurato e modificato negli ultimi decenni. Il discorso ci porterebbe lontano ma può essere sintetizzato in pochi punti.
Il primo è il graduale allentarsi del cosiddetto “modello lineare” del rapporto scienza-politica: quello riassunto nella metafora del “contratto sociale della scienza” formulata nel 1945 da Vannevar Bush nel celebre rapporto Science – The Endless Frontier. Secondo tale modello la decisione politica deve ricalcare le solide evidenze – oggettive, quindi apolitiche e disinteressate – fornite dalla “scienza”, espressione generica dietro alla quale si celano operatori concreti: specifici scienziati che nel rispondere a quesiti di policy agiscono in veste di esperti[11]. Tale modello entra in crisi negli anni ’70 del secolo scorso sull’onda delle contestazioni ecologiche e dei conflitti sugli effetti indesiderati delle tecnologie. La retorica ufficiale non l’ha però mai sconfessato, reiterandolo continuamente ma provvedendo al contempo a intorbidire le acque grazie a nuove retoriche gestionali. La prima è a volte chiamata approccio “decisionista”, nel senso che si proclama la sovranità della decisione politica sull’evidenza scientifica, di cui – si afferma – va certo tenuto conto, accanto però ad altre considerazioni[12]. Cosa questa retorica comporti è evidente nei casi, incluso quello di cui si parla nel libro, in cui evidenze a volte schiaccianti circa la nocività di attività industriali non sono sufficienti a fermarle per via di altre, “superiori” esigenze. Ulteriore implicazione dell’approccio decisionista è che diventa assai arduo, se non impossibile, attribuire responsabilità. Se qualcosa va storto, se emerge qualche problema, gli esperti dicono di aver solo dato un parere senza aver deciso nulla e i politici di avere sì deciso, ma sulla base proprio di tale parere. Le acque si intorbidano ancor più quando, a partire dalla fine degli anni ’90, si fa strada un’ulteriore retorica: quella della partecipazione o della “co-produzione” delle decisioni attraverso il dialogo tra cittadini, interessi economici, esperti e politici[13]. Cosa bellissima sulla carta e per questo capace di raccogliere consenso presso ecologisti, comitati locali e politici progressisti, se non fosse che i termini della discussione risultano spesso truccati fin dall’inizio, tramite esclusione dell’opzione zero (non applicare questa tecnologia, non realizzare questa infrastruttura, chiudere questa attività, ecc.). E se non fosse che il rapporto tra responsabilità (partecipazione alla decisione) e agency (effettiva capacità di incidere su di essa, per esempio su scelte che pertengono alla libertà di impresa) non viene quasi mai messo in chiaro[14].
Di fronte a questi approcci di governance dagli intenti più o meno consapevolmente manipolativi e, per tale ragione, dai risultati spesso deludenti per chi subisce gli “effetti collaterali” del progresso tecnologico e industriale, si pone una lunga tradizione di esperienze di resistenza, tanto all’esclusione quanto alla cooptazione, a partire da quelle di “epidemiologia popolare”[15] da cui anche la ricerca riportata nel libro trae ispirazione. Tali esperienze, che costituiscono episodi cruciali nelle lotte per la giustizia ambientale che si sviluppano dalla fine degli anni ‘70[16], pongono in primo piano il sapere non specialistico espresso dalle vittime della tossicità industriale e al tempo stesso la necessità di una sua mediazione da parte di esperti provvisti di credenziali adeguate e capaci di gestire le metodologie e i linguaggi specialistici con cui l’expertise arruolata dagli interessi organizzati difende questi ultimi. L’epidemiologia popolare è espressione di una citizen science il cui senso è ben diverso dall’accezione edulcorata che ha finito per prevalere nelle policy europee: contributo di profani entusiasti alla raccolta di dati utili a programmi di ricerca finanziati e gestiti alla maniera consueta. Si tratta qui, invece, di una scienza dei cittadini non solo in quanto attuata con il loro contributo prezioso, a volte insostituibile, ma in quanto pensata e attuata per i cittadini stessi, in base alle loro esigenze e priorità. Cosa questo significhi si coglie almeno in parte riflettendo come quella che Ulrich Beck chiama “irresponsabilità organizzata”[17], e che corrisponde alla sopra accennata “inevitabilità” dei costi dell’innovazione e del progresso (con la loro specifica distribuzione), ha molto a che fare con la logica prevalente dell’indagine scientifica. Quest’ultima si fonda sul controllo empirico di ipotesi tramite esperimenti opportunamente progettati e ripetuti. In questa cornice ciò che conta soprattutto è ridurre l’eventualità del verificarsi di quelli che gli statistici chiamano “falsi positivi” (o “errori del I tipo”): risultati sperimentali che indicano la presenza di fenomeni in realtà inesistenti, tali quindi da fuorviare i ricercatori. A tale scopo la strada canonica è quella di disegni sperimentali il più possibile monofattoriali: si concentra cioè di volta in volta l’attenzione su una tra le variabili in campo, tenendo sotto controllo le altre (ossia impedendone la variazione). Il prezzo che si paga è ovviamente l’aumento della possibilità di “falsi negativi” (o “errori del II tipo”), ossia di non rilevare cosa accade alle altre variabili, quelle date per immobili ma che fuori dall’esperimento (e talvolta anche al suo interno) non lo sono affatto, modificandosi insieme o in risposta a quella considerata. L’industria condivide pienamente tale approccio, dato che ridurre i falsi positivi significa ridurre il rischio di investire denaro a vuoto, per esempio introducendo misure protettive inutili o ridondanti rispetto a rischi relativamente modesti o inesistenti. Il punto di vista di altri soggetti, quali gli utenti finali di prodotti o le comunità insediate nei pressi di siti industriali, è chiaramente opposto. Costoro, infatti, preferirebbero si riducesse l’eventualità di falsi negativi, poiché è da essi che derivano gli effetti cumulativi, di interazione tra le variabili, che determinano i “costi inevitabili” di cui sopportano le conseguenze. Per ridurre gli errori del II tipo, però, occorrono disegni sperimentali plurifattoriali, assai più dispendiosi in termini di tempo e denaro rispetto agli approcci standard. Occorre, più in generale, una visione umile delle capacità diagnostiche della sperimentazione e un’applicazione graduale e prudente dell’innovazione, tale da consentire, se del caso, una retromarcia la più veloce possibile.
L’expertise che comitati locali e attivisti di movimento esprimono contesta, al fondo, proprio il modo in cui la “scienza” tipicamente procede, risultando (consapevolmente o meno) funzionale agli interessi organizzati. La strategia della contro-argomentazione scientifica è a volte efficace ma ha anche lati deboli[18]. Da un lato la disputa sui “dati” e sulla loro rilevanza ai fini della decisione produce estenuanti battaglie sui media e nelle aule di tribunale; battaglie che di solito si risolvono a favore delle parti provviste della maggiore quantità di denaro e di tempo da dedicare alla “produzione di incertezza”[19], sul problema e le relative responsabilità. D’altro canto, impostare la battaglia solo su una disputa scientifica ne limita fin dall’inizio la portata, che ha a che fare anche e innanzitutto con questioni di giustizia. Di fronte a ciò, l’idea di scienza di comunità – dietro cui stanno non solo le esperienze di epidemiologia popolare ma anche quelle di medicina ed epidemiologia “sociale” su cui l’Italia vanta un’importante tradizione, discendente dall’inchiesta operaia che negli anni ’60 e ’70 fu capace di produrre un ambientalismo focalizzato sul lavoro anziché sui consumi[20] – ha una duplice valenza: da un lato il suo referente è appunto la comunità, in quanto collettività insediata su un territorio e intessuta di relazioni concrete, e non il generico cittadino; dall’altro non si occupa solo di stabilire una verità scientifica ma di rispondere a domande di giustizia che implicano innanzitutto un riconoscimento: dell’ingiustizia collettivamente subita e dell’obbligo collettivo alla riparazione. Non c’è, in altre parole, separazione tra verità scientifica e dignità morale e politica: non nel senso che siano la stessa cosa, ma che l’una dipende dall’altra. Il che, fra l’altro, implica il superamento dell’usuale separazione tra i tre ambiti di policy coinvolti nella tossicità industriale: ambiente, salute, lavoro; separazione che ostacola l’integrazione tra le normative e circoscrive chi a seconda dei casi è legittimato a parlare.
Il terzo e ultimo punto che vale la pena toccare è il rapporto tra continuità e cambiamento nella questione della tossicità industriale e delle zone di sacrificio da essa prodotte, per come si pone nell’attuale congiuntura storica. Anche qui il discorso sarebbe lungo ma possiamo soffermarci su due aspetti strettamente intrecciati. Il primo riguarda il lavoro; il secondo l’innovazione.
La disputa sulla tossicità industriale è tradizionalmente dominata dal “ricatto occupazionale”: quanto più c’è (necessità di) lavoro, tanto meno c’è (possibilità di tutelare) salute e ambiente. Ma che ne è del ricatto nelle condizioni in cui oggi versa l’industrialismo capitalista? La risposta è sintetizzata nella nozione di “deindustrializzazione tossica”[21], su cui la “Nota introduttiva” si sofferma. Tale nozione può essere declinata anche in termini di scarsità artificiale. Il nuovo fronte di quest’ultima è segnato dalla crisi di vari comparti industriali, indotta dalla competizione globale sul costo del lavoro e dalle difficoltà dell’estrattivismo: sociali (opposizioni crescenti in giro per il mondo); strategiche (emersione di nuovi assetti multipolari che producono instabilità nelle catene del valore); materiali (rendimenti decrescenti dell’estrazione: più energia per estrarre, più inquinamento da gestire ecc.). Ciò determina da un lato un rafforzamento del ricatto, dall’altro un suo indebolimento. Da una parte si ingrossano le fila, reali o prospettate, di quello che Marx chiama “esercito industriale di riserva” – la massa dei disoccupati utilizzata per tenere bassi i salari ed esercitare pressione sui lavoratori attivi – e si fa concreta la minaccia che la dismissione industriale comporti l’abbandono di ogni speranza di bonifica e ripresa di aree e comunità profondamente violate. Dall’altra i lavoratori si rendono sempre più conto di avere sempre meno da perdere; o meglio, che l’alternativa tra lavoro e salute è truffaldina, che l’uno e l’altra si salvano o si perdono assieme. La partita si fa quindi quanto mai aperta. Un ruolo cruciale al riguardo è e sarà sempre più giocato dallo sviluppo di un “ambientalismo dei lavoratori” capace di dialogare con la società civile e i movimenti; sviluppo a sua volta non indipendente dalla capacità del sindacato di comprendere la situazione e impostare l’azione in direzione di questa duplice linea di lotta. Cosa per nulla facile, come mostra la vicenda della ex-GKN di Campi Bisenzio, dove sono emerse a più riprese le esitazioni sindacali ad andare oltre la cornice tradizionale delle relazioni industriali supportando la battaglia del Collettivo di Fabbrica non solo a difesa dei propri diritti contrattuali ma anche per un ripensamento del ruolo sociale del lavoro e della fabbrica nella transizione alla sostenibilità. Il problema che questa vicenda indica è quello che potremmo chiamare versante immaginativo della scarsità artificiale prodotta dal capitalismo. Problema che riguarda, in generale, tanto i lavoratori quanto il sindacato. A Spinetta Marengo, si legge nella “Nota introduttiva”, “la componente operaia è quasi completamente assente dalle mobilitazioni pubbliche per il diritto alla salute e la tutela del territorio”, pur essendo “in parte rappresentata dalle istanze della Cgil, incentrate sulle condizioni di lavoro nella fabbrica, sul rispetto delle norme di precauzione ambientale e sulla tutela dell’occupazione”. In parte, appunto, in quanto l’azione sindacale non si spinge sul terreno, certo rischioso, di una riformulazione dei termini della lotta, sulla cui base provare a suscitare la mobilitazione dei lavoratori.
Il secondo aspetto, si diceva, è quello dell’innovazione. Da una parte nella vicenda di Spinetta Marengo riconosciamo i classici connotati del technical fix: la promessa che la tossicità riguarda il passato, che nuovi composti (una nuova generazione di Pfas, in questo caso) e processi produttivi più evoluti e “puliti” sono oggi disponibili. Di questi “oggi” è punteggiata la storia di siti industriali le cui vicende si estendono spesso su un lunghissimo arco di tempo. Dall’altra parte, questa promessa è andata assumendo in tempi recenti caratteri inediti. Non ha più solo una valenza reattiva ma anche proattiva. Non riguarda solo la riduzione di un qualche tipo di inquinamento ma la risposta alla crisi climatica, la transizione ecologica. A questo, si afferma, sono finalizzati i nuovi Pfas. Siamo insomma di fronte a una promessa raddoppiata; un duplice fix. E se scoprire le carte della prima promessa, denunciandone limiti e omissioni, implica muoversi su un terreno accidentato ma già percorso innumerevoli volte, la seconda alza di molto la posta. Molte tecnologie emergenti, che si tratti di chimica dei materiali, di digitalizzazione e gestione dei dati, di genetica, promettono di incrementare in modo fino a poco tempo fa impensabile l’efficienza nell’uso delle risorse (energia, acqua, aria); i rendimenti di suolo, materie prime, organismi, processi. Occorre molta forza per non farsi attrarre da questo nuovo tipo di promessa, e si può farlo solo rendendosi conto di quel che è il suo obiettivo di fondo: non l’ambiente e la salute ma ancora una volta la massimizzazione dell’estrazione di valore. Perché se l’obiettivo rimane quello, l’esito sarà il riapparire dei medesimi problemi sia pure in forma nuova, a livelli sempre più profondi sul piano psichico e corporeo, individuale e collettivo, umano e ambientale. La sfida, intellettuale e pratica, è notevolissima. Perché se il punto di leva per la critica è quanto appena detto, il diavolo sta nei dettagli. E si tratta di dettagli alquanto sofisticati sul piano tecnico, maneggiati inoltre da individui e gruppi capaci di sviluppare argomentazioni altrettanto sofisticate nella sfera pubblica o nel lobbying presso governi e organismi internazionali.
In conclusione, questo libro e il lavoro che sta alle sue spalle costituiscono un esempio notevole di cosa significa fare ricerca in modo partecipato e volto a mettere la scienza davvero al servizio della comunità. E ciò nei confronti di un tema – la tossicità industriale e il sacrificio cui essa costringe luoghi e collettività – che non perde mai di attualità, presentandosi da un lato sempre uguale a se stesso, dall’altro sempre nuovo e diverso, di luogo in luogo, di tempo in tempo, di caso in caso. Leggere il libro corrisponde a un’avventura al tempo stesso intellettuale ed emotiva, sia che si abbia esperienza diretta di una zona di sacrificio, sia che tale esperienza ci interroghi più da lontano, attraverso le testimonianze di chi l’ha vissuta o la vive o grazie al resoconto che ne fanno studi scientifici e reportage giornalistici. Non si può sfuggire alla logica sacrificale, se la si accetta come inevitabile. Si può però combatterla, contestandola alla radice – non da soli ma insieme.
Note
[1] D. Lerner, Sacrifice Zones: The Front Lines of Toxic Chemical Exposure in the United States, MIT Press, Boston, MA, 2010.
[2] Due esempi emblematici sono L. CENTEMERI, Ritorno a Seveso. Il danno ambientale, il suo riconoscimento, la sua riparazione, Mondadori, Milano, 2006; A. F. RAVENDA, Carbone. Inquinamento industriale, salute e politica a Brindisi, Meltemi, Milano, 2018.
[3] R. Juskus, Sacrifice zones. A genealogy and analysis of an environmental justice concept, «Environmental Humanities», 15(1), 2023, pp. 3-24.
[4] Sul punto mi permetto di rinviare a L. Pellizzoni, Responsibility and environmental governance, «Environmental Politics», 13(3), 2004, pp. 541–565.
[5] S. Jasanoff, Science at the Bar: Law, Science, and Technology in America, Harvard University Press, Cambridge, MA, 1995; European Environment Agency, Late Lessons from Early Warnings: The Precautionary Principle 1896-2000, EEA, Copenhagen, 2001; Late Lessons from Early Warnings: Science, Precaution, Innovation, EEA, Copenhagen, 2013. Sulla questione dei Pfas si veda S.F. Hansen, C.T.H. Bunde, M.A. Roy et al., Late lessons from early warnings on PFAS, «Nature Water», 2, 1157–1165 (2024). https://doi.org/10.1038/s44221-023-00168-4.
[6] La cosa era già stata rilevata molti anni fa dallo statistico Austin Bradford-Hill. Si veda A. Bradford-Hill, The environment and disease: association or causation?, «Proceedings of the Royal Society of Medicine», 58 (5), 1965, pp. 295–300.
[7] B. Anderson, Preemption, precaution, preparedness: anticipatory action and future geographies, «Progress in Human Geography», 34(6), p. 791.
[8] G. Agamben, Homo sacer. Il potere sovrano e la nuda vita, Einaudi, Torino, 1995.
[9] R. Nixon, Slow Violence and the Environmentalism of the Poor, Harvard University Press, Harvard, MA, 2011, p. 2.
[10] K. Heron, K. Milburn, B. Russel, Radical Abundance: How to Win a Green Democratic Future, Pluto Press, London, 2025.
[11] Sul punto mi permetto di rinviare a L. Pellizzoni, Autorità in declino? L’expertise scientifica nell’epoca della post-verità, «Quaderni di Sociologia», 86, 2021, pp. 133-152.
[12] Per maggiori dettagli mi permetto di rinviare a L. Pellizzoni, Revolution or passing fashion? Reassessing the precautionary principle, «International Journal of Risk Assessment and Management», 12(1), pp. 14-34.
[13] S. Jasanoff (ed.), States of Knowledge. The Co-Production of Science and Social Order, Routledge, London, 2004; M. Callon, P. Lascoumes, Y. Barthe, Acting in an Uncertain World: An Essay on Technical Democracy, MIT Press, Cambridge, MA, 2009.
[14] Sul punto mi permetto di rinviare a L. Pellizzoni, Responsibility, in A. Kalfagianni, D. Fuchs, A. Hayden (eds.), Handbook of Global Sustainability Governance, Routledge, London, pp. 129-140.
[15] P. Brown, Toxic Exposures: Contested Illnesses and the Environmental Health Movement, Columbia University Press, New York, 2007.
[16] R.D. Bullard, Dumping in Dixie: Race, Class, and Environmental Quality, Westview Press, Boulder, CO, 1990.
[17] U. Beck, La società del rischio, Carocci, Roma, 2000.
[18] G. Ottinger, Buckets of resistance: standards and the effectiveness of citizen science, «Science, Technology, & Human Values», 35(2), pp. 244-270.
[19] D. Micheals, C. Monfoton, Manufacturing uncertainty: contested science and the protection of the publics health and environment, «American Journal of Public Health», 95(S1), 2005, pp. 39-48.
[20] L. Feltrin, D. Sacchetto, The work-technology nexus and working-class environmentalism: Workerism versus capitalist noxiousness in Italy’s Long 1968, «Theory and Society», 50, 2021, pp. 815–835.
[21] L. Feltrin, A. Mah, A. Brown, Noxious deindustrialization: Experiences of precarity and pollution in Scotland’s petrochemical capital, «Environment and Planning C: Politics and Space», 40(4), 2022, pp. 950-969.