di Hannah Sullivan (trad. di Riccardo Frolloni e Carmen Gallo)

 

 

[E’ appena uscito per Crocetti, nella traduzione di Riccardo Frolloni e Carmen Gallo, Tre Poesie, il primo libro di Hannah Sullivan, vincitrice del T.S. Eliot Prize nel 2018. Presentiamo in anteprima un estratto e l’introduzione al volume a cura di Carmen Gallo, per gentile concessione dell’editore]

 

Tu, giovanissima a New York

 

Rosy diceva sempre che New York era una fiera.

“Lo capirai al momento giusto, quando la fiera finisce.”

Ma niente sembra accadere. Te ne vai in giro

 

per i soliti angoli di strada, fumando, con i gomiti sottili,

affacciandoti lungo i viali in un abito verde lime

con un braccio alzato, in attesa di invecchiare.

 

Niente accade. Provi senza successo

le solite ricette, le solite prove dell’innocenza:

Ti amo alla persona sbagliata, sono depressa,

 

baciare una ragazza, un temperino, riccio di mare, succhi detox.

Ma i sensi, nutriti liberamente, si autoalimentano,

freschi come la prima volta, così anche la monotonia

 

alla fine ha un sapore per te. Anche la fitta

quando qualcuno si ritrae al Ti amo

non è sgradita, come l’afta che hai sulla lingua

 

affilata sulle creste di un dente.

E quando lui ti sbatte forte contro il telaio,

il livido giallastro chiazzato di pori sembra più vero

 

della velocità, dello spasmo con cui sei venuta.

Così niente accade. Non importa cosa cerchi di fare,

la grande innocenza perduta a cui puntavi

 

arretra come lunghe prospettive, come il cielo

quadrato alla fine della Quinta che sbianca all’alba

non visto, mentre guardi passare i taxi spenti.

 

*

 

I bar White Rose aprivano molto presto al mattino; ricordo di aver aspettato in uno di loro di vedere un astronauta andare nello spazio, di aver aspettato così tanto che quando è accaduto davvero avevo gli occhi non sullo schermo del televisore ma su uno scarafaggio sul pavimento di piastrelle.

 

Per tutta l’estate il parco aveva l’odore di chiodi di garofano e stava morendo.

Oggi e il Labor Day e tu hai dormito durante un temporale,

mezza cosciente degli scarichi e dell’olio di frittura e dell’ozono

che sale nell’afa del mattino, e il rumore del coinquilino che tira la catena,

rovescia cubetti di ghiaccio nel bicchiere da brandy, ci versa sopra il succo,

Ruby Sanguinello, finché loro ridacchiano, scoppiettando. Il freezer pulsa.

Si è sbattuto un uomo incontrato su Craigslist, ha sognato:

la vecchia New York, un romanzo di James, un Natale al Greenwich Village,

un certo tipo di brina nel Meatpacking District, e l’odore delle carcasse smorzato

da quello pungente di sangue gelato che rimbalza nel vento dell’Hudson.

Tu hai pensato all’edificio di fronte di notte, alle luci

che si spengono una a una, un Mondrian diminuito, un quadro ocra

dove una donna si spoglia per la città, lisciandosi le cosce gonfie.

Lo senti parlare al telefono di te, la sua “petite innocente”.

Per tutta l’estate hai mangiato pesche prese al mercato.

Troppo mature a settembre, devono riposare nel frigo con le loro ammaccature.

Per tutta l’estate hai sognato l’autunno e la sua fragile confezione di rami.

 

*

 

Starsene svegli nel battere grasso della pioggia di novembre, mentre il mercato

dei bond cade e quello dell’arte diventa nervoso, si congela, e gli hipster

continuano a provare a vendere marmellata di mirtilli di Brooklyn e i romanzieri

continuano ad andare da Starbucks a imbastire saghe, aggiustano schemi,

piluccano come piccioni la coda dei croissant del mattino,

 

mentre i baristi studiano le liste dei cocktail invernali, dicendosi fra loro

che Cynar, bitter al pompelmo e Mezcal artigianale saranno

il trend del nuovo anno, anche se i clienti continueranno a ordinare

Negroni ai matrimoni, gin tonic ai primi appuntamenti, Manhattan prima

di salire di sopra, lontani dalle fotocamere, per loschi affari…

 

Schramsberg ’98 funziona bene per Caitlin nel nuovo Bellini.

Jed prepara un drink a base di Porter, rum al caffè e Brachetto d’Acqui,

si puo scrivere solo in cinese, ma si ordina come the vice grip,

il gusto e di panna montata e rognoni, di birra amara e miele.

Lo fa per la ragazza in pelle con una faccia da Vergine Maria.

 

Tu ascolti Bowie a letto, pensando alle cavità dei suoi occhi,

i piccoli gesti folli delle sue mani, sognando la Berlino anni settanta.

Pensi che potresti masturbarti ma le batterie del vibratore sono scariche

e lo stick di plastilina rosa ruota lentamente nel tuo palmo,

spargendo il suo bagliore spaziale nelle ombre dell’inverno.

*

You, Very Young in New York

 

Rosy used to say that New York was a fairground.

“You will know when it’s time, when the fair is over.”

But nothing seems to happen. You stand around

 

On the same street corners, smoking, thin-elbowed,

Looking down avenues in a lime-green dress

With one arm raised, waiting to get older.

 

Nothing happens. You try without success

The usual prescriptions, the usual assays on innocence:

I love you to the wrong person, I feel depressed,

 

Kissing a girl, a sharpener, sea urchin, juice cleanses.

But the senses, laxly fed, are self-replenishing,

Fresh as the first time, so even the eventual

 

Sameness has a savour for you. Even the sting

When someone flinches at I love you

Is not unwelcome, like the ulcer on your tongue

 

Whetted on the ridges of a tooth.

And when he slams you hard against the frame,

The pore-ticked sallow bruise seems truer

 

Than the speed, the spasm, with which you came.

So nothing happens. No matter what you try,

The huge lost innocence at which you aimed

 

Recedes like long perspectives, like the sky

Square at the end of Fifth whitening at dawn

Unseen, as you watch the unlit cabs go by.

 

*

 

The White Rose bars opened very early in the morning; I recall waiting in one of them to watch an astronaut go into space, waiting so long that at the moment it actually happened I had my eyes not on the television screen but on a cockroach on the tile floor.

 

All summer the Park smelled of cloves and it was dying.

Now it is Labor Day and you have been sleeping through a rainstorm,

Half aware of the sewage and frying peanut oil and the ozone

Rising in the morning heat, and the sound of your roommate hooking the chain,

Flipping ice cubes into a brandy balloon, pouring juice over them,

Ruby Sanguinello, till they giggle, popping their skins.

The freezer throbs.

He has been beating a man he met on Craigslist, he has been dreaming:

Old New York, a James novel, a Greenwich Village Christmas,

A certain kind of frost in the Meatpacking District, and the smell of the carcasses

Dull with the tang of freezing blood beside the skip of the Hudson wind.

You have been thinking of the building opposite at night, the lights

Going off one by one, a diminished Mondrian, one ochre square

Where a woman undresses for the city, stroking her puffy thighs.

You hear him talking on the phone about you, his “petite innocente”.

All summer you have been eating peaches from the greenmarket.

Overripe in September they need to rest in the icebox, sitting with their bruises.

All summer you have been dreaming of Fall and its brittle confection of branches.

 

*

 

Lying awake in the fat pulse of November rain, as the bond market falls

And the art market gets nervous, starts to freeze up, and hipsters

Keep on trying to sell huckleberry jam from Brooklyn and novelists

Keep on going to Starbucks to craft their sagas, adjusting their schemas,

Picking like pigeons at the tail of the morning croissant,

 

As the bartenders figure out the winter cocktail lists, telling each other

That Cynar, grapefruit bitters, and a small-batch Mezcal will

Be trending in the new year, even though guests are still going to be wanting

Negronis at weddings, gin and tonics on first dates, Manhattans before

Moving upstairs, away from the camera phones, on illicit business…

 

Schramsberg ’98 is working well for Caitlin in the nouveau Bellini.

Jed crafts a drink from porter, coffee rum, and Brachetto d’Acqui,

It can only be written in Chinese but is ordered as “the vice grip”,

Its taste is whipped cream and kidneys, beer bitter and honeyed.

He makes it for the girl in leathers with a face like the Virgin Mary.

 

You are listening to Bowie in bed, thinking about the hollows

Of his eyes, his lunatic little hand jigs, longing for Berlin in the seventies.

You are thinking of masturbating but the vibrator’s batteries are low

And the plasticine-pink stick rotates leisurely in your palm,

Casting its space-age glow into the winter shadows.

 

*

 

Hannah Sullivan e l’arte di dire addio

 

di Carmen Gallo

 

Provare a guardare in modo nuovo gli aspetti più ordinari dell’esperienza, riflettere sugli eventi che segnano un punto di non ritorno nel ripetersi inesorabile, apparentemente insensato, della vita e della storia, e soprattutto imparare a dire addio a ciò che è stato, come Joan Didion in Goodbye to All That: sono queste le linee che si intrecciano per dare forma a Tre poesie, il primo libro di poesia di Hannah Sullivan, uscito per Faber & Faber nel 2018 e premiato con il T.S. Eliot Prize nel 2019.

 

Tre poesie, tre momenti della vita affidati a un racconto personale, spietato e ironico, che oscilla tra verse memoir e poem essay, e che mescola la tradizione letteraria più alta – il modernismo di Eliot, ma anche Shakespeare, Shelley, Whitman, e indietro fino a Eraclito – con i suoni della musica di Bowie, Beyoncé, The Killers, mentre scorrono nel flusso delle parole immagini delle metropoli americane (New York, San Francisco) e dei piccoli centri inglesi. Pur consegnandoci esperienze private – le illusioni giovanili, l’amore, il parto, la morte del padre –, Sullivan attenua la temperatura lirica dei suoi versi attraverso soluzioni metriche (terzine, distici, quartine e versi lunghi si alternano sulla pagina alludendo a inferni danteschi e poemi eroicomici) e divagazioni saggistiche che ampliano il significato del materiale raccontato, colorandolo di tinte stranianti.

 

È ciò che avviene quando, a proposito del tema della ripetizione e dell’abitudine, già caro a Proust e a Beckett, si descrivono come in un’ecfrasi le foto del famoso reportage del 1961 che ritrae un casting di gatti neri tenutosi a Hollywood per un film ispirato al racconto The Black Cat di Edgar Allan Poe: un raduno di centinaia di gatti, tutti apparentemente uguali, in attesa di trovare l’unico che diventerà una star del cinema (anche se il film in realtà sarà un fiasco). Questa descrizione umoristica dell’identico felino è controbilanciata dal racconto vivido della detonazione di prova della bomba atomica il 16 luglio 1945 (il Trinity Test, così chiamato in omaggio a John Donne) e degli effetti sui corpi di chi vi ha assistito, a ricordare l’esistenza di eventi che segnano invece uno spartiacque, uno scarto definitivo nella storia collettiva. Si tratta però di interpolazioni, digressioni quasi, in un testo che fin dall’inizio si presenta come racconto di quel caotico passaggio dalla giovinezza alla vita adulta, con i suoi rituali inevitabili (le insicurezze, le delusioni, anch’esse ripetitive) e l’altrettanto inevitabile cambiamento (diventare adulti o invecchiare) che il passare del tempo porta con sé.

 

Tutto inizia a New York, dove assistiamo alle peripezie sentimentali e sessuali di una ragazza inglese nella città americana delle infinite possibilità, restituita con un iperrealismo di dettagli, con una morbosa attenzione alla varietà dei comportamenti umani, e soprattutto alla fisiologia del corpo, che sarà la cifra dominante di tutto il libro. Colpisce molto, in questa ipertrofia percettiva che a tratti ricorda Woolf, il punto di vista femminile delle esperienze raccontate, che illumina aspetti solitamente esclusi dalla tradizione letteraria, come la tortura della depilazione, l’ossessione per la bilancia, l’oppressione dello sguardo maschile indesiderato, l’asimmetria nelle relazioni occasionali, un certo modo di vivere la sessualità e, più avanti nel testo, le aspettative di genere sulla realizzazione personale o sulla maternità.

 

Non mancano poi numerosi elementi di satira nei confronti dello stile di vita occidentale, dal mondo degli uffici e dei professionisti nel tempo libero, che si baloccano in ritualità sociali altrettanto ripetitive (e vuote, o necessarie a riempire un vuoto) come le feste con cocktail di tendenza, i corsi di yoga, l’uso dei social (Twitter, Facebook e Tinder sono tutti citati), fino alle parodie degli scrittori al bar, degli hipster ai mercati bio, degli improbabili artisti pieni di sé che ostentano conoscenze astruse e abiti di tendenza.[1]

 

Nella seconda parte del libro, Ripeti finché è ora. La poesia di Eraclito, troviamo un altro momento di satira sociale dedicato alla gentrificazione della città di San Francisco, anche se questa sezione si distingue per una tensione più saggistica, come s’intuisce dal riferimento al filosofo greco famoso per aver condensato il rapporto tra tempo e ripetizione nell’immagine di un fiume le cui acque scorrono sempre diverse. Il tema fondamentale è appunto il rapporto con il tempo: da una parte troviamo esposta l’assurdità delle cose da fare e rifare per l’eternità – come rimandare la sveglia al mattino, passare il filo interdentale, farsi la doccia –, dall’altra si giunge alla constatazione che “la ripetizione è inesatta, l’eterno ritorno è falso”. E tra il racconto di un viaggio transoceanico per abbracciare suo padre in vestaglia e ancora vivo e l’esplosione della bomba atomica di Oppenheimer, Sullivan introduce una riflessione che riguarda anche l’amore e la poesia. Partendo da Larkin e Shelley, medita sulla ripetizione dei gesti dell’amore, sulla possibilità di più relazioni alla volta, e giunge alla conclusione che, anche in amore, le cose moltiplicate cambiano, o meglio, si logorano. Nulla resta intatto. E ciò vale anche per la poesia, che può riproporre temi e forme già visti, può cambiare forma per dire cose già dette, ma incontra maggiori difficoltà, scrive Sullivan, a “dire qualcosa di nuovo in una nuova forma”. “Make it new” era la grande ossessione modernista, ed è una tentazione per molti poeti che devono confrontarsi con la tradizione, da intendersi come ripetizione che si rinnova attivamente (e qui ancora viene da pensare al saggio di Eliot del 1919, Tradition and the Individual Talent). Per Sullivan, come lei stessa dichiara in un’intervista, lo scopo della poesia dovrebbe essere soprattutto quello di “rejuvenate our perceptions about the most mundane things in life”[2]: ringiovanire, rinnovare la nostra percezione delle cose più ordinarie della vita.

 

Con queste parole in mente, arriviamo alla terza e ultima parte del libro, La sabbiera dopo la pioggia, che affronta in chiave elegiaca la morte del padre e la nascita del figlio. In questo testo lungo e personale, che attraversa spazi diversi (da Londra a San Francisco e a Cape Cod, da Edgbaston a Hyannisport, fino a Northolt), Sullivan racconta l’ultima fase della gravidanza e il parto, con ironia ma senza edulcorazioni rispetto allo stravolgimento del corpo femminile, così come morbosa e senza sconti è la descrizione della fisiologia della morte dell’anziano genitore, la cui “gioia” finale, dovuta alla morfina, è paradossalmente associata all’ossitocina del parto: “La nascita e la morte accadono in reparti adiacenti”.

 

Sono questi, dunque, i due momenti – la perdita del padre e la nascita del figlio – che dopo tanta meditazione sulla ripetizione lasciano la traccia indelebile che interrompe il flusso indistinto del tempo, il ripetersi insensato delle cose. Sullivan chiama quest’anno di grandi cambiamenti “L’anno dei biglietti”, titolo dell’ultimissima sezione del libro, tra le più belle. È l’anno in cui i biglietti di auguri per la nascita del figlio sostituiscono, a stretto giro, quelli per la morte del padre, con i loro messaggi preconfezionati di sentimenti di circostanza. Eppure, “quando qualcosa di singolare/ arriva, è un miracolo:/ grandine balla il tip tap sull’asfalto,/ veloce nelle sue scarpe d’argento”.

 

Dinanzi alla ciclicità della vita e della morte, vissuta in prima persona in un lasso di tempo così breve, Sullivan ripensa alla propria storia – dalla giovinezza a New York fino al parto in ospedale e al lutto familiare – e prova a dire addio al passato per accogliere, nel bene e nel male, la sua nuova vita, intimandosi di dimenticare ciò che la trattiene ancora sulla soglia delle illusioni, del dolore, del rimorso, e di “cominciare”. Ci consegna così uno dei libri di poesia forse più originali sulle luci e le ombre della vita ordinaria (in questa nostra porzione di mondo privilegiata) attraverso la percezione, l’esperienza fisica e la riflessione profonda di una donna che cerca e trova una voce per raccontare, con forme e temi vecchi e nuovi, il tentativo che è della poesia e dell’arte tutta di dare un senso, non importa quanto precario, al nostro provvisorio stare al mondo.

 

Note

 

[1] In un’intervista, Sullivan definisce la satira una modalità sottovalutata nella poesia contemporanea: “As for satire: well, I like satire. And I think it’s an underappreciated and certainly underused mode in contemporary writing, not only poetry. I suppose that quite a few parts of Three Poems are satirical in mode, from the description of McKinsey consultants sending mocked-up PowerPoint slides to Madras (as we did) to be created overnight by people much more highly trained than we were, but on a fraction of our salary, to the sonnet ending “iPhone afterlives” about gentrification in San Francisco. This is a very indirect way of being political, a via negativa for those who know that something is wrong, but not how it could be got right”. Cfr. J. Nathan, Short Conversations with Poets: Hannah Sullivan, in “McSweeney’s”, https://www.mcsweeneys.net/articles/hannah-sullivan. Consultato il 30 luglio 2025.

[2] L. Meyer, Make It New, Again: Hannah Sullivan on Failure, Form, and Paying Attention to the Ordinary, in “Poetry Foundation”, https://www.poetryfoundation.org/articles/152308/make-it-new-again. Consultato il 30 luglio 2025.

 

[Immagine: Foto di Christopher Anderson (particolare)].

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