di Sergio Zatti, Carlo Tirinanzi De Medici e Mario Gerolamo Mossa
[Stefano Brugnolo ci ha lasciato il 10 giugno del 2025.
A distanza di un mese pubblichiamo tre ricordi di tre amici, colleghi e allievi che gli sono stati particolarmente vicini.
Ciao Stefano, ti vogliamo bene.
Con affetto,
Francesco Brancati]
––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––
Stefano Brugnolo è stato soprattutto un uomo buono.
La sua dote principale era l’ascolto che applicava così nella sua professione come auscultatore raffinato di testi come nella vita, con orecchio empatico alle pene e alle sollecitazioni altrui. Perché, nonostante il suo corpo massiccio, Stefano era un’anima leggera.
Stefano aveva anche certi tratti un po’ infantili e questo appunto era l’aspetto che faceva di lui un uomo buono. Sapeva essere accudente e gli piaceva essere accudito, padre e figlio insieme. Ci vuole del talento a invecchiare senza diventare adulti. O almeno senza diventarlo troppo: criterio che secondo me Stefano si è applicato a seguire forse involontariamente o forse piuttosto con recondita ironia. Certe infantili distrazioni che potevano diventare anche inadempienze sono però uno degli aspetti più teneri, infantili appunto, del suo carattere, e destavano piuttosto benevolenza e condiscendenza che biasimo o recriminazione (quante chiavi o portafogli scomparsi e riapparsi magicamente al Britannia!): e sempre per merito di altri.
Sì, perché era talvolta un po’ pasticcione e distratto, ma, appunto, Stefano sapeva ascoltare. c’è chi diventa autorevole per l’efficacia della parola che enuncia, e c’è chi diventa autorevole per la capacità di accogliere la parola altrui. Così anche nel raccogliere l’eredità di Francesco Orlando, tendeva a superare steccati, mostrando quelle aperture al dialogo che erano costate qualche rigidezza (incomprensione) di troppo al grande maestro.
La sua vocazione autenticamente pedagogica (ereditata da Orlando) la spendeva molto nell’insegnamento e nel dibattito culturale e la nutriva di una arma affilata l’ironia, che dai venerati maestri del pensiero illuminista era stata proposta un tempo non troppo lontano al nobile scopo di cambiare il mondo: Stefano magari non presumeva di cambiare il mondo, ma un po’ correggerlo, sì.
Ultimamente si prodigava molto sul Web, pur non avendo particolari abilità tecniche in merito; in compenso era lucidamente convinto della necessità di non chiudersi dentro steccati accademici o specialistici ed era sinceramente animato da uno spirito di divulgazione – illuministico nel senso migliore – che nei nuovi mezzi di comunicazione trovava uno strumento efficace.
E l’unico bonario rimprovero che gli facevo era di sprecarla, questa ironia tagliente, sui social in certe battaglie per la ragione, dato che nel dibattito mediatico l’ironia (e cioè la forza distesa dell’argomentazione e le sue sottigliezze retoriche) fatica a funzionare perchè pretende ciò che il mezzo nega per così dire in partenza, l’attenzione al testo e lo spirito critico.
O forse agiva in me una specie di bonario risentimento, perchè gli capitava talvolta di usarmi in modo scherzoso come personaggio per queste sue battaglie come portavoce di posizioni perdenti: mi faceva soccombere per esempio in una discussione intellettuale sulla questione dei vaccini in età Covid come rappresentante di una razionalità oscurantista demolita da un immaginario rozzo avventore del bar Sport di Ghezzano. Il professorone delle Scuole Normali (alla pisana e in caricatura, s’intende) ne usciva annichilito dalle argomentazioni un po’ come un Salviati galileiano fatto a pezzi da Simplicio.
La sua ironia in versione affabile si nutriva principalmente di una vena narrativa umoristica, improntata appunto a illuministica leggerezza nel raccontare i paradossi della vita quotidiana. Ed era notevole affabulatore negli aneddoti delle conversazioni conviviali dopo il Seminario d’Interpretazione Testuale, una serie non vastissima ma selezionata di aneddoti: famoso quello del caimano o delle suore investite durante una discesa in slittino (con noi ascoltatori tutti affascinati da la gestualità istrionica e la calata veneta che li rendevano irresistibili anche se mille volte reiterati).
Del S.I.T. Stefano è stato un fondatore e una colonna, animandone soprattutto i dibattiti; S.I.T., che vorremmo tenere in vita prolungando l’eredità orlandiana e ora divenuta anche brugnoliana come trasmissione per le generazioni nuove di principi che non attengono soltanto alla teoria letteraria ma a quella essenza sublime dell’umano che Stefano ha sempre praticato nella relazione con gli altri.
La cifra del suo magistero è il rigore del metodo applicato a una pluralità di forme e di oggetti che grazie a quella straordinaria capacità di ascolto e di lettura, Stefano sapeva ricondurre a una prospettiva unitaria perchè di ogni testo analizzato non solo coglieva le relazioni interne, ma le diverse facce e sfumature della loro problematica e contraddittoria relazione col mondo. Come ha sempre dimostrato anche da ultimo: perchè questo vale per il suo ultimo libro sulle immagini letterarie delle rivoluzioni così come il suo ultimo S.I.T. pubblico sulle caricature di Altan che oggi ricordiamo nostalgicamente come ultima sua lettura pubblica. A testimonianza di una apertura di interessi stimoli e anche sfide che ha non poco arricchito la sua ortodossia orlandiana di partenza aprendola ad avventure critiche che erano sconosciute al maestro.
La cultura letteraria di Stefano era vastissima e diffusa nel campo largo della comparatistica, di cui è stato per anni docente apprezzatissimo dagli studenti. Animata soprattutto da una tensione intellettuale empatica che ne faceva un lettore vorace e appassionato, dotato di una tensione ermeneutica che era la passione di capire la voce e rispettare la voce dell’altro che si palesa nel testo, l’altra faccia di quella più generale umana empatia che sapeva dispensare a tutti con il suo tratto inimitabile. Con la sua efficacia ermeneutica e comunicativa Stefano cercava di far sentire il piacere del testo (la prima cosa che contava per lui nella lettura) e in questo esprimeva un modo totalizzante di intendere il fatto letterario e le sue ragioni e le sue funzioni; ragioni e funzioni di cui stiamo perdendo il senso e i moventi dentro tempi che si fanno ogni giorno più bui.
Stefano era un grande nuotatore e amava il mare di Sardegna dove faceva lunghissime nuotate solitarie anche di un’ora talora facendo preoccupare noi della razza di chi rimane a terra, convinti che quel grande pesce non poteva sparire per tanto tempo alla nostra vista. E infatti riappariva ogni volta, grondante d’acqua, sfatto di fatica e con un sorriso gocciolante in bocca, regalandoci lo sguardo un po’ sornione di chi tornava in scena magari dopo aver destato qualche apprensione.
Ci addolora molto che questa volta tu non ce l’abbia fatta a tornare.
Ciao, Stefano.
Sergio Zatti
––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––
Conosco Stefano da molto meno tempo delle altre persone che lo hanno ricordato.
Non lo conoscevo di persona prima di arrivare a Pisa tre anni e mezzo fa, il primo ottobre 2021. Non ci conoscevamo, ma appena l’ho visto, ricordo che mi ha salutato con un sorriso, quel sorriso con cui accoglieva tutti.
La prima qualità che voglio ricordare è proprio la sua capacità di accogliere. In lui chiunque trovava un ascoltatore cordiale aperto oltre che attento, un interlocutore disponibile, sempre, all’ascolto, pronto a mettersi in discussione, a riconoscere i propri limiti.
Lo faceva indistintamente con tutti: con i colleghi, gli amici, gli studenti, gli allievi. E anche con i testi: l’uomo e lo studioso, come hanno detto già altri prima di me, si ritrovavano in una postura sempre aperta all’ascolto. Che si trattasse di questioni letterarie o personali, che fosse un collega un amico o uno studente, Stefano era lì per parlarne, e sempre in modo accogliente, gentile. Come un amico. Senza chiedere nulla in cambio, se non un po’ di onestà intellettuale
E a proposito di onestà intellettuale, Stefano era uno dei pochi accademici che dichiarava senza remore di non aver letto questo o quel libro, di non conoscere questo o quell’autore. Ed era accogliente anche in questo, perché se tu invece quel libro o quell’autore lo avevi letto, per prima cosa ti chiedeva cosa ne pensavi, cosa ti aveva colpito, e così via.
Perché Stefano era anche curioso, amava il confronto, voleva sempre sapere cosa ne pensavano gli altri, ed era pronto a riconoscere le ragioni dell’Altro.
Di recente, durante un corso, aveva chiesto agli studenti: ditemi in venti parole perché si dovrebbe leggere la Recherche. Non era un esercizio di stile: era autentica curiosità. Prima che spiegare lui perché, prima di riempire i suoi studenti di informazioni, nozioni, giudizi di valore, lui ascoltava. Voleva sapere cosa ci trovavano gli altri, in quell’opera su cui Stefano tornava continuamente.
Per quale ragione, si chiedeva, uno studente dovrebbe leggere la Recherche?
Domanda apparentemente ingenua, e in realtà intelligentissima. Come sapeva essere Stefano.
Che voleva conoscere le ragioni degli studenti e non spiegare agli studenti le sue.
E questa apertura alle opinioni e alle idee altrui avveniva senza troppa attenzione alle gerarchie, senza troppi formalismi: anche quando era in cattedra, non era mai in cattedra. Era così nella scrittura, nella ricerca, nell’insegnamento, come nella vita: parlava allo stesso modo, con la stessa franchezza e la stessa curiosa ironia, a studenti e a professori ordinari, ad amici fraterni e a perfetti sconosciuti.
E quella sua tranquilla curiosità, quel suo modo amichevole e pacato, non gli impediva di criticare, analizzare, e anche di polemizzare. Stefano era sempre franco: e se una cosa non gli andava, se la riteneva sbagliata, lo diceva apertamente.
Sempre con i suoi modi dolci, gentili, sempre attento a non ferire i sentimenti altrui, ma non te ne faceva passare una.
Perché Stefano aveva una mente implacabilmente logica e acuta, che coglieva gli aspetti davvero rilevanti dei problemi.
Con la sua aria distratta, apparentemente perso nel suo mondo, incurante della lampo dei pantaloni abbassata o di dove avesse lasciato le chiavi di casa, indifferente alla professione o allo stato sociale del suo interlocutore, figurarsi del ruolo accademico, Stefano notava tutte le cose importanti, tutto ciò che meritava di essere notato.
E per questo era un ottimo maestro, e non solo per i suoi allievi ma anche per chi, come me, lo ha conosciuto tardi: poco incline all’adulazione, sia a praticarla sia a riceverla, illuminava sempre ciò che toccava, come nei suoi saggi, anche quando leggeva quelli degli altri: ti obbligava ad andare dritto al punto, a non traccheggiare, a non essere inutilmente complicato e oscuro, a ragionare su quello che non avevi visto o che non stavi pensando. La sua interpretazione di Orlando, che lo ha guidato in molti suoi testi critici, insisteva su questo: su come ogni testo contenga sempre qualcosa di diverso, di inatteso, di contraddittorio, che permette di interrogarlo in modo inedito, e anche di interrogare noi stessi. E allo stesso tempo questa contraddittorietà non si risolveva mai, in Stefano, in una mistica del senso, anzi, al contrario quelle contraddizioni, quelle ambivalenze, lui le dipanava logicamente, con la sua adorata chiarezza.
E queste qualità (curiosità, gentilezza, apertura, franchezza, chiarezza e acume) in Stefano erano avvolte come ha ricordato Sergio Zatti da una spessa coltre di bontà.
E se accanto a tanti amici, ai parenti, ai colleghi, a Valentina, oggi vediamo qui tanti studenti, se sulla sua porta si accumulano i loro messaggi, e continuano ad accumularsi, è proprio perché Stefano era sì un pensatore acuto, un implacabile analizzatore di testi, ma perché oltre a ciò era un uomo buono, disponibile e generoso con tutti, aperto all’ascolto, interessato anzitutto agli altri: e più che a tutti, forse ai suoi studenti, nei quali vedeva non tanto potenziali allievi da ammaestrare, quanto potenziali interlocutori, capaci di portare uno sguardo diverso, di fargli vedere di nuovo le cose, anche quelle che conosceva a menadito come la Recherche, in un’altra maniera.
Allora vorrei ringraziarlo perché ci ha ricordato, e continua a ricordarci, che non si può essere veri maestri se non si affiancano alle qualità intellettuali quelle umane.
E come hanno scritto in tanti sulla sua porta, buon viaggio professore.
Carlo Tirinanzi De Medici
––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––
Caro Stefano,
perdonami se non riesco a parlare di te in terza persona; l’unico modo che conosco per parlarti è questo, e davvero non è facile chiedere alle parole quanto anche io – come chi mi ha preceduto – devo chiedere, per te: di fare ordine nel mio cuore soltanto per un momento, prima che tacere resti l’unica cosa da fare.
Avevo 23 anni la prima volta che ti ho visto, in quella primavera del 2014 che tu leggevi Il motto di spirito agli studenti di Lettere moderne. Palazzo Ricci era ancora un dominio quasi esclusivo di poeti e romanzieri, e tu raccontavi di cosa si ride e perché, e quale inestimabile occasione fosse insita nella letteratura di cui volevamo nutrirci. Quella letteratura che fino ad allora ci era giunta come un richiamo forte ma remoto, e che adesso sembrava parlarci di noi, fuggire dai libri per mostrarci – o meglio, ricordarci – qualcosa della nostra vita che la giovinezza ci permetteva soltanto di intravedere. Qualcosa che, come avresti detto tu, avevamo appena iniziato a sapere, ma che non potevamo ancora conoscere. All’inizio di quelle tue lezioni, pareva sempre di trovarsi come dentro un teatro, ma teatro non era; non c’era alcuno spettacolo, non c’erano attori, non c’erano sceneggiature: c’era soltanto la grandezza delle opere che volevi attraversare insieme a noi e che volevi insegnarci a raccogliere; e allora le tue parole e i tuoi gesti ridisegnavano le pareti della stanza, facendoci per un istante dimenticare che quella fosse un’aula universitaria.
Davvero potevi avere questo effetto sulla gente, e spero che tu ne sia stato consapevole. Come altre centinaia di colleghe e di colleghi, anche io rimanevo stregato, anche io sentivo di trovarmi nel posto giusto e cercavo di sentirmi fedele a quei valori. Ciò che non sapevo immaginare è quanto quell’incontro avrebbe inciso sulla mia maniera di amare e di conoscere, e quanto negli anni a venire avresti arricchito la mia esistenza in modi così tanto diversi e veri. Non potevo prevedere che le nostre storie si sarebbero legate così profondamente, così avidamente, e che per qualche ragione avrei avuto il privilegio di toccare la tua vita e di lasciarti toccare la mia, di percepire la tua vicinanza, sempre più insostituibile, in ogni tratto di strada che abbiamo percorso insieme.
Più di ogni altra cosa, devo dirtelo, ho amato la tua voce. Il tuo rapporto con la tua voce. Tutto speciale, tutto all’insegna di una grana, di un colore inconfondibile. Sentirla voleva dire sentire te, immediatamente e senza compromessi; voleva dire intuire fin da subito, sia per chi ti conosceva sia per chi non ti conosceva, quale fosse il luogo del mondo e del pensiero che volevi occupare in un certo momento e in un certo discorso. Non ascoltarla ti era pressoché impossibile come era impossibile per noi, e allora ascoltarti dava sempre l’impressione di poterti raggiungere senza ostacoli, di poterti comprendere oltre la superficie letterale delle parole. Dalla tua voce, insomma, traspariva di te ogni tuo minimo dettaglio interiore, ogni sentimento, ogni incertezza, ogni fermezza, ogni implicazione. La tua era la vocalità di chi era toppo onesto intellettualmente per non imprimere le forme della propria oralità alle scritture di ogni giorno; la vocalità di chi, nel bene e nel male, non riusciva a mentire se non maldestramente, soprattutto quando era inevitabile celebrare o smascherare il pensiero altrui, fosse quello di persone reali o di volti sulle pagine.
Non potevi nasconderti, e questa era la tua croce e la tua delizia, la tua “tentazione dell’altro”: lasciare l’altro il più possibile intatto, ma allo stesso tempo lasciarlo intimamente intriso di te, fino al punto che quella tua mediazione diventava spesso un atto di protezione, di fraterna messa in guardia dalle falsificazioni retoriche. Per questo, anche quando non riuscivamo a essere d’accordo, sapevamo in partenza che entrambi avremmo guadagnato qualcosa da trattenere dentro di noi, ma che da noi restava indipendente: da noi stessi, dico, da quello che saremmo stati senza confrontarci.
Quante volte abbiamo parlato del mondo, io e te, quante ore abbiamo passato a commentare un verso, una frase, un aggettivo, una canzone, un film; quante volte, dopo avere ascoltato un SIT che ci aveva colpito, ci siamo sentiti parte di qualcosa che era più grande di noi, che trascendeva il nostro lavoro e che dovevamo alimentare e custodire il più possibile; quante volte mi hai regalato così gratuitamente e spontaneamente tutto ciò che avevi da offrire per farmi diventare una versione migliore di me stesso; e quante volte ti sei aspettato in cambio nient’alto che la stessa identica cosa, per come essa poteva trovarti, senza mai forzare la mano e nonostante io fossi costretto a osservare le cose da un altro continente della vita. Quante volte sei stato ostinato, determinato, davanti a una critica o a una ingiustizia o a una esagerazione, e quante volte sono rimasto ammirato dalla tua capacità di accendere e disinnescare, di riservarti a ogni costo uno spazio per cambiare opinione, per tornare sui tuoi passi e salvare quella dignità necessaria, ma fragile, delle grandi e delle piccole questioni. Anche quando due opposti non potevano incontrarsi, e dovevano invece coesistere. Anzi, direi: soprattutto in quel caso, perché qual è stata la tua più grande lezione – ereditata, amplificata e trasmessa – di vita e di ricerca, se non il dovere etico ed estetico di accettare le contraddizioni per quello che sono, di trarne tutta la bellezza e insieme tutta la conoscenza possibile, di onorarne l’intrinseca e irrimediabile umanità, dentro e fuori le aule?
Ti ricordo mentre leggi bisbigliando, con lo sguardo fisso sulla pagina, chiedendomi di aspettare, ché dovevi rileggere ancora una volta per dirmi come davvero la pensavi; ti risento declamare le tue disavventure leggendarie, i tuoi resoconti sulle storture del nostro tempo, nelle situazioni più paradossali e improvvisate di cui sapevi farti complice. E quando mi chiedevi di suonare Ho visto un re, di Jannacci e Fo: E sempre allegri bisogna stare, ché il nostro piangere fa male al re… E maledizione, Stefano, quanto eri stonato: decisamente troppo per un maestro della voce come te.
Tutte le risate che ci hai fatto fare fino a perdere il fiato, anche quando eravamo noi a sbatterti in faccia la tua imitazione; e anche in quel frangente ci mostravi quanto eri in grado di metterti al di sopra delle parti, e talvolta persino di te stesso, pur di godere autenticamente ogni secondo della tua famiglia, dei tuoi amici, dei tuoi studenti, della tua comunità. Ci hai fatto leggere, ci hai fatto riflettere, ci hai fatto discutere, e adesso ci fai piangere. Lo so che non vorresti fosse così ma forse è questa l’ultima contraddizione che dobbiamo accogliere in quanto tale: ora tocca a noi capire come si fa a vivere in un mondo senza di te, in una Pisa dove non ci sei.
Guarda quante persone sono venute a salutarti: che cosa è questo se non il riconoscimento per non avere mai venduto nessuna verità a buon prezzo? E per avere saputo amare fino in fondo, e in modi diversi, la ricchezza di chiunque abbia incrociato il tuo cammino. Ci siamo sempre sentiti protetti da te, e abbiamo cercato di proteggerti come potevamo, fino all’ultimo.
Ogni volta che non ci accontenteremo delle letture facili e dei facili compromessi, delle menzogne che saremo tentati di raccontarci – ogni volta che qualcosa o qualcuno vorrà privarci del nostro diritto di interrogarci sulle cose, noi penseremo a te, ritroveremo la tua dolcezza e sentiremo di averti ancora dalla nostra parte. Grazie per ogni prova che hai dato di te, grazie per essere stato Stefano Brugnolo, grazie per questi undici anni. Ciao vecchio mio.
Mario Gerolamo Mossa