di Jack Spicer
[Anticipiamo alcuni testi tratti dal volume di Jack Spicer, Un rosario di bugie, a cura di Andrea Franzoni, con un ricordo di Paul Vangelisti, in uscita il libreria il 27 febbraio per Argolibri nella collana Talee diretta da A. Franzoni e F. Orecchini]
Avvertenza al lettore
Terra, non è questo che vuoi:
invisibile risorgere in noi?
Rilke
«A rosary of lies» fu l’espressione usata da Jack Spicer per descrivere le sue Quindici false proposizioni contro dio a Russel Fitzgerald, giovane poeta e poi amante (vedi qui la poesia intitolata Per Russ) incontrato durante il processo all’Urlo di Ginsberg, il 9 settembre 1957. Particolarmente pertinente per quanto riguarda l’evocazione di alcuni aspetti emblematici e ricorrenti della poesia di Spicer, ho scelto di utilizzare quest’espressione per riunire in un solo gesto editoriale tre raccolte – Ammonimenti, Un libro di musica, Quindici false proposizioni contro dio – tutte successive ad After Lorca (1957), e composte nell’anno 1958. A causa della sua importanza specifica nell’evoluzione della poetica dell’Outside, ho preferito escludere il poemetto Billy the Kid, sempre composto nel 1958. Ad esso sarà riservata un’edizione particolare, appositamente concepita per mettere in valore la gittata poetica e il colore musicale di questo componimento. I tre libri riuniti in un Rosario di bugie mostrano l’evoluzione di una poesia introversa, invertita, edotta, sempre più educata, sul solco dell’esperienza lorchiana e la vicinanza alla musica jazz, all’indipendenza dall’immagine, e alla comunicazione diretta e ritmata (scandita e strutturata per patterns) con il fantasma prescelto, il vas electionis (il mezzo eletto) dello scrittore, il corpo-specchio su cui, da viaggiatore immobile intorno alla casa della lingua, egli osserva e canta il proprio simulacro, o più precisamente – il simulacro tramite cui legittimare l’immersione nel proprio mito. La parola si posa su uno strato di silenzio. Indistinta, essa incrina appena lo spessore costituito dalla cultura della persona, dona un colore, si confonde col resto, poggia, più che un seme, un segno. Più che d’opera aperta (e in effetti non v’è opera più chiusa di questa) viene ideato dal poeta un lettore aperto, un organismo da attraversare per generare, nel reale, una realtà poetica. Spicer intesse (e poi espone) a questo scopo, connessioni tra il mondo visibile e quello velato, rime concettuali, sezioni di armonie tra elementi disparati. Le urla del gabbiano solo sul molo (tali sono i suoi versi) non fanno che coprire difatti qualcosa di molto più pericoloso: un sussurrio, o come li chiamò Artaud, dei sussurli continui, «chuchurlements», o «grida articolate». Spicer concede, raccolta dopo raccolta, sempre meno realtà di supporto al lettore: le sue muse ti invitano «a letto», in un’intimità simbolica che non può più essere ascritta a un modo di comunicazione ordinario. Per leggerlo, bisogna accettare l’invito e con-vivere nel suo vocabolario. La lettura di queste poesie necessita dunque di adesione, disponibilità al silenzio e lentezza, libertà d’intenzione. Le parole si posano come polvere sui mobili, e così vanno ricevute (sporcandosi per toccarle). Non sono le parole ad avere un significato, né la classica voce del poeta, ma qualcosa di più fisico ancora: la bocca. Occorre dunque leggere quelle labbra e prendervi contatto tramite contenitori reali del simbolo espresso: poliziotti, gabbiani, boschi, porti, preghiere, tutto ciò che viene evocato può essere specularmente avocato dal ricettore: la realtà è disponibile, sempre, per lanciare un urlo e ricevere un verso. Il procedimento è rituale e ripetitivo, e come ogni opera poetica, chi vuole ricevere deve correre alla stessa velocità del donatore. L’avvertenza è questa: ogni ricezione implica una trasmissione. Un libro di poesie come questo non va «letto», ma sgranato ripetutamente in un tempo e movimento dati (la lettura è conforme alla propria natura) come un rosario – un rosario di vere bugie da rilegare (accordare), dai ponti della mente fino ai precipizi della memoria.
Dopo che avrai detto addio al tuo amore
E ruminato con lui la tua esperienza
La tua amara esperienza:
Che altro? […]
da AMMONIMENTI | Admonitions (1958)
Caro Joe,
tempo fa avrei pensato che scrivere delle note su alcune poesie significasse ammettere la loro assoluta inadeguatezza (come mettere una toppa su una gomma bucata) o confessare, cosa non meno umiliante, che l’autore fosse più interessato alle meccaniche terrestri della critica che alle meccaniche celesti della poesia – in entrambi i casi, che il risultato fosse più degno di un’officina o di una stalla che della Musa. Le Muse esistono, ma adesso so che non temono di sporcarsi le mani con le spiegazioni – che tollerano verità e commenti, purché restino al di fuori della poesia, che sussurrano (se davvero sai ascoltarle): «Puoi dire quello che vuoi, tesoro, poi però andiamo a letto». Questa metafora sessuale mi conduce al primo problema. In queste poesie l’osceno (in quanto parola e concetto) non viene utilizzato, come succede di solito, per motivi di intensità, ma piuttosto come una specie di ritmo, come il tip-tip dei rami durante il sogno del Finnegans Wake o, per renderti l’analogia ancora più oscura, come il tifo a una partita di calcio particolarmente eccitante. Uso l’oscenità proprio perché è superflua, così come avrei potuto utilizzare qualsiasi interferenza, o come avrei potuto utilizzare qualsiasi cosa (pensa al beat nel jazz) di usuale e irrilevante rispetto al punto. Il punto. Ma, sarai così gentile da chiedermi tu, qual è il punto? Queste poesie non sono forse una cosa diversa per ciascuno, come le macchie di Rorschach e le puttane? Sono forse meglio di uno specchio? Di per sé, no. Ognuna di loro è uno specchio, dedicato alla persona che nello specifico vorrei si guardasse. Gli specchi però possono essere combinati. La spaventosa casa degli specchi al luna park è universale al di là di ogni specifico riflesso. Questa lettera è indirizzata a te perché tu sei il mio editore, e perché la poesia che ho scritto per te genera il riflesso più distorto di tutto il percorso. I fabbricanti di specchi conoscono il segreto – non si fa uno specchio perché assomigli a una persona, si porta la persona davanti allo specchio.
Con affetto, Jack
*
PER RUSS
Cristo
Penserai, dovrebbe essere tutto
Piuttosto semplice
Quest’albero non crescerà mai. Questo cespuglio
Non ha rami. No
Io ti amo. Ancora.
Chissà come saranno le nostre bocche fra venticinque anni
Quando diremo ancora.
*
PER HARVEY
Quando spezzi un verso niente
Diventa meglio.
Non c’è nessuna (tranne quando canticchi
La vecchia Capanna dello zio Tom) non c’è nessuna nuova
Misura.
Tu respiri lo stesso e Rimbaud
Non ti guarderebbe neanche.
Spezza
La tua poesia
Come taglieresti un pompelmo
Fa’
Che vada a dormire per te
E ogni verso (nessun oceano è pacifico) E fa’ che ogni verso
Si tagli da solo. Come alga scagliata
Contro il molo.
*
PER JOE
Chi non ama l’odore del vomito di frocio
Non capirà mai perché agli uomini non piacciono le donne
Non vedrà mai perché le indimenticabili cosce
Di Elena (diciamo) ci faranno urlare dal ridere.
La parodia (ciò che noi non vogliamo) è tutto.
Non consegnarci posta oggi, postino.
Non mandarci lettere. L’organo genitale femminile è disgustoso. Noi
Non vogliamo essere commossi.
Perdonaci. Dacci
Un esempio soltanto del fatto che la natura è imperfetta.
Gli uomini dovrebbero amare gli uomini
(E lo fanno)
Come disse l’uomo
Ecco del
Rosmarino, è per il ricordo.
*
PER JACK
Dì a tutti di avere le palle
Fallo tu stesso
Abbi le palle fino a che le palle
Penetrino i margini
Chiare e pure
Come è l’amore.
La parola cambia
Diventa oscura
Come qualcuno
Nel freddo della paurosa aria di notte
Dice –
Papà
Voglio la tua voce
*
P.S. PER CHARLES OLSON
Se niente accade è possibile
Fare in modo che le cose accadano.
La storia umana lo dimostra
E una scimmia (adesso)
È probabile che sia un angelo.
Se sogni qualcosa
Sei marchiato
Con un tatuaggio blu sul braccio.
RX: Metanfetamina
Da prendere a 80 km all’ora.
*
da UN LIBRO DI MUSICA | a Book of music (1958)
con le parole di Jack Spicer with words by Jack Spicer
BIGLIETTO DI S.VALENTINO
Gli inutili biglietti di S. Valentino
Sono meglio
Di tutti gli altri.
Come qualcosa di implicito
In una poesia.
Prendi tutti i tuoi biglietti di S. Valentino
E io prenderò i miei.
Quel che rimane è meglio
Di qualsiasi immagine.
*
CANZONE DI UN PRIGIONIERO
Niente nel mio corpo mi sfugge.
Il suono di un’aquila in picchiata
Su qualche uccello nero
O la tristezza di un gufo.
Niente nel mio corpo mi sfugge.
Ogni ramo è chiuso
Io
Risuono ogni canto della sua gola
Urlo ogni suono.
*
DUETTO PER SEDIA E TAVOLO
Il suono delle parole che cadono dalla nostra bocca
Niente
È meno importante
E tuttavia quella sedia
………………………………questo tavolo
………………………………………………..nominati
Assumono delle identità
………………………………………………..prendono i loro posti
Quasi come una musica.
Le parole permettono alle cose
………………………………………………..di nominarsi
Permette che il tavolo borbotti
………………………………………Io
Nella sinfonia di Dio sono un tavolo
Che la sedia canti
Una canzoncina sulle persone che non si siederanno mai
Che noi
Che nella stessa musica
Siamo facili da spostare, quasi quanto i mobili
Che noi
Possiamo imparare i nostri nomi dalla nostra bocca
Nominare i nostri nomi
In mezzo alla stessa musica.
*
UN LIBRO DI MUSICA
Prossimi alla fine, gli amanti
Sono esausti come due nuotatori. Dov’è
La fine? Nessuno può dirlo. Nessun amore è
Come il vertiginoso corteo di barriere d’acqua, in un oceano,
Da cui due possono riemergere esausti, nessun addio è lungo
Quanto la morte.
Prossimi alla fine. O direi forse come la lunghezza
Di una corda riavvolta
Che non maschera con nodi e grovigli
Le sue estremità.
Ma noi abbiamo amato, dirai,
E delle parti di noi hanno amato
E il resto di noi rimarrà
Due persone. Sì,
La poesia finisce come una corda.
***
Nato a Los Angeles, Jack Spicer (1925-1965) si trasferisce in seguito a Berkeley, per raggiungere l’Università della California, dove insegna linguistica e stringe rapporti di amicizia con Robin Blaser e Robert Duncan, oltre a numerosi artisti e studiosi che presero parte alla cosiddetta «San Francisco Renaissance».
Morì nel 1965, a causa del suo alcolismo, dopo aver pubblicato alcuni libri in piccole edizioni fatiscenti. Contro il mercato del libro (chiamava il libro «il cimitero»), operò per una diffusione soprattutto orale della poesia, concentrando tutta la sua facoltà poetica nell’espressione di un rapporto continuo tra il poeta e le voci circolanti nella vita del poeta, reali o irreali che fossero. La sua personalità irriverente, congiunte a una palese erudizione e genialità, hanno contribuito a creare intorno a lui un interesse sempre maggiore nella comunità poetica. Tra i principali libri pubblicati in vita (oltre a quelli riprodotti in questo volume ndr) possiamo annoverare: After Lorca (White Rabbit Press,1957), Billy the kid (Enkidu Surrogate, 1959), The heads of the Town Up to the Aether (The Auerhahn Society, 1962), The Holy Grail (White Rabbit Press, 1964), Dear Jack: The Spicer/Ferlinghetti Correspondence (White Rabbit Press, 1964), Language (White Rabbit Press, 1965).
Il volume postumo My vocabulary did this to me: The collected Poetry of Jack Spicer, a cura di P.Gizzi e K.Killian , si è aggiudicato il prestigioso American Book Prize nel 2008.
[Immagine: Jack Spicer].