di Roberto Barbolini
Ma che cosa è quest’amore? si chiedeva Achille Campanile fin dal titolo del suo esilarante romanzo d’esordio, che è del 1927. La risposta continua a soffiare nel vento, e non c’è da stupirsi: «Noi non sappiamo che cos’è l’amore,» ci ammoniva nel finale il grande umorista «ma sembra molto simile a una cosa, che neppure sappiamo che cosa sia». Non lo si potrebbe dire meglio. Ed è proprio per questo che se ne parla (e se ne scrive) tanto. Ma di quale amore stiamo parlando? Quando si discute di eros letterario mi viene sempre in mente la distinzione di Nanni Moretti in Io sono un autarchico tra il cinema erotico e quello pornografico, con l’inevitabile conclusione che quest’ultimo è l’unico che ci piace veramente.
Come tutte le boutade davvero riuscite, anche questa contiene una paradossale dose di verità. Perché certe volte ciò che si nasconde sotto la foglia di fico dell’alibi estetico o nelle remore di un eros represso e deviato può essere moralmente più osceno della spudorata franchezza d’una pornografia onestamente esibita, o (peggio ancora) delle insopportabili lamentele d’un cuore infranto. L’intera gamma della passione amorosa, dal sesso sfrenato alla più casta sublimazione, per essere espressa deve ineluttabilmente scontrarsi con le cento trappole, le mille insidie della parola. Non c’è niente da fare: la lingua batte dove l’eros duole, e perciò dobbiamo dare ragione a Karl Kraus: «le metafore sono le perversioni del linguaggio e le perversioni sono le metafore dell’amore».+
La suggestione di questo aforisma è balzata improvvisa e mi s’è fissata nella mente a mano a mano che leggevo Portami con te, Antologia di poesie amorose dalle Origini alla contemporaneità, edita da Le Lettere. Chissà se Maria Cristina Cabani, l’autrice di questa raccolta “ricca e strana”, davvero stimolante in tutti i sensi, è d’accordo con Kraus, o condivide lo scetticismo sorridente di Campanile; magari è d’accordo con entrambi, oppure con nessuno dei due. Sarei davvero curioso di saperlo. Nell’assemblare questa antologia, Cabani ha pescato in un arco temporale dal Duecento a oggi, scandagliando con sensibilità, passione e finezza di analisi il mare magnum di versi celestiali e di satanici versetti che- da Giacomo da Lentini fino a Emilio Rentocchini- la poesia italiana ha dedicato e continua a dedicare a quell’idra di passioni, istinti, sentimenti molteplici che siamo soliti porre sotto l’egida di Eros, il dio dell’amore.
Un dio, a volte, non meno bellicoso di Marte.
«Fin dall’Antichità i poeti hanno usato metafore guerriere per descrivere gli effetti dell’amore naturale» scrive Denis de Rougemont nel suo ancora imprescindibile L’Amore e l’Occidente. «Il dio d’amore è un arciere che scocca frecce mortali. La donna si arrende all’uomo che la conquista perché è miglior guerriero. La posta della guerra di Troia è il possesso di una donna», e via elencando.
Che quella dei sessi sia una guerra (Friedrich Nietzsche parlava addirittura di «odio mortale») è del resto testimoniato da come la poesia erotica, con rare eccezioni appannaggio maschile fino a tempi recenti, ha fissato la donna in due archetipi privilegiati: la Fanciulla Perseguitata e la Bella Dama Spietata. Succede anche in svariati testi di questa antologia. E se andiamo un po’ più a fondo forse non è poi così difficile spiegarsi perché questi due modelli piuttosto infernali, cari alla fin’ amor come all’estetica dell’osceno, mantengano legami incestuosi con la nostra poesia amorosa più castamente algolagnica.
La spiegazione viene da lontano. Sentite qua: «Laura mi fa girare la testa; ne sono preso come un ragazzo; leggo di lei tutto il giorno e poi, di notte, la sogno». Facile immaginare chi potrebbe avere affidato alla carta questa rapida confessione in prosa, che ha il tono sofferto della passione incontenibile: Francesco Petrarca, il cantore della bella Laura dai «capei d’oro a l’aura sparsi». E invece no. Chi si lascia andare a queste parole eccitate è un nobile francese del secondo Settecento, Donatien-Alphonse-François de Sade. Sì, proprio lui: il Divin Marchese che ha dato il suo nome alla perversione erotica consistente nel trarre piacere dalla sofferenza altrui. Rinchiuso nel 1779 dentro la fortezza di Vincennes per (moderati) atti di libertinaggio, il trentottenne marchese de Sade passava i giorni e le notti fantasticando sulla figura d’una sua antenata, Laura de Noves, unitasi in matrimonio il 16 gennaio 1325 con Ugo de Sade il Vecchio, madre di undici figli, morta durante la pestilenza del 1348: sì, proprio la Laura eternata in poesia da Petrarca.
A noi, posteri maliziosi, la coincidenza tra la Laura sadiana e quella petrarchesca fa intuire quanto i lupanari dell’osceno e gli amori sublimi dei poeti laureati, abissalmente lontani in apparenza, siano sempre sul punto di toccarsi. Altro che Dolce Stil Novo e donne angelicate! Dalle sentine ai salotti buoni della letteratura italiana, Monna Mona domina e imperversa dal Dugento a oggi, da Cielo d’Alcamo -o Ciullo, in trasparente assonanza con il verbo “ciulare”- al sommo Dante, al quale vedo con piacere di profano che Maria Cristina Cabani non disconosce l’attribuzione del poemetto erotico Il Fiore avanzata da alcuni critici; e poi dal Berni all’Aretino, dal Baffo del sonetto Se Dio è per tutto, l’è anca in Mona fino allo Zavattini di quello strepitoso incipit poetico:“Diu al ghé./S’a ghé la figa al ghé …” (confido che non ci sia bisogno di traduzione), in cui il sesso, nella fattispecie quello femminile, viene risolutamente trasposto sul piano della teologia.
Ma lasciamo pure da parte la questione metafisica: la centralità della Mona, questo ambito target della poesia amorosa, rimane indiscutibile. Guido Almansi ed io ce ne accorgemmo più di trent’anni fa lavorando per Longanesi a un’antologia della poesia erotica italiana che Guido, un critico cosmopolita di stampo fieramente agonistico oggi ingiustamente dimenticato, volle infine intitolare La passion predominante, con quel trasparente riferimento al Don Giovanni di Da Ponte-Mozart che ci ricorda come il libertino sciupafemmine sia uno dei miti capitali della cultura occidentale.
E che dire, allora, della libertina sciupamaschi? Nell’antologia di Cabani non poteva mancare una escort di lusso come Veronica Franco, “cortigiana femminista” nella Venezia del Cinquecento, che fu ritratta dal Tintoretto e a cui toccò perfino una notte con Enrico di Valois, futuro Enrico III di Francia, che mandò le sue quotazioni alle stelle. Lo testimoniano questi versi del patrizio veneziano Maffio Venier, poeta erotico e arcivescovo : «Intendo che, quand’un ve vuol basar,/ volé cinque o sie scudi, e con fadiga/con i cinquanta ve lassé chiavar». Donna di buona cultura, la Franco fu poetessa sensibile, in grado di affrontare senza mai cadere in volgarità la tematica erotica. Emancipate e dotate di un’educazione raffinata, per una singola prestazione cortigiane del suo livello costavano quasi lo stipendio mensile d’un medico. Talvolta artiste o poetesse, come Gaspara Stampa, Tullia d’Aragona e Imperia Cognati, queste colte libertine non concedevano il loro corpo a chiunque, ma sceglievano i propri amanti, spesso di famiglie nobili e agiate. Non sempre però le cose filavano lisce: alla celebre Angela del Moro, in arte Zaffetta, che l’aveva offeso dandogli un appuntamento e facendosi trovare a letto con un altro, il nobile veneziano Lorenzo Venier (padre di Maffio) inflisse per vendetta il famigerato “trentuno”, l’ accoppiamento forzato con trentun persone diverse, per poi sbeffeggiarla nel poemetto Il trentuno della Zaffetta.
Ancora lontane erano le lotte femministe dall’Ottocento a oggi, per non parlare delle rivendicazioni della galassia Lgbt. Eppure anche in quell’epoca l’antologia ci fa incontrare una poetessa come Moderata Fonte, pseudonimo della patrizia veneziana Modesta da Pozzo (1555-1592), che nel suo trattato in forma di dialogo intitolato Il merito delle donne sembra anticipare rivendicazioni ben più recenti (del tipo “l’utero è mio e lo gestisco io”), facendo esclamare al personaggio di Corinna: «Più tosto morrei che sottopormi ad uomo alcuno» . Moderata Fonte, sottolinea Cabani, affronta la cosiddetta “questione femminile” rivendicando libertà, autonomia e “pari opportunità”.
Ecco alcuni suoi versi:
Libero cor nel mio petto soggiorna,
non servo alcun, né d’altri son che mia,
pascomi di modestia,e cortesia,
virtù m’essalta, e castità m’adorna.
Versi commoventi, se si pensa che l’autrice, sposata a un nobile veneziano, morirà a 37 anni dando alla luce il quarto figlio.
Attenti però a lasciarsi andare là dove ci porta il cuore, o dove vuole condurlo qualche poeta scafato. Magari il Metastasio, con quelle sue “ariette” orecchiabili che all’Arbasino spigliatissimo di Sessanta posizioni lo fanno apparire un battistrada di Mina: «Regolarmente/ mi trovo con te/ alla fermata/ del numero tre». Oppure l’ottocentesco Olindo Guerrini alias Lorenzo Stecchetti, licenzioso nelle Rime di Argia Sbolenfi quanto è invece romantico nelle poesie di Postuma, dove modula l’eterno tema “amore e morte” fingendo che i versi siano scritti da un poeta destinato a tragica fine per colpa della tisi. All’epoca era il mal du siècle, così come la sifilide lo era stata nel Cinquecento, diventando anch’essa protagonista di poesia, spesso di tono comico-grottesco come quello usato forse per scaramanzia da Nicolò Campani detto lo Strascino (1478-1523), un poeta che -lo confesso – ho imparato a conoscere nelle pagine di questa antologia.
Tra i numerosi sottogeneri presenti ho poi trovato particolarmente interessante lo spazio dato al madrigale, con esempi svarianti da Petrarca a Tasso al Marino. Attraverso questo rapporto poesia-musica ci avviciniamo a uno dei cortocircuiti più stimolanti offerti dall’ antologia: quello, per intenderci, che passando dai libretti di Verdi e Puccini mette in contatto poeti e cantautori attraverso temi (e talvolta forme) ricorrenti. Per dirla con le parole di Maria Cristina Cabani, «il carpe diem che dai versi di Boiardo giunge alle note del valzer di Fabrizio De André»; ma anche il tema del tradimento «da Rustico Filippi al Mogol paroliere di Battisti», o lo spleen che accomuna un moderno enueg di Franco Califano alla malinconia distruttiva annidata nello stile comico-realistico di Cecco Angiolieri. Perché l’amore assume spesso i tratti della patologia: dal feticismo del guanto di Petrarca al narcisismo con cui il cavalier Marino, perdutamente innamorato di sé stesso, non smette di specchiarsi nel proprio autoritratto poetico, fino alla “sindrome di Rebecca”, come viene familiarmente definita (con richiamo alla “prima moglie” del celebre film di Hitchcock) la gelosia retrospettiva per il passato sentimentale e sessuale del proprio partner. Quest’ossessione passionale si stempera qui nel tono peculiare dei versi di Noventa, dove le cadenze dialettali appena velate d’ironia, osserva Cabani, sdrammatizzano il contesto riducendone il pathos. Ma non la patologia: siamo infatti in presenza d’un masochismo non troppo dissimile da quello del Divin Marchese, teorico dell’orgia e allo stesso tempo invaghito della sua irraggiungibile antenata Laura. In due parole, un petrarchista sadico.
È un bell’ossimoro, non c’è che dire. Verrebbe voglia di dare ragione a Schopenhauer, che nella Metafisica dell’amore sessuale fa questa disincantata osservazione: «Ogni innamoramento, per quanto etereo voglia apparire, è radicato esclusivamente nell’ istinto sessuale, anzi non è assolutamente altro che un impulso sessuale, più determinato, più specializzato, meglio individualizzato nel senso più stretto del termine».
Eppure, lamenta Schopenhauer, i filosofi -se si eccettua Platone- hanno prestato scarsa attenzione all’eros. Giusta rampogna. Soltanto a partire da Sigmund Freud il pensiero occidentale ha incominciato a riconoscere nel sesso l’ombelico del mondo, ruminando così intensamente il concetto fino perdersi nel caos fluido dei generi, a cui oggi stiamo assistendo. Invece poeti e narratori non hanno certo avuto bisogno di aspettare la nascita della psicoanalisi per celebrare i poteri del dio Eros: dagli anonimi Carmi priapei romani ai romanzi dell’antica Cina, dalla lirica greca ai libertini del Settecento, dalla pornografia vittoriana al trionfo del sesso nella letteratura del Novecento.
«Il problema sessuale/prende tutta la mia vita./Sarà un bene o sarà un male/mi domando ad ogni uscita»: pochi poeti come Sandro Penna hanno saputo esprimere in quattro versi l’importanza del sesso nell’esistenza umana. Mero impulso fisico? Come fosse poi cosa da niente, e dopo la cacciata dal Paradiso terrestre non ci si fosse dati da fare in tutti i modi per soddisfarlo.
Ma troppo spesso, anziché “allargare l’area della coscienza” alla dimensione del corpo, la poesia trasforma l’eros in un amabile pretesto per il nostro voyeurismo di lettori. È allora bene non scordare che il motore di tutte queste fantasie è un desiderio eternamente condannato a mancare il proprio oggetto, come quell’infelice feticista ricordato da Kraus, che brama sopra ogni cosa una scarpina e deve purtroppo accontentarsi d’una femmina intera. Perché in fondo, anche attraverso la scrittura più esplicita, la letteratura rimane un’arte della sublimazione, in cui la parola diventa sostitutiva dell’atto. Entrare nel mondo dell’eros letterario significa farsi strada in un labirinto dove i due termini – eros e letteratura- si confondono fino a rendersi indistinguibili.
E l’amore, il tanto decantato amore, dov’è finito? Aveva proprio ragione Campanile: l’amore è molto simile a una cosa che non sappiamo neppure cosa sia.
Vero che Almansi è stato un po’ dimenticato