di Massimo Rizzante
[E’ uscito in questi giorni per Effigie il volume di poesia di Massimo Rizzante Una solitudine senza solitudine, di cui presentiamo quattro testi].
STATO DI GRAZIA
Nello stato di grazia si entra tra sonno
e stordimento, di notte, ma soprattutto all’alba
quando la somma delle imperfezioni del corpo
si desta dal sogno della guerra e la cicatrice sul ventre
si trasforma in uno stretto sentiero del sottobosco,
alla fine del quale c’è solo un albero di ciliegio
e le vedette della montagna con cui i due
hanno stretto un patto: sia maledetto chi nega
l’acqua ai vinti, peste a chi si rifiuta di mostrare
la via agli erranti, sterilità a chi lascia insepolti i morti,
la fortezza è malata, i vincitori non accettano sacrifici,
i fuochi fatui si sprigionano dalle vittime, mentre corvi
e pernici si ingozzano del grasso dei feriti
che non emettono più suoni che si possono decifrare,
così i due, secondo l’imperativo scritto non oggi non ieri,
ma nel trapassato del torrente prossimo a bagnarli
sono venuti alla luce per sorvegliare le tenebre
da cui si intravedono le tane dei carnivori e i fucili
dei cacciatori, la roccia millenaria e le corde caduche
degli alpinisti, membra di un grande corpo
che la natura ha generato formandolo di nascosto
con gli stessi elementi e allo stesso scopo: sono nati
e da allora tutto hanno in comune, nulla è loro estraneo,
nessun tradimento, nessuno sguardo, nessun vincolo
materno per il resto dei giorni a venire, così,
sebbene non aspirino al rango di antiche supplici,
sanno che il loro pensiero profondo,
per essere colto, è destinato a immergersi
nel lago come un tuffatore di frodo
*
RICORDI DELLA NATURA UMANA
l’uomo, naturalmente, parla in astratto, il concreto
è inattaccabile senza la metafora. Perciò ne ho abbastanza
della religione della scienza, per non dire ribrezzo
per le molte cause e il suo unico effetto
a chi devo credere? Alle allucinazioni acustiche
che mi tormentano dall’infanzia? ai miei genitali
allo specchio? o alla vostra panacea di bordo
che non tiene conto dell’imprevedibile forma delle nuvole?
che cosa c’è di più inconfutabile della mia esperienza?
E a proposito di forma, il movimento di ogni filo d’erba,
di ogni onda, perfino quello di ogni microcefalo
privo di tatto e di gusto della Duma, tende ad averne una
per questo la morfologia di ogni essere vivente
la contiene già dalla nascita. Ma l’uomo nasce più inetto
e immaturo di ogni insetto tubolare, la sua nicchia
è l’infinito. Per questo non può smettere di tormentarsi
se le allucinazioni acustiche smettessero di ronzare
tornerei libero, cioè privo di espedienti, a incidere tacche
sulla pietra. Di qui il vostro atteggiamento: sarò sempre
a dir poco un guaranì ricoperto di piume e alghe secche
*
DE MONICA
un giorno del nostro passato, era novembre,
si creò tra mente e occhi un legame:
così l’uomo imparò a esprimere con una lacrima
quel che non era capace di dire a parole
da allora la nostra specie, incalzata dal vuoto,
non si evolve. Perfino Darwin si sforzò inutilmente
di decifrare il segreto. Freud osservò, imitando Aristotele,
che serviva a purgare emozioni troppo forti
perciò, prima della tragedia, ci fu una lacrima.
E così prima dell’amore, e di ogni altra lingua.
La gravità, si sa, è nemica della prospettiva
oggi, nell’insipido acquario in cui sguazziamo, le catarsi
si moltiplicano andando alla deriva più in fretta dei giorni.
Se non ti ho ancora perduta è perché la poesia è il mio pudore
*
BENVENUTE, VERTIGINI!
Tutte le vertigini hanno origine in un labirinto.
Ma non è come perdersi in un’isola dell’Egeo,
tra tori e agapanti. Fai finta piuttosto
di aver vissuto a Venezia dopo un’alluvione:
il tempo di sfregarti le meningi
e la marea, con il suo lezzo, ti giunge ai testicoli.
Di solito, dicono, c’è un segno premonitore:
la palpebra all’alba balbetta alla vista di una civetta.
Fai finta allora di aver vissuto a Venezia
dopo l’arrivo di una chiatta: alla Dogana
qualunque verso tu emetta, ti ritrovi, fradicio,
su un onda così lunga che ti possono udire solo i pennuti.
Perciò, prova a fare il morto,
invece di resistere all’attrito del suono:
l’orecchio è indissociabile dalla posizione eretta.
E poi non c’è posto là fuori per chi striscia sui fondali.
La psiche, sebbene da millenni se ne discuta,
non è prigioniera del corpo, ma il suo involucro.
Non si schiude se non ubbidisce
agli sbalzi del barometro. «Non mi sento bene!»,
ovvero la membrana ha smesso di vibrare
come un diapason. Perfino il cosmo, interpellato
sulla tua fine, resta muto come il suo artefice:
non è un caso se le vertigini siano sorelle del vuoto.
[Immagine: David Maisel, The Lake Project 22, 2001 (particolare)]