di Lorenzo Pisaneschi

 

[E’ uscito ieri per Arcipelago Itaca Un’evidenza semplice, libro di Lorenzo Pisaneschi vincitore dell’undicesima edizione del Premio “Arcipelago itaca” per una raccolta inedita di versi – Opera prima. Presentiamo alcuni testi, seguiti dalla prefazione di Francesco Brancati].

 

I – E intanto, Valentina

 

 

I.

 

E intanto Valentina

si affaccenda sui fornelli

del vivere nel mentre

un’altra mail dal ministero

la delude e l’acqua scola,

troppa calda, fa la schiuma

e pure Valentina è lì che scola,

si strofina e non si trova

se non nel minutino

in cui si trova bella, e buona.

Ancora quante ore?

si domanda sfumacchiando

con grazia naturale

una mille volte accesa sigaretta

che prima di metà le finirà

nel portacenere azzurrino,

vicino alla finestra,

tra le tende, e la poltrona.

L’anno scorso ho lavorato

a intermittenza – si ripete,

e quest’anno io m’ammazzo

di  sicuro – si ripete

nel mentre che ritorna

a borbottare l’acqua calda

che è lì che fa la schiuma,

e pure Valentina fa la schiuma

e rimugina di quanti

strati ancora di pellaccia

dovrà scrollarsi lesta

per vedere mantenuta

la promessa che si è fatta –

sarà caldo oppure tiepido

(lei dubita sia freddo)

un onesto scomparire?

 

 

II.

 

Di fuori nel frattempo

gli autobus, le coppie

e anziani che si lasciano

cadere, e Valentina

che stenta a ricordare

di come si faceva

quando si era un po’ più soli –

non ricorda proprio

un qualunque altro momento

in cui quello mica c’era,

quello che a quell’altro (quello

prima) non era mai piaciuto

e glielo aveva pure detto,

in ogni pausa calibrata

dei litigi, pure quando

riprovavano convinti a far l’amore

come quando c’era, e viva

un’onestà di sentimenti

e pochi giorni altri,

e lui che ragazzino

prendeva il treno tardi.

 

 

III.

 

Valentina non la ama

più nessuno, sembrerebbe –

ha quasi ventottanni

e aspetta che la chiamino

a insegnare. Fuma piano

ed in cucina l’acqua scola,

fa la schiuma, e pure lei.

Valentina resta stanca,

costantemente assorta

dentro un grumo di minuti

che si scambiano per giorni

e non le lasciano che il tempo

di aggiornare la casella

della posta, e fuori gli alberi,

le bici, di là dalla finestra.

Che adesso pure lui

le ha detto che è una pazza,

che le cure servirebbero

e non certo la presenza

di lui che l’infermiere

non lo ha mai voluto fare,

e allora le valigie e poi di corsa

su di un treno e poi di nuovo

dentro casa, dove sente

(è evidente) l’acqua calda –

fa la schiuma, e pure lei.

E sembra che non m’ami

più nessuno, si dice e la sua voce

pare un coro di bambini

chiusi nella stanza delle scope.

 

 

IV.

 

Dimagrire fino a scomparire

è una concreta prospettiva.

Il filtro imbarazzato dall’eccesso

di rossetto si accartoccia

tra la cenere azzurrina

che il sole a mezzogiorno

rende strana, immagine

banale di quello che potrebbe

essere domani – Valentina

sente l’acqua, non si muove.

 

 

V.

 

Si può soffrire in molti modi,

ed ignorare in altrettanti

che le mani non sono fatte solo

per accarezzare amanti.

 

 

VI.

 

Valentina si tocca le mani,

del ministero non vuole

parlare, e di sua madre nemmeno

e al padre non getta che sguardi

di dubbio ché mica ricorda

Valentina chi sia.

Di fuori il viale è tutto

un ronzio di alberi monchi

e macchine e bici

e file di denti sui bus

che chissà dove vanno

che pensano o fanno

e chissà i loro padri,

chissà i loro padri si dice

Valentina fumando.

 

 

VII.

 

Gli uomini – sono questi

che vanno ad infilartisi

fin dentro lo stomaco

e lì ci fan l’uova,

e Valentina ci pensa

e si guarda e si sente

una tana gentile.

 

 

*

Il desiderio atroce della lingua

di Francesco Brancati

Il lettore che si appresta a leggere queste pagine farebbe bene a operare una momentanea sospensione e dimenticare di trovarsi di fronte a un libro di poesia.

L’esordio di Lorenzo Pisaneschi dimostra infatti di possedere ben pochi punti in comune con altre opere in versi composte da autrici e autori appartenenti alla stessa generazione. Nessuna adesione ai gruppi e alle aree che contraddistinguono l’attuale campo della poesia italiana, nessun interesse verso questioni quali la costruzione del soggetto dimidiato, l’asemanticità, la lirica in contrapposizione alla ricerca, eccetera. Una sfacciata indifferenza nei confronti di che cosa sia oggi la poesia contemporanea porta piuttosto Pisaneschi a comporre uno dei più interessanti esperimenti di romanzo in versi (o poema narrativo?) degli ultimi decenni, parente prossimo dell’epos battagliero di fratelli soltanto cronologicamente distanti quali Elio Pagliarani e Francesco Targhetta. D’altronde, non sono neppure troppi i tentativi di poesia narrativa e/o di poema registrati negli ultimi tempi, tanto più se si pensa agli esordi assoluti, come in questo caso. La lunga misura prevede un tempo di elaborazione diverso, oltre che una disposizione naturale all’altro, alla costruzione di personaggi psicologicamente credibili, concede lo spazio per una coerenza di azione e di pensiero che sopravanza la consueta alternanza lirica tra un io e un tu. In altre parole, la lunga misura prevede il romanzo e il romanzo, spesso ma non sempre, contempla la storia.

 

Da questo punto di vista Pisaneschi, nato qualche mese dopo la pubblicazione di In Utero, aderisce pienamente alla vulgata millenial, alla Storia di quella fascia di donne e uomini le cui tappe usuali che contraddistinguono la crescita di un individuo sono state scandite da eventi variamente traumatici. E grossomodo: la fine dell’infanzia e l’undici settembre, l’adolescenza e la crisi economica del 2008, la pandemia e l’ingresso nell’età adulta, fino ad arrivare ai populismi, alle guerre e ai genocidi odierni. Un’evidenza semplice non affronta direttamente questi temi anche se i personaggi (meglio sarebbe dire le figure, in senso auerbachiano) che abitano le strofe del libro sono completamente e autenticamente immerse nel liquido generazionale che le contraddistingue e che anzi indirizza e quasi costringe le loro azioni. Autore e personaggi aderiscono a un orizzonte precario e dimidiato, sono colti nel momento drammatico del passaggio dalla tarda (tardissima, protratta) adolescenza alla vita adulta: Un’evidenza semplice parla della fine delle illusioni, del momento immediatamente precedente a quello in cui le vite smettono di essere sterminate possibilità (come nel video di 1979 degli Smashing Pumpkins) e si cristallizzano in un destino. Valentina, Lorenzo, Elisa, le altre e gli altri comprimari: tutte e tutti avvertono il peso irreparabile di un futuro non scelto anche se tale percezione non assume i contorni della consapevolezza. Per questo motivo, allora, percepiscono enormi le possibilità minime, abitano uno spazio compresso all’interno di una città universitaria, Pisa, già non estesa e a sua volta schiacciata tra i monti e il mare. Le loro esistenze si svolgono in stanze di case in affitto, bagni, bar e trattorie che il rullo compressore del verso rende più asfittiche di quanto non siano in realtà. In questo scenario minuscolo e misero i personaggi sono condannati a non incontrarsi mai, pur abitando gli stessi luoghi e calpestando le stesse strade, il loro essere irrisolti li costringe a un eterno girare in cerchio, pesciolini impauriti nell’acquario.

 

Tale liminarità spaziale si traduce dunque in una perenne condizione di instabilità e di incertezza a livello esistenziale: l’epica della millenial misery che costringe le figure a una rosa minima di scelte e di possibilità. Queste si riducono alle poche, certe, opzioni quotidiane («[…] Nella testa | s’addensa nel frattempo | la visione di uno Stelio | in solitaria») che inducono al disgusto, alla percezione atroce di sé stessi («[…] dopo il pianto, | dopo il bagno in biblioteca |e ancora il bagno, quello suo, |si sente Elisa quella nausea | passeggera, quella che la prende | quando finge di scordarsi […]») fino alla contrazione minima di un’opzione alcolica-alimentare quale unico svago prima del (precario, ça va sans dire) lavoro («Ha pranzato da Stelio, |e bevuto del vino, e mangiato | la pasta e patate, e cicoria, | e un ponce, e lui che parlava, | e Gabriele fumava, e parlava | ed entrambi a gridare, |e fumare, e ancora dal Bangla | a pigliare la birra – che mancano | ancora due ore al treno | e al lavoro, e allora è l’imbuto, | il caderci di sbieco, patibolare»).

 

Sarà forse a causa di un simile sentimento che la lingua di Pisaneschi appare quanto mai materica e atroce. Con riguardo al primo punto basterà notare che la predilezione per gli aspetti concreti della realtà inscrive l’autore in una tradizione espressionistica per la quale il dato referenziale subisce una torsione, fermandosi appena prima di diventare barocco (Pisaneschi è toscano di Lamporecchio, come già Francesco Berni: se ciò vorrà dire qualcosa, senza tirare in ballo il genius loci, lo si potrà sostenere con più certezza tra qualche tempo). Parallelamente «il desiderio atroce | della lingua» precede la ragione ed è al contempo indicazione anatomica di una patologia e motivo implicito di poetica. La langue esprime la proiezione temporale verso il futuro unwritten dei personaggi attraverso una sintassi quanto mai invertita (frequenti le prolessi del verbo e le costruzioni atipiche) e un lessico perlopiù quotidiano nella sua esattezza, alterato talvolta da una patina di letteratura che agisce soprattutto come richiamo ironico a un passato libresco, inservibile nell’esistenza. Allo stesso tempo, l’imbarazzo che solitamente si prova a misurare il quotidiano con la più ampia sfera dell’etica non impedisce all’autore di costringere i propri personaggi a un incessante lavorio del pensiero. Frequenti, di conseguenza, sono pure le sentenze che affiorano tra una non-azione e l’altra, gli interrogativi che le donne e gli uomini del romanzo si pongono («Cos’è la tragedia se non l’opposto | di una morale, o la morale stessa | se presa sul serio – non si è mai risolta | ad uccidere la madre, il padre | lo sa vivo, ma allo schianto, | al fiotto rosso dalla gola, dalle braccia, | ha sempre e solo immaginato | le sue braccia, bianche ancora»).

 

Valentina, Lorenzo ed Elisa (insieme a Pietro, la voce fuoricampo degli Intermezzi e dell’Epilogo a Coimbra) sono tuttavia troppo smaliziati per cedere completamente all’idea che etica e morale possano essere argomenti alla loro portata: come in un film del Moretti che fu, la filosofia diventa chiacchera da bar, discorso di sottofondo della coscienza inadeguata. Non si tratta di una reductio, quanto di fedeltà alla registrazione low-fi delle esperienze, come se nel raccontare le vite degli altri Pisaneschi fosse investito da un pudore eccessivo rispetto a quanto non rimane in superficie. Almeno per il momento, allora, l’Arno non è il Liffey, il flusso di coscienza si ritrova scorciato e quasi dimidiato a causa delle inquadrature strette su un dettaglio particolare, il bisogno di descrivere la fisicità del mondo è una risposta all’asfissia e alla noia ma anche un radicamento consolatorio nei confronti di ciò che possiamo conoscere («Ha riaperto gli occhi – di fronte | il vino, gli spaghetti diminuiti. | Sempre più distinta la voce | dei vivi – un’evidenza semplice»). In questa necessità di testimonianza delle biografie minime dei suoi personaggi il lettore troverà infine la cifra più eticamente valida della scrittura di Pisaneschi.

Per chi si dispone all’ascolto pieno, sottraendosi ai pericoli narcisistici dell’io, la voce di chi vive è, del resto, un’evidenza semplice.

 

[Immagine: Foto di Odarka Bordun (particolare)].

 

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