di Vanni Santoni
[Questo articolo è stato scritto a partire dall’intervento d’apertura dell’autore al convegno internazionale Cristina Campo: le parole e il destino a cura di Małgorzata Ślarzyńska e aprirà il volume dallo stesso titolo in uscita per la casa editrice polacca Wydawnictwo Naukowe UKSW, che ringraziamo per la gentile concessione dell’anteprima.]
“Nobilissimi ierei,
grazie per il silenzio,
l’astensione, la santa
gnosi della distanza,
il digiuno degli occhi, il veto dei veli,
la nera cordicella che annoda ai cieli
con centocinquanta volte sette nodi di seta
ogni tremito del polso,
l’augusto canone dell’amore incommosso,
la danza divina del riserbo:
incendio imperiale che accende
come in Teofano il Greco e in Andrea Diacono,
di mille Tabor l’oro delle vostre cupole,
apre occhi del cuore negli azzurrissimi spalti,
riveste i torrioni di Sangue.
Che prossimità spegne
come pioggia di cenere.”
Con questa poesia di Cristina Campo, letta a mo’ di esergo, ho dato il via al mio intervento al convegno internazionale Cristina Campo. Le parole e il destino organizzato dalla cattedra di letteratura italiana dell’Università Cardinale Stefan Wyszyński di Varsavia in collaborazione con l’Istituto Italiano di Cultura, sotto l’egida della professoressa Małgorzata Ślarzyńska, che ringrazio per avermi conferito l’onore di aprire l’evento.
Si cercherà qui di riassumere per sommi capi un intervento sì lungo ma realizzato a braccio, su spontanee associazioni frutto dell’amore per l’autrice e della fresca lettura dei suoi epistolarî (contrapposta alla lunga frequentazione delle prose e delle poesie), il cui punto chiave è, io credo di poter affermare adesso a freddo, cosa significhi per un autore che scrive oggi, entrare in contatto col materiale incandescente, ma per lo più misconosciuto, prodotto da Cristina Campo. Mi scuso quindi dal principio con chi legge se questo testo non includerà tutte le cose dette a Varsavia sull’autrice italiana che ho in assoluto più cara, ma spero che possa trasmettere almeno quelle essenziali.
La mia scoperta di Cristina Campo, da qui CC, avvenne per caso, o meglio per serendipità. Mi trovavo a casa di un amico, dove il padre, per ragioni di spazio aveva stivato – non senza gioia da parte sua – la sua collezione di prime edizioni Adelphi. Chiesi un volume in prestito e scelsi quello che aveva sulla costola un cognome italiano, Campo appunto, che non avevo mai sentito, men che meno in collegamento con la nobilissima casa editrice.
In copertina c’era un particolare dal Trittico Portinari di Hugo van der Goes, opera da sempre ammirata, e anche in virtù di ciò non pensai oltre: senza neanche aprir le pagine, agguantai a colpo sicuro quel volume, che si sarà inteso esser stato Gli imperdonabili. Più del maestro fiammingo, c’entrò tuttavia quello che possiamo chiamare “effetto Adelphi”, dato che la casa editrice fondata da Bazlen e Foà, e poi diretta da Calasso, è l’unica rispetto alla quale ancora si può (poteva?) pescare a occhi chiusi, certi di trovare quantomeno un buon libro.
Quando però giunsi a casa, trovai qualcosa di diverso da un buon libro. Restai abbacinato da un capolavoro. Un fatto reso ancor più sconcertante dal fatto che si trattava di una sconosciuta (si noti che stiamo parlando di una dozzina di anni fa, quando non era ancora iniziata l’attuale vague campiana, alla quale potrei in piccola misura aver contribuito coi gl’interventi che quello sconcerto mi obbligò a fare, in giro per giornali e riviste).
In quel periodo stavo cominciando a lavorare all’embrione di quello che sarebbe diventato Muro di casse, un romanzo-saggio sui free party, volgarmente detti rave, e gli scritti di CC risuonarono con grande forza col lavoro che stavo facendo, al punto che una frase di CC medesima finì in esergo nel libro, non all’inizio ma in chiusura, con questo passaggio tratto da Sensi soprannaturali, uno dei testi che compongono proprio Gli imperdonabili:
L’incenso, erotico e ferale, trasfigura il respiro; alla percossa deliberata […] l’udito si apre con un trasalimento; il turbine incandescente dei canti, delle icone e delle fiamme unifica e moltiplica le percezioni. Tutti e cinque i sensi sono gettati al largo, fuori dal corpo, fuori dello “spazio demoniaco” del mondo: verso uno stato di veglia acuta, sapientemente suscitato e perpetuato, che è già l’inizio della loro trasmutazione. Di nuovo, chi abbia assistito anche solo una volta a una liturgia tradizionale celebrata con ispirazione, non sarà indotto facilmente al commercio, persino di fronte all’arte più consumata, della parola bellezza.
In questo brano, CC descriveva le sensazioni provate assistendo a una messa ortodossa svoltasi con rito tradizionale, ma vi riscontravo anche la perfetta descrizione di ciò che avviene a chi partecipi a un free party.
Non si trattava, tuttavia, di un mero détournement, e dunque di una provocazione – come potrebbe credere qualcuno, specie se memore del fatto che CC, oltre che avversa a ogni evento che implicasse folle di persone, era financo contraria a microfoni e amplificatori in chiesa (Lettere a Mita, p.189) –; per dimostrarlo è necessario entrare brevemente nelle tesi sviluppate in Muro di casse. Attraverso i tre protagonisti-narratori, nel libro si cerca di far chiarezza su un fenomeno assai stratificato e complesso – trent’anni di storia e radici culturali variegate quanto possono esserlo il punk, gli hippie, la soundsystem culture giamaicana, il clubbing e il mondo hacker –, nonché sistematicamente frainteso e mistificato dalla stampa, dividendolo sui tre piani ove ha avuto valenza: quello sensuale e edonistico; quello intellettuale e politico; quello, infine, rituale e mistico. E quando si arrivò, nella scrittura, al rituale e mistico, e naturalmente allo psichedelico, essendo poi questa la chiave del neo-misticismo incarnato dai rave, ecco che, tra gli scrittori e le scrittrici italiane, CC era l’unica che mi offrisse una sponda di pensiero e scrittura degna dell’argomento.
Prima di arrivare a spiegare la “Campo psichedelica”, varrà la pena ricordare che la sua influenza sul mio lavoro non si sarebbe fermata lì: attraverso di lei avrei ripreso in mano l’opera Simone Weil, pensatrice che avevo letto un bel po’ di tempo prima, concentrandomi sul suo vissuto e pensiero di anarchica, e molto meno su quello da mistica; chi ha letto il mio romanzo del 2022, La verità su tutto, in cui Weil figura addirittura tra i personaggi, potrà intendere cosa sia successo… Di nuovo, certo, per colpa o merito di CC. Sempre grazie a lei, mi sono appassionato a Hofmannsthal, il cui Andrea o i ricongiunti ha avuto un’ovvia influenza sul Detective sonnambulo... Prima di arrivare alla “Campo psichedelica”, però, varrà la pena anche precisare che di solito mi interesso poco o per niente della vita degli autori che leggo, anche di quelli che amo; per questo passai attraverso Gli imperdonabili, ma anche per La tigre assenza, senza la minima contezza del fatto che CC era considerata dai più autrice controversa, o del fatto che fu lungamente boicottata (cosa da cui veniva di certo il mio aver letto e scritto per anni senza averla mai sentita nominare). Lo capii solo quando vidi che alcuni critici italiani storcevano il naso di fronte al mio gesto di porre un esergo di CC a margine di un libro dedicato a un fatto politico, e segnatamente anarchico, come i free party.
Nulla nei suoi scritti letterari dava spiegazioni plausibili a questo odiato che ispirava in molti: certo, c’era il misticismo e sappiamo che il mondo culturale italiano degli anni in cui CC fu più attiva diffidava a priori di ogni cosa che puzzasse d’incenso, zolfo o palo santo, e quella pregiudiziale, al pari di quella contro il fantastico, vive ancor oggi; certo, dai suoi scritti traspariva pure una fascinazione per gli aspetti tecnico-rituali delle varie correnti del cristianesimo che poteva farla percepire come bigotta da alcuni, ma poteva davvero bastar ciò a farla odiare, a fronte della bellezza indiscutibile, scintillante, inequivocabile di quelle prose, e al livello comunque eccellente di quelle poesie d’ardita intertestualità?
Ovviamente c’era di più: c’era il personaggio Cristina Campo. La fidanzata del da tanti detestato Élemire Zolla. La baciapile. La reazionaria. Quella di famiglia fascista. Così era pensata, vista e presentata da tanti dei suoi contemporanei. La spiegazione di tanto oltranzismo incontrato da CC arriva dagli epistolarî, su tutti Lettere a Mita.
Seguendo la ricca e lunghissima corrispondenza con Margherita Pieracci Harwell (anche curatrice del volume, NdA), vediamo che a un certo punto della sua vita – non un punto a caso, ma coincidente con l’aggravarsi delle sue condizioni di salute, nonché molto successivo alla sua produzione letteraria più rilevante –, CC, ridotta a letto per la maggior parte del tempo, in grave sofferenza, comincia a fare considerazioni politiche sempre più estreme, arrivando a definire il ’68 come semplici “disordini”, per di più “ridicoli e gravi”. La Campo che ammirava eremiti e penitenti (ma in realtà era sempre al centro di ogni conversazione durante cene e ritrovi) andava scoprendo che essere nella pratica un’eremita sofferente è brutto, anzi orribile. Da lì perde vieppiù contatto con la realtà, immagina complotti, comincia a credere agli oroscopi (Lettere a Mita, pp.279, 290), diventa effettivamente reazionaria. Eppure, a chi sa leggere tra le righe, apparirà chiaro che quella infausta condizione non è che la degenerazione di un’ipersensibilità, confinante con l’apertura alla più profonda suggestione, che è la chiave sia della poetica campiana in sé (la quale si basa su un livello di ascolto possibile, appunto, solo in condizioni di sensibilità massima), sia delle sue migliori suggestioni mistiche. Amplificazione dei sensi e delle percezioni interiori fino allo sfondamento del velo di Maya… e cos’è questa, se non psichedelia?
È lecito altresì pensare che, per quanto lontanissima dalle controculture degli anni ’60, CC non fosse aliena all’espansione di coscienza: una foto scattata in casa sua e di Zolla mostra un centrotavola in foggia di funghi del genere psilocybe semilanceata misti a capsule di papavero da oppio, e lo stesso Zolla diede a intendere in più occasioni di esser “psiconauta”; ma senza scritti si può solo presumere, dunque affidiamoci proprio agli scritti. Se le suggestioni visionarie sono ben presenti tanto negli Imperdonabili quanto nella Tigre assenza, qualcuno potrebbe stupirsi nel trovarne anche nei famigerati epistolari: ecco l’Alice carrolliana che passa attraverso il fatidico specchio (p.289); ecco il rovescio del tappeto (dove si nasconde un’altra realtà, p.245); ecco la trasmutazione alchemica dell’individuo; ecco la volontà di amplificare, prima, i sensi, per poi spogliarsi di ogni fronzolo e abbracciare una verità ulteriore, indivisa.
Proprio come quegli esploratori lisergici che, stracciato ogni velo di Maya, si trovarono di fronte alle verità del nondualismo… O come lo stesso Hugo von Hofmannsthal, tanto adorato da CC da esser stato per tutta la vita la sua dichiarata stella polare, quando nella Lettera di Lord Chandos ci regala una delle più belle descrizioni di un’esperienza psichedelica mai lette – e raggiunta senza conoscere la meditazione né aver accesso a molecole ancora sconosciute, ma solo con la combinazione di attenzione e ipersensibilità, né più né meno le linee-guida campiane.
Ma per quanto la letteratura di Campo aiuti oggi chi scrive a superare il vieto pregiudizio anti-mistico che ancora affligge una parte della nostra letteratura – superamento urgente: in epoca di crisi multiforme di pensiero e rappresentanza, c’è anzitutto bisogno di reincanto –, e per quanto la qualità di quella letteratura dal così elevato afflato spirituale annienti da sola qualunque pregiudizio d’ordine ideologico, è necessario far attenzione a pensare CC come mistica in senso classico, errore in cui sono incorsi in tanti: proprio come per Hofmannsthal, la sua visionarietà non passa dalla grazia, che pur ricercava, né dalle pratiche degli asceti che pur ammirava: passa dalla lettura, fatta secondo le succitate linee guida. CC è mistica in quanto suprema lettrice, che arriva a farsi tutt’uno col testo e col suo contenuto, e poi a renderlo come un prisma che ne moltiplica colori e potenza. Vogliamo parlare di misticismo intertestuale? Credo lo si possa fare senza tema d’esser accusati d’esagerazione: del resto, per dirla con le parole proprio di CC,
restano pagine come torri
negli alti covi difesi da un rintocco.
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