di Clio Pizzingrilli
[Riceviamo e pubblichiamo questo intervento di Clio Pizzingrilli che si inserisce nella discussione generale di queste settimane, alimentata anche da diversi interventi apparsi sul nostro sito].
Sono giorni assai difficilmente comprensibili, tuttavia non di guerra, dacché il contagio è imparagonabile, come invece hanno tentato di fare governanti e opinionisti, ad un conflitto con un nemico invisibile – di una cosa si può esser certi: il contagio ha fatto strame dello schema amico/nemico, di modo che la celebre espressione utilizzata da Hobbes è passibile di essere trasformata in homo homini agnus. Finora avevo inteso si trattasse di un unico virus irraggiantesi in crescita esponenziale, quando in realtà si tratta di sciami di virus fra loro dissimili, inequabili, pertanto dotati di differenti capacità di impatto, di talché, di fronte a un’orda così composita e minacciosa, viene chiesto che l’umanità nel suo insieme, fatta eccezione di quanti sono chiamati ad amministrarla, consista in entità non-sostanziale, incapace di conferire una dimensione di essere al proprio essere, scostata eo ipso dalla verità, la quale mai come in questa situazione potrà anche solo approssimarsi a conoscere, già che detta conoscenza appare di esclusiva pertinenza di alcuni e di nessun altro. In questi giorni, al momento ineffabili, ho talora provato a immaginare quale sarebbe stato l’umore del popolo, se questa pandemia fosse esplosa cinquanta o sessant’anni fa. Ho il ricordo, di quegli anni, di società feconde, pervase da utopie comunitarie, protese verso la felicità di tutti, al tempo stesso insistenti su conflitti affatto materiali; ho in mente una pluralità di sinistre in ogni parte d’Europa, ciascuna con caratteristiche e obiettivi peculiari, non di rado fra loro perfino incompossibili. Che cosa avrebbe detto tutto questo popolo, come avrebbe reagito?
Ho immaginato che avrebbe preso la parola per marcare una differenza dal modo tirannico e bieco con cui le classi dirigenti stanno adoprandosi a egemonizzare la pandemia, amministrando masse ignare, figurate come greggi sovrastate da lupi famelici, mancanti di qualsiasi perizia, prostrate a piatire il pane della propria sopravvivenza; lo avrebbe fatto a partire da una intelligenza generale costituita nel corso di cicli storici; lo avrebbe fatto a partire dalla consapevolezza che una tale congiuntura delinea l’opportunità di rovesciare la prospettiva produttivistica del capitale e di sovvertire l’andamento delle molte singolarità, tuttora inchiodate in e attraverso processi estrattivi di plusvalore. Ora invece quanto ho provato a immaginare sembra inimmaginabile, benché sia la sola via d’uscita tuttora immaginabile, e dunque ancora sempre desiderabile, a dispetto di morbose rappresentazioni montate con acribia a mezzo di quelli che vengono chiamati dispositivi ovvero inespugnabili macchinari di morte, su cui tutta una theory si è venuta insediando senza soluzione di continuità; ora si ha a che fare con quello che abbiamo sotto gli occhi – un proletariato smantellato, virtualizzato, già distanziato dal luogo di produzione, espropriato della sua propria prossemica, del proprio sé e del comune, verosimilmente volto a istanze rivendicative per entro lo schema neoliberista, ciò è a dire un proletariato dis-utopico. La causa di un tale smontaggio dell’intelligenza generale di quello che chiamavasi, e, per quanto capisco, può a ragione continuare a essere chiamato proletariato, è l’avvento e successiva espansione del neoliberismo, succeduto a assetti economico-sociali di stampo welfaristico.
Se, come è stato osservato, gli esseri umani si definiscono in rapporto a una ignoranza originaria, non resta loro che continuare ancora sempre a definirsi, a ridefinirsi, a lavorare una ripresa dell’essere-nel-mondo, e il presente appare come il momento, il kairós per dare una durata a questo lavoro di definizione. Ora, mi pare che quanti decidano di prendere adesso la parola, probabilmente dovrebbero guardarsi dall’esporre tesi conseguenti a studi pregressi, dovrebbero evitare di cercare nell’attuale congiuntura la rispondenza a macchine teoretiche scrupolosamente montate, dovrebbero, detto altrimenti, rifuggire da vacue ornamentalizzazioni logiche; dovrebbero altresì rinunciare all’esercizio della sofia, al contrario dedicarsi a conoscere, a capire quanto c’è qui, ora da capire, a ravvicinare tutta una umanità distanziata. Ancora sempre miseria della filosofia.
Dobbiamo cominciare a pensare una nuova apparenza del proletariato internazionale, europeo senza meno, una sua verità rinnovata nel seno del neoliberismo.
[Immagine: Banksy, Workers of the World Unite!].
Finalmente Era ora. Il proletariato internazionale, europeo senza meno, ringrazia.
E ben, era l’intervento che mancava. In uno stile piano poi, atto “a ravvicinare tutta una umanità distanziata”.