di Davide Susanetti

 

[È da poco uscito presso l’editore Tlon  l’ultimo libro di Davide Susanetti, Vertigine della soglia. Ferite, passaggi, metamorfosi. Ne pubblichiamo un estratto dai capitoli Dormienti e Servitù del tempo.]

 

Dormienti

 

Secondo l’etimo, barbaro è colui che balbetta, che farfuglia, che non conosce la lingua e non è in grado di comunicare. I Greci chiamavano così tutti i popoli che non parlavano greco. Eraclito lo diceva della maggioranza degli uomini perché, a prescindere dalla loro etnia, i mortali sembrano muoversi e vivere, come sonnambuli, in una realtà che non comprendono e con cui non riescono ad avere alcuna effettiva relazione. Anime barbare che conducono la propria esistenza tra cose che restano loro estranee e ignote, ancorché credano e immaginino di conoscerle e di intenderle. Anime straniere in un universo che rimane loro altrettanto straniero, frammentato e incomprensibile nella sua verità. Tutti si imbattono, giorno dopo giorno, nelle medesime cose e nei medesimi fenomeni, a cominciare dal sorgere e dal tramontare del sole. Eppure è come se ognuno abitasse, chiuso e sigillato, in una propria ed esclusiva dimensione. Come se ognuno vivesse murato in un mondo proprio. Allo stesso modo di chi dorme e sogna vivendo in un universo che è solo suo e non comunica con la realtà al di fuori di sé, benché la tenace illusione suggerisca il contrario. Un labile sogno che subito si dimentica, rendendo ancor più discontinua e confusa l’esistenza. Un labile sogno che ciascuno prende come misura della realtà. Esistenze irrimediabilmente irrelate, barbare e straniere. Esistenze immerse in quell’inconsapevole sonno che è la singolare opinione di ciascuno. Occorre uscire dalla perniciosa separatezza dell’ídion, di quanto è solo proprio e ingannevolmente privato. Occorre elevarsi, con la forza dell’intuire, all’orizzonte dello xynón, di ciò che è comune, di ciò che connette e attraversa l’intero di cui l’universo consiste. Xynón è l’insieme e ciò che tiene insieme. È il continuo di una realtà che, al di là dell’apparenza, è essa stessa continua e intimamente connessa. Occorre, ancora, portarsi nell’intimo di quell’armonia invisibile che sta al fondo e che si nasconde. Armonia invisibile che lega e vincola in modo diverso da quanto gli occhi distrattamente colgono. Armonia per la quale, in verità, tutte le cose sono una. E, a partire da quell’una, esse si mutano secondo una vicenda incessante fino a tornare, nuovamente, al principio. A Eraclito, quella cosa una, quella cosa sapiente di cui tutto consiste, era apparsa come splendore di fuoco che diviene aria, acqua e terra per poi brillare ancora come fiamma incandescente. Fuoco che si accende e si spegne secondo ritmo e misura di quella stessa armonia. Come l’oro è ciò con cui ogni cosa si scambia, così è il fuoco rispetto alla molteplice natura che si mostra. Quando sulla fiamma si pongono a bruciare aromi ed essenze, profumi diversi sprigionano e nomi diversi si danno a ciascuno di essi, ma è sempre il fuoco ciò che, al fondo, arde e quelle fragranze produce attraverso il suo calore. Fuoco è il divino stesso che, nel suo trasformarsi incessante, diviene giorno e notte, inverno ed estate, guerra e pace, sazietà e fame. Realtà del mondo è trama di contrari che si oppongono gli uni agli altri e che, al contempo, coincidono e si risolvono nel medesimo. Realtà è tensione che corre, come sulla corda di una lira, da un estremo all’altro senza sosta. Da tutte le cose l’uno e dall’uno tutte le cose. Sapienza riposta di una mente che governa il tutto attraverso il tutto, luce di un fulmine che regge il timone dell’universo. Per destarsi a essa, per rompere il sonno della barbarie e dell’estraneità, bisogna che l’anima si faccia, a propria volta, asciutto splendore, fiamma viva. Intuizione dell’armonia invisibile è mistica coincidenza di fuoco con fuoco. Anima e mondo non più estranei l’uno all’altra, ma intimi e comunicanti nell’immediatezza. E allora muta anche il giudizio che si ha della vita. Per il divino tutte le cose sono belle e giuste. Solo gli uomini operano distinzioni. Solo gli uomini, sprofondati nel sonno, possono scambiare la bellezza assoluta del cosmo per un cumulo di rifiuti sparsi a caso, per una distesa priva di valore o di senso. Cogliere il continuo, cogliere il comune, intuire come gli opposti che discordano siano connessi, in verità, dalla più bella armonia, percepire il fondo invisibile da cui ogni cosa si origina è il segreto della sapienza, è l’effetto del risveglio. «Ho cercato da me stesso», diceva Eraclito. Perché è solo partendo da sé e dalla propria interiorità che si può attingere all’interiorità del mondo. Fiamma con fiamma. È solo immergendosi nel profondo che si può trovare ciò che sta al di sotto della superficie. Immergendosi come tuffatori o palombari che si calano nell’abisso del mare. Eraclito aveva dedicato la propria opera, il discorso che aveva scritto per testimoniare la propria ricerca, agli iniziati e ai posseduti di Dioniso. Perché sempre dionisiaca è l’intuizione che buca il riflesso cangiante delle apparenze, l’intensità che consente di trapassare nell’oltre. Occhi che non vedono, orecchie che non sentono, menti impotenti e imbrigliate da fallaci distinzioni di parole. Anche Parmenide, come Eraclito, aveva tacciato i mortali di essere sordi e ciechi alla realtà, incapaci di percepire l’unità assoluta di ciò che è uno e continuo. E quest’uno si era offerto alla sua intuizione come l’immagine di un cuore che non trema, un cuore pulsante e raccolto nel proprio centro. Per giungere a esso, egli aveva dovuto portarsi al di là dei limiti dello spazio e del tempo che limitano l’umano percepire. Fuoco che brucia, fulmine che squarcia l’oscurità, cuore che batte. Immagini diverse che dicono il medesimo. Verità che non è astrazione di pensiero. Vibrazione interiore della vita stessa che pervade l’universo. Vita continua per chi non balbetta e, cercando da sé, giunge alla folgorazione dell’intuire in cui la propria anima e il cosmo sono il medesimo.

 

Servitù del tempo

 

L’accusa era stata depositata e il processo non si sarebbe fatto attendere. Socrate, come sempre, continuava a discorrere. Intrattenendosi con Teeteto e l’amico Teodoro, gli venne, tuttavia, di pensare al luogo che lo aspettava. Non perché lo preoccupasse, ma perché quello spazio era l’esempio di tutto ciò da cui occorreva distinguersi. In tribunale, una clessidra ad acqua regolava il tempo assegnato alle parti. Lo scorrere del liquido determinava la durata dei loro discorsi. Accusatore e accusato si dovevano attenere a quella misura per esporre le proprie ragioni, per denunciare un torto o per accampare la propria innocenza. Non era concesso chiedere altro tempo o prolungarsi oltre quel segno. Il fluire dell’acqua incombeva come un’urgenza inflessibile che non dava scampo. Era sufficiente quella durata per comprendere la fondatezza della causa intentata? Era sufficiente per valutare ove stesse davvero il giusto di quel che veniva discusso? Tanto doveva bastare. Era come una gara di corsa in cui si era obbligati a seguire la pista tracciata, girando forzosamente intorno a una meta, il più in fretta possibile, per toccare il traguardo prima dell’altro. E il prezzo di quella corsa assurda era spesso la vita stessa. Mentre l’acqua scorreva a esaurirsi, ognuno si giocava il tutto per tutto. Allora non vi era altro che vincere o soccombere, sfruttando, com’era possibile, il limite angusto dell’occasione. Che discorsi si potevano mai pronunciare se le condizioni erano queste? Discorsi dettati dalla paura e dalla tensione. Discorsi piegati all’unica necessità di imporsi e di persuadere prima della fine dell’acqua. A ogni costo e con qualsiasi mezzo. Se spiegare ed esaminare che cosa fosse effettivamente accaduto, se interrogarsi sul senso di un atto, rischiava di eccedere il limite della clessidra, meglio non provarci nemmeno. Meglio ricorrere, piuttosto, alle armi dell’astuzia e della lusinga, e persino spudoratamente mentire, se tutto questo era più efficace per ingraziarsi, in breve, il favore e il consenso della giuria. Alla fine, i fatti e le ragioni potevano anche svanire. Bisognava dire soltanto quel che serviva a salvarsi prima che l’ultima goccia fosse caduta. Ma che accade se tribunale e clessidra divengono la realtà di tutti i giorni? È questo che Socrate pensava. La vita della città non si consuma e si svolge in quell’identico modo? Tutto è contesa e controversia, affanno e paura. Tutto è rigidamente misurato e scandito come in un processo permanente che non consenta di fermarsi o di divagare. Un affaccendarsi senza tregua nell’incalzare dell’acqua che scorre. Una gara in cui occorre ottenere un successo immediato oppure esporsi a rovina. Ogni atto e ogni parola sono sottomessi all’urgere di una scadenza cui non è dato sottrarsi. Un tempo senza tempo, che non si possiede e solo si subisce. Un tempo da schiavi che limita e storce ogni cosa. E non c’è da stupirsi se gli uomini, abituati e coartati dalla clessidra sin dall’infanzia, divengano, a loro volta, storpi e deformi, abili solo a mentire o a compiacere, per strappare, sul momento, un vantaggio o un guadagno. Incapaci di concepire qualcosa che non sia la contingenza asfissiante del tribunale. Amore di sapienza desidera ed esige tutt’altro. Libertà di un tempo di cui si dispone a proprio agio, senza limitazione di misura stabilita e senza fretta di giungere a un risultato. Libertà di un tempo che serenamente anche si perde, perché non c’è padrone o avversario con cui misurarsi. Libertà di un tempo che non contende e non gareggia, perché non deve imporsi né imporre nulla. Iniziare un discorso, svilupparlo per un tratto, ma poi, se è il caso e l’ispirazione lo suggerisce, interrompere quel che si sta dicendo, per prendere un’altra strada o per fare un giro più lungo. Fermarsi e ricominciare tutto da capo per l’ennesima volta. Provare a dire in modo ancora diverso. Con pazienza, senza assillo. Questo è lo stile che amore di sapienza insegna. Toccare la verità è il suo unico fine e non importa quanto tempo ci voglia né che se ne veda la fine. Verità, d’altro canto, è libertà stessa dal tempo. Verità di una pratica che tende senza tempo alla sua meta. La città corrompe e guasta. Bisogna, diceva Socrate, evitare di muoversi in essa e di frequentarne gli spazi. Sarebbe persino consigliabile dimenticarne le strade e non sapere dove esse portino. Chi ama sapienza non dovrebbe avere la minima idea di dove si trovino i luoghi che la gente frequenta. Non solo il tribunale, ma anche la piazza, il mercato, la sede dell’assemblea, le dimore delle feste e dei banchetti. Niente di tutto questo. Occorre evitare tutti quei luoghi per sottrarsi al contagio dei discorsi che in essi si tengono. Discorsi segnati da ristrettezza che non è solo del tempo, ma che appartiene anche allo sguardo. Discorsi confitti nell’ovvio e nello scontato di ciò che è più prossimo. Sempre a fare confronti l’uno con l’altro nel giro delle solite cose. Sempre a brigare per cariche e onori. Sempre a vantarsi o a sparlare delle magagne del prossimo. Persino le leggi e i decreti varati dalla città, meglio non leggerli e non saperli. Che può venire da un così ben costrutto allevamento di servi? L’amante della sapienza si estrania da quanto lo circonda e non si abbassa alla meschinità di ciò che è vicino. Solo il suo corpo abita in città. Solo quello è preso dalla banalità e dal peso del quotidiano. La sua anima, intanto, vola libera ovunque. Si inabissa nelle profondità della terra e ascende alle stelle del cielo. La sua anima spazia e agogna l’intero di ciò che è. Talete, tenendo gli occhi fissi sugli astri, non vide la buca che gli si apriva dinanzi. Cadde e una servetta lo derise per la sua dabbenaggine. Ed è sempre così. Derisione accompagna l’amante della sapienza proprio perché trascura e non considera le piccolezze che tutti conoscono. Sembra goffo e sciocco a chi è allevato nei modi della città, a chi conosce solo i cavilli e le sottigliezze del tribunale. Eppure è l’unico a non essere schiavo. E chi lo deride avrebbe terrore se si trovasse, all’improvviso, sospeso in quell’altezza ove egli si spinge. Anima che fugge e si esilia dalla città, anche se il suo corpo vi resta. Consigli estremi quelli di Socrate. E tuttavia è stando in quell’esilio, abitando in quell’immensa distanza, che si può vedere davvero che cosa sia la città e che altro dovrebbe essere. Non è tra cielo e terra che anche quanto è più prossimo trova la sua effettiva misura? Non è lì che bisogna porsi per non essere storpiati dall’affanno della clessidra? Anima è l’orizzonte che spezza il processo.

 

[Immagine: Alberto Burri, Grande cretto bianco].

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