di Maria Teresa Carbone

 

Viaggio in Italia è un ciclo di conversazioni che ha di volta in volta per protagonista una città del nostro paese, a partire dall’idea che, soprattutto per i temi connessi alla cultura, Roma e Milano occupano quasi per intero il paesaggio mediatico: una vera distorsione prospettica, se si pensa a quanto è ancora viva la dimensione delle cento capitali che due secoli fa caratterizzava l’Italia (e senza dimenticare, tra l’altro, che ancora oggi nei comuni al di sopra dei 100.000 abitanti vive meno di un quarto della popolazione). In ogni puntata le stesse domande (ricorrenti per le diverse città o pensate ad hoc) vengono poste a due persone diverse per ambito di lavoro e per generazione, lasciando che ogni interlocutore risponda in autonomia a tutte o a alcune, in modo conciso o estesamente, con la speranza che dalle affinità o dai contrasti possa nascere qualche spunto di riflessione. Dopo Genova, è il turno di Palermo e a rispondere sono Fabrizia Lanza e Claudio Gulli, dei quali si trova in fondo una breve nota biografica.

 

Se dovessi descrivere a un forestiero cosa significa abitare Palermo – non starci due o tre giorni, ma proprio viverci – da cosa inizieresti? Dove gli consiglieresti di andare, cosa gli diresti di leggere?

 

Fabrizia Lanza: Che domanda difficile! Dipende da tante cose, dall’età, per esempio, o da quello che uno vuole fare. Ne conosco, di persone che si sono trasferite a Palermo, soprattutto stranieri che hanno comprato casa nel centro storico, un luogo che negli ultimi anni ha avuto una crescita di qualità straordinaria. Mi ricordo, da ragazza, certe strade, come via Alloro o la zona intorno a Piazza Garibaldi, non ci si andava da soli, era considerato pericoloso. Adesso invece è pieno di persone che vengono da altre parti del mondo e vivono lì, è il quartiere dei musei, del magnifico Palazzo Butera. Insomma, è un’altra cosa rispetto a quello che era nella mia infanzia. Ma Palermo in generale è cambiata moltissimo e in meglio, devo dire. Certo, la gentrificazione porta anche un prezzo da pagare. Io ho abitato per qualche anno proprio in quella zona, ma ora vivo a Mondello, che è molto solitaria in inverno e mi piace per questo. A qualcuno di fuori che vuole stabilirsi a Palermo, direi però di provare, perché Palermo è una città bellissima, bellissima senza se e senza ma. La vita quotidiana, ecco, se devi pagare una bolletta alla posta o fare una visita medica, lì casca l’asino, soprattutto se non hai vent’anni. Dove andare? Naturalmente il centro storico, sapendo però che lì di Palermo c’è poco o niente, è tutto molto “allestito” per i turisti, tutto venduto da quando è diventato patrimonio Unesco, per non parlare di Corso Vittorio, il sukkificio, come lo chiamo io. Quindi direi di andare anche in altri quartieri: per esempio, la zona intorno a via Dante è bellissima, forse non c’è lo charme dell’affaccio sul mare, ma è un’altra cosa, è la città vera, anche se devi mettere in conto il traffico, il rumore, le puzze… È una città ancora molto palermitana, trovi un casino allucinante, ma anche i carrettini con la frutta esposta in un modo sublime come solo i siciliani sanno fare.

 

Claudio Gulli: Farei dei lunghi giri a piedi, partendo ovviamente dal centro storico ma provando da subito a sconfinare, per capire la relazione fra il dentro e il fuori che condiziona potentemente la geografia contemporanea di Palermo sin dai tempi più antichi. Per esempio, andrei ai Cantieri Culturali della Zisa, a Maredolce per avere un’idea di un sollazzo normanno ancora immerso nel paesaggio, e anche in luoghi classici, se uno non ci è mai stato, come Monreale e Monte Pellegrino. Poi cercherei di sintonizzarmi sui tantissimi eventi culturali – e parecchi sono di qualità – che ormai popolano la città. Si stanno moltiplicando le programmazioni cinematografiche indipendenti, i nuovi spazi gestiti da artisti, i teatri o i locali aperti da chi si è trasferito a Palermo o da chi ci passa sei mesi all’anno. Questo tessuto è la vera novità del decennio e per me è una risorsa impareggiabile. Come letture, fra le tante che si potrebbero scegliere, posso invece suggerire una guida della città, parecchio conosciuta fra i palermitani ma che non è detto arrivi immediatamente a chi visita la città. È un libretto rosso la cui prima edizione risale al 1956, dedicato da Giuseppe Bellafiore a Palermo. Testimonia il livello di qualità di questa guida la continuità delle edizioni aggiornate – l’ultima è del 2018 – curate dalla nipote dell’autore, che ha creato una casa editrice specializzata nelle pubblicazioni dello zio. Alcune soluzioni del Palermo di Bellafiore sono semplici e sensate: gli itinerari sono costruiti con numeri e frecce che indicano cosa vedere prima e cosa vedere dopo, oppure l’apparato illustrativo, composto esclusivamente dei disegni di Nino Valenti. Le indicazioni sulle opere d’arte sono tante e spesso attente; per me rappresentano degli ottimi punti di partenza per ragionare sulla qualità di tanti dipinti e sculture sparse nelle chiese di Palermo o sulle vicende urbanistiche dei quartieri e delle strade del centro.

 

Esiste, secondo te, una “lingua” specifica di Palermo – non solo verbale, ma anche gestuale, ritmica, estetica – che la distingue da altre città siciliane o mediterranee?

 

Fabrizia Lanza: Sì, direi proprio di sì. Non ti saprei dire gli elementi linguistici che la distinguono ma Palermo ha un’allure, nel bene e nel male, molto particolare, un’allure da città sovrana, con questi palazzi, questi tagli urbani importanti, la bella croce dei Quattro Canti tra il Cassaro, Corso Vittorio, via Maqueda e via Ruggero Settimo. È una città pensata con grandi interventi urbanistici, che ha raccolto enormi ricchezze ed è servita da città di parata. Poi in realtà i Borbone stavano sempre a Napoli, quei cinque minuti che venivano a Palermo andavano a caccia, non gliene fregava niente dei palermitani, e gli spagnoli mandavano i Viceré. E anche prima, con Federico che aveva tremila cose da fare nel mondo, una corte qui non c’era, ma al tempo stesso il cuore del Regno di Sicilia, della corona siciliana, è sempre stato a Palermo. Forse Messina prima del terremoto, nei tempi seicenteschi, era una città cosmopolita che rivaleggiava con Palermo, ma noi contemporanei non ne sappiamo un granché. Palermo, malgrado le guerre, malgrado le bombe, ha ancora questa “mpigna” diremmo noi in siciliano, questo volto da principessa. E poi, siccome siamo un popolo estremamente disordinato, c’è di tutto, quartieri formicolanti di etnie, lingue, mercati, e questo non è solo di Palermo, ma la cifra del grande melting pot da un lato e dell’eleganza architettonica stratificata dall’altro mi pare abbastanza unica.

 

Claudio Gulli: Esistono dei ‘comportamenti’ linguistici palermitani specifici, messi in scena a meraviglia, per esempio, da Emma Dante in Cani di bancata. Un modo di camminare dinoccolato, un modo quasi ossessivo di osservare gli altri, quasi a sfidare il prossimo, o di schedare mentalmente quello che succede per strada. Questi tratti possono anche variare nel raggio di centinaia di metri: una volta una persona della Kalsa mi ha raccontato che si possono distinguere addirittura fra tre o quattro dialetti restando dentro al perimetro del quartiere. La stratificazione culturale di Palermo è in effetti straordinaria: io conosco meglio la parte borghese della città e mi ha sempre colpito quanto certe sfumature di comportamento, anche linguistiche, cambino da una zona all’altra. In parte è così in tutta Italia, la sensazione è però che rispetto alle altre grandi città italiane (Napoli, Torino, le stesse Roma e Milano), l’abbandono del centro storico nel Dopoguerra e l’assenza di pianificazione urbanistica negli stessi decenni abbia comportato una frammentazione, una perdita di identità più azzerante. Palermo ha risposto come le viene più naturale: creando nuove culture.

 

Forse vale per ogni luogo, ma nel caso di Palermo, per chi viene da fuori, il peso degli stereotipi mi pare particolarmente forte. Per esempio, ritieni che le famiglie aristocratiche palermitane abbiano ancora un ruolo importante nella vita culturale e sociale della città o si tratta solo di un’idea viva nella mente dei forestieri?

 

Fabrizia Lanza: No, è uno stereotipo. Secondo me la classe aristocratica oggi non ha più nessun ruolo e comunque questo ruolo è stato abbastanza fallimentare sin dall’Ottocento. È uno dei grandi problemi dell’isola, che non ci sia una classe dirigente e che quella che aveva i mezzi per esserlo si è persa per strada, ha abdicato a tutto. Ci sono, sì, famiglie che hanno un’aura, perché ancora hanno dei luoghi che rappresentano quel certo passato, però nei fatti io vedo un vuoto di potere, di cultura. Forse vale per tutta l’Italia, ma Firenze, per esempio, mi sembra interessante, perché c’era un’aristocrazia molto forte, più recente forse di quella di alcune famiglie siciliane, però capace di tenere le proprie redini, di fare cose che danno alla città un tono diverso, e questo qui non è avvenuto.

 

Claudio Gulli: Sono d’accordo con Fabrizia, aggiungerei che gli stereotipi su Palermo sono fortissimi. Il mito del Gattopardo è difficilmente estirpabile, ma non c’entrano né Tomasi di Lampedusa né Visconti. La tipologia di aristocratico palermitano rappresentata dal principe di Salina – nostalgico, attendista, disilluso – non va estesa a dismisura; d’altronde la finzione letteraria o cinematografica era legata alla vicenda specifica di una famiglia. Peraltro, Tomasi voleva essere un Dickens siciliano, voleva irridere, a suo modo, un sistema di convenzioni. Esistono anche storie di aristocratici completamente diverse, di oggi e di ieri, che però non rientrano nei luoghi comuni sulla città. Anche perché raccontano di tentativi di innovazioni che talvolta falliscono ma altre volte no, e generano dei veri e propri imperi economici, come altrove del resto, ma qui c’è sempre la tendenza accomodante a trovare una versione della storia per cui il sottosviluppo c’è e rimarrà in eterno, perché lo dice il principe di Salina. Oggi peraltro corriamo il rischio di sostituire il mito del Gattopardo a quello dei Florio, con una miscela esplosiva fra le due maree dell’immaginario. Da un lato un’aristocrazia che immobilizza tutto, dall’altro un’imprenditoria che punta esclusivamente a raggiungere il potere e lo stile di vita aristocratico, per poi riprodurne la staticità. Questa formula serve solamente a semplificare una realtà storica molto più articolata e, proprio per questo, per me affascinante.

 

Ancora a proposito di cliché, secondo te in che modo le istituzioni culturali pubbliche e private della città rispondono al fatto che da fuori Palermo è vista anche, se non soprattutto, attraverso la lente del crimine organizzato?

 

Fabrizia Lanza: Ti rispondo con un’esperienza personale. La scuola di cucina che ha creato mia madre alla fine degli anni Ottanta era rivolta soprattutto agli stranieri e in particolare agli americani, e allora l’immaginario era esclusivamente legato al Padrino e la clientela era perlopiù di italo-americani o siculo-americani di terza o quarta generazione che venivano a ritrovare le loro radici. Da vent’anni, da quando gestisco io la scuola, questo tema non è più apparso e le cose, grazie a Dio, sono cambiate immensamente. Il Padrino è un pallido ricordo, ed è un bene, perché sebbene sia un film strepitoso, non ha reso un buon servizio alla Sicilia, e d’altro canto sono emerse alcune cose che hanno dato una nuova identità alla Sicilia, prime fra tutte il vino e la gastronomia. Oggi il turista viene in Sicilia per bere e mangiare, e anche qui ci sono valanghe di stereotipi, però la cucina regionale siciliana è di fatto uno dei grandi nuovi miti della cultura gastronomica europea, e il vino anche.

 

Claudio Gulli: Credo che sia necessario, in questa fase, confrontarsi seriamente con la storia della mafia e della speculazione a Palermo dal Dopoguerra alle stragi. È impensabile e falsificante una narrazione della città che non affronti questi passaggi: l’abbandono del centro storico, la distruzione del paesaggio della Piana dei Colli o di Bagheria, l’assenza di pianificazione urbanistica, il prevalere dell’ala corleonese nella mafia. Su questo esiste tanta letteratura e cinematografia, ma meno ricerca storica rispetto a quello che si potrebbe fare, dal mio punto di vista, soprattutto intrecciando i piani. Un ottimo libro recente e ben documentato è stato scritto da Fabrizio Pedone e si intitola La città che non c’era. Tutto questo dovrebbe chiaramente servire per costruire una linea di demarcazione, rispetto alla storia che stiamo costruendo da venti-trent’anni a questa parte, che è di segno completamente diverso. Chiaramente la mafia esiste ancora, agisce in modo diverso, ma è anche arrivato il momento di parlare di Palermo senza parlare solo ed esclusivamente di mafia, perché tante dinamiche della città non sono più direttamente collegabili al fenomeno mafioso. Per fortuna, e già da tanto tempo.

 

In qualche modo a questo proposito, come percepisci il rapporto tra le diverse generazioni di palermitani oggi? Qual è il dialogo tra chi ha vissuto le trasformazioni degli ultimi decenni e chi è cresciuto nella città contemporanea?

 

Fabrizia Lanza: Guarda, non sono una buona testimone perché vivo ritirata a Mondello, ho il mio da fare alla scuola di cucina e giro come una trottola per il mondo. Però vedo che ci sono tante piccole iniziative – gallerie, artisti, teatri. Non credo che si coprano di soldi, anzi penso che facciano abbastanza la fame, ma c’è a Palermo una vivacità di cose che succedono, e lo so perché i miei amici hanno trenta, quarant’anni, non sono vecchietti come noi, e sono loro che agitano le acque. Poi Claudio ti dirà meglio perché Palazzo Butera per me è forse una delle più belle istituzioni culturali che siano nate negli ultimi vent’anni – bella da tutti i punti di vista: criterio di restauro, qualità delle collezioni, intenzioni dei collezionisti. So che lo scopo di Massimo Valsecchi era di allacciare multipli fili con la città, fare di Palazzo Butera il fronte d’ingresso con lo Steri, con Palazzo Abatellis, ma mi chiedo se da questo punto di vista sia andato lontano, che rapporto abbia davvero con Palermo. Anche il movimento di giovani che fanno mostre, concerti, teatro, a volte temo che sia un po’ autoreferenziale, e le Vie dei Tesori, cioè l’apertura, come faceva il Fai, di luoghi sconosciuti, bellissimi, muove tante persone, ma non so se mi sentirei di dire che dal mio punto di vista rappresenta la cultura della città.

 

Claudio Gulli: La mia generazione – sono nato nel 1987 – è passata dalla Scuola adotta un monumento alle Vie dei tesori, quella dei miei genitori – un’insegnante di scuola poi diventata preside e un insegnante di scuola poi diventato ricercatore all’Università – non andava oltre Villa Sperlinga quando usciva la sera, come ha detto anche Fabrizia prima. Il centro storico era precluso alla generazione dei baby boomers. La riscoperta dei monumenti e di un patrimonio infinito di chiese, palazzi, dipinti, sculture disseminati ovunque è forse l’esperienza collettiva più entusiasmante che ha potuto fare la mia generazione di palermitani, quando eravamo bambini o ragazzi. Certamente eravamo instradati dalla generazione precedente. Dall’inizio degli anni ’90 a prima della pandemia, docenti di scuola o giornalisti di mezza età si sono trovati a insegnare a bambini, liceali o studenti, come fare i ciceroni per una settimana o per un mese, perché la città intera riscopriva i suoi monumenti. Un percorso simile è stato fatto a Napoli, credo, ma a Palermo il centro storico era stato più abbandonato che a Napoli, quindi il senso di riscoperta è stato maggiore. Oggi lo scenario è ulteriormente cambiato. Le vie principali del centro storico sono pedonali, e Palermo è diventata attrattiva per i turisti o per persone di fuori che hanno scelto di abitare qui. In una certa misura, era inevitabile che prima o poi accadesse: una città di tale bellezza e importanza storica non poteva rimanere a lungo così sconosciuta.

 

Quale ruolo ha il porto, e il mare, nella tua esperienza di Palermo? È una presenza concreta nella vita cittadina o solo una bella cornice?

 

Fabrizia Lanza: Questa è una domanda importante, tra l’altro mi pare valga in tutta Italia: a Genova, Napoli, Trieste… A Palermo il rapporto col mare si è interrotto negli anni Settanta con le autostrade che ti passano sotto il naso, con i detriti della seconda guerra mondiale lasciati a inselvatichirsi, e sì che parliamo di marinerie importanti in Italia. Il porto, quando io ero ragazzina, erano i cantieri, le navi da Napoli, e ci andavi per quello, per prendere una nave. La Cala, che è la parte oggi scicchettosa nel centro della città, è stata restaurata negli anni 2000, mi pare, ma prima era una pozza maleodorante, e il lungomare davanti al Foro Italico è stato a lungo assediato dal luna park, eri seduto sulla terrazza di un palazzo del fronte e avevi il boato della giostra. Anche questo è stato bonificato in tempi relativamente recenti ed è diventato il primo vero spazio pubblico cittadino davanti al mare. È stupendo, un grande prato verde, ma le installazioni d’arte che avevano messo sono state prontamente vandalizzate, e anche questo sarebbe un grandissimo tema, perché i ragazzi che le hanno distrutte non vanno a scuola, non hanno la minima alfabetizzazione, giustamente cosa vuoi che gli importi del pilastrino di Ontani? Ora ci sono i progetti del PNRR, una quantità di soldi mostruosa, per la riqualificazione della Costa Sud, quella che parte dalla fine del pratone del Foro Italico e va verso Messina, costruita negli anni ’70, con a monte i quartieri più disagiati e violenti della città: Brancaccio, la Bandita, Lo Sperone. È una costa di dieci chilometri, credo, magnifica e tossica, ci sono tutti i detriti di amianto e di altre cose schifose, e il mare è inquinatissimo, perché l’Oreto, che era un fiume navigabile sino a quarant’anni fa, oggi è una cloaca a cielo aperto. Ma per chi saranno i progetti di ripristino? Per fare un pratino, un piccolo golf club e un caffè che costa sei euro anziché uno? Te lo dico, perché in nessuno di questi progetti si parla della bonifica dell’Oreto – non sono progetti condivisi, immaginati per lo sviluppo del territorio, sono progetti fiore all’occhiello. Quindi purtroppo, per come la vedo io, il mare, resterà ancora distante.

 

Claudio Gulli: Anche io ho una visione di partenza, del porto di Palermo, che ricalca quello che dice Fabrizia. Un luogo funzionale, per prendere la nave, e andare via. L’ho fatto tantissime volte, negli undici anni in cui ho vissuto fuori da Palermo, di prendere la nave e partire, con il semplice passaggio ponte, anche decidendo il giorno prima o il giorno stesso. E lo stesso vale al contrario: mi ricordo che una volta persi un volo da Pisa a Palermo, e mi consolai quasi subito… conoscevo la strada per tornare a casa: bastava prendere un treno fino a Napoli e poi una nave (non avevo fretta di tornare, così in più passai una mezza giornata a vedere mostre e chiese che mi interessavano, a Napoli). Come hanno detto in tanti – e meglio di tutti Cesare Brandi in Sicilia mia – Palermo va vista dal mare: emerge lentamente dalla conca e dalla corona di monti come una macchia bianca, certo ora estesa a dismisura, ma le forme dei promontori appoggiati sul mare si leggono a meraviglia quando si è sulla nave e ci si avvicina al porto. Oggi viviamo una stagione differente, come dice Fabrizia, e anche io ricordo lo stato di degrado in cui versava il fronte mare prima dei lavori iniziati circa venti anni fa. La riqualificazione della Cala, che permette di vivere pienamente le banchine, con i ristoranti e i circoli di canottaggio affacciati sulla foresta degli alberi delle barche a vela, ha indubbiamente un versante positivo, ma non ho le competenze necessarie per valutare fino in fondo quanto sia di qualità l’intervento sul piano architettonico e urbanistico. Un discorso diverso va fatto per la risistemazione del fronte mare davanti al Foro italico, che è una delle tante straordinarietà della Palermo contemporanea, frequentata quotidianamente da tanti e anche da me. Ma il mare a Palermo è sempre un progetto, anche politico. Ora stiamo vivendo un’altra stagione, con gli interventi sul Molo trapezoidale e sul cosiddetto waterfront Crispi, che però presenta tratti discutibili, sopratutto, nel caso del Molo trapezoidale per il dialogo troppo debole con il sistema monumentale del Castello a mare. Allontanandosi dal centro, il mare guadagna di fascino e diventa ancora più interessante.

 

L’insularità per te è una ricchezza che preserva un’identità specifica o una limitazione che isola dalla contemporaneità? Come la vivi nel tuo lavoro?

 

Fabrizia Lanza: Guarda, secondo me è tutte e due le cose, ed è un po’ l’ambivalenza dei siciliani che si sentono sempre separati, un po’ ultimi della classe, ma anche parte del centro del mondo. È sempre stato così, e l’insularità c’entra, anche se oggi in un mondo civile non dovrebbe essere un problema. Ma quando non ci sono strade, le autostrade sono impraticabili, per andare da Palermo a Catania l’unico mezzo è il pullman perché in treno ci metti il doppio, muoversi è difficilissimo, e l’insularità ce l’hai dentro.

 

Claudio Gulli: Di recente è stata illuminante per me la lettura di un libro Sellerio di un linguista, Franco Lo Piparo: Sicilia isola continentale. Psicoanalisi di un’identità. In sostanza il libro rivista molti stereotipi e chiarisce quanto sia forte nella storia il siciliano, come progetto linguistico: una lingua regionale, che ha tutti i presupposti per poter essere nazionale, né più né meno del toscano. Questo lo si avverte sopratutto fra Otto e Novecento: i grandi scrittori, artisti o intellettuali siciliani (Verga, De Roberto, Pirandello, Sciascia, Guttuso, ma si può arrivare fino a Camilleri, appunto a Emma Dante o a Maresco) sono in primo luogo attivi su uno scenario nazionale, che convincono il pubblico italiano o internazionale anche prima di quello esclusivamente locale. La ricchezza sta proprio nella rete di legami che la Sicilia ha sempre saputo tenere con il ‘fuori’. Nel mio lavoro a Palazzo Butera, direi che questo ha ripercussioni quotidiane per via dei tanti visitatori speciali ‘di fuori’ che accolgo, per i residenti nelle nostre foresterie (giovani artisti o studiosi) o per le tante collaborazioni che costruisco con istituzioni non palermitane.

 

“Palermo è una gentildonna aristocratica che è stata costretta a sposarsi svogliatamente con un marito violento e volgare, uno di quei mariti dai quali il divorzio non salva: e quel marito è il cemento armato, il cemento amato dagli speculatori e dai politicanti senza scrupoli, che hanno ucciso con naturalezza le meraviglie della natura, le ville, i parchi, i giardini incantati della città emirale, regale ed imperiale”: così scriveva circa mezzo secolo fa Enzo Sellerio nella prefazione alla guida Palermo in tasca. Quanto è cambiato da allora?

 

Claudio Gulli: Il marito è invecchiato ed è lì che si lamenta perché è stato messo in disparte. La gentildonna aristocratica, dal matrimonio con il cemento armato, ha ottenuto una figlia furba, avvenente e convinta di poter fare a meno del padre, sebbene non si accorga di aver introiettato la sua violenza. Palermo in tasca è un libro stupendo, leggendolo si capisce tanto di Enzo Sellerio e tantissimo della Palermo degli anni Settanta. Tutte le passioni per i carretti siciliani, la pittura su vetro, le carte che confezionavano i limoni sono già lì, in un libro che è tutto improntato a una flânerie molto rara a Palermo.

 

Fabrizia Lanza: Da quando scriveva Sellerio è cambiato molto, lui si riferiva a un episodio molto specifico, al sacco di Palermo: la distruzione di ville, di parchi, l’allargamento incivile della città che è durato almeno venti o trent’anni, l’epoca dei Ciancimino, di tutto questo orrore qui. Oggi non mi sembra più possibile parlare in questi termini, però vedo una totale assenza di una classe politica, anzi, di una classe dirigente, prima ancora che politica, una mancanza di formazione rispetto agli standard europei. L’entrata nell’Europa, la globalizzazione, ci hanno colto impreparati e non pare ci sia una vera consapevolezza di questo problema. Vai in un ufficio pubblico e il funzionario sembra uscito dai Promessi Sposi, o poco ci manca. C’è uno sfasamento enorme tra le aspettative, i fantasmi suscitati tramite i social media, la velocità con cui tutto succede, e gli strumenti effettivi che i giovani e pure i meno giovani hanno qui. C’è tanta paura – paura di essere inferiori, di non essere all’altezza, e questo non è un bel vivere.

 

Tra gentrificazione turistica e spopolamento di certi quartieri, qual è, secondo te, il futuro demografico e sociale della città storica?

 

Claudio Gulli: Il tema è delicato e ci vorrebbero competenze più solide delle mie, tanto più che ultimamente vedo nuove ricerche che mi convincono poco, perché sembrano condotte con poca accuratezza. In più nel dibattito pubblico spesso cronaca e storia si sovrappongono, e l’attenzione si sposta con rapidità su temi collegabili ma sostanzialmente diversi, come la sicurezza, più direttamente spendibili in termini di consenso politico. Lo spopolamento del centro storico di Palermo avviene sostanzialmente nel Dopoguerra: i residenti erano 125.481 nel 1951, 34.670 nel 1988, 21.489 nel 2001. Il calo demografico della città nel suo complesso è disarmante, ma proprio il centro storico è l’unico pezzo di Palermo che è in crescita (23.348 nel 2011, 25.516 nel 2021). L’overtourism congestiona gli assi principali del centro (Via Maqueda e Corso Vittorio Emanuele) per via di un’offerta che punta esclusivamente al cibo. Cercherei di rafforzare il rapporto fra turismo e cultura. Credo che oggi molti dei turisti che vengono a Palermo non ricordino neppure il nome di un architetto, di un sovrano o di un pittore, quando ritornano a casa loro. Succede lo stesso con Firenze, Giotto, Lorenzo de’ Medici o Brunelleschi? Con Venezia, Tiziano o Palladio? Forse si arriva ai mosaici della Cappella Palatina e a Basile, con il Teatro Massimo ma partirei da altri elementi di base: Serpotta, Novelli, Gagini. Se questi nomi rimangono illustri sconosciuti al grande pubblico, nelle future generazioni, il turismo rimarrà poco utile per lo sviluppo culturale della città, sopratutto in termini di restauri, ricerche e valorizzazioni di opere d’arte di primaria importanza. E ancora di queste ultime cose c’è tremendamente bisogno: lo avvertono i tanti visitatori competenti della città che incontro quotidianamente, per il lavoro che faccio, da anni. Ma il tema, ripeto, è complesso e andrebbe affrontato tenendo conto di tanti punti di vista: per esempio non si può sottovalutare la posizione di chi abita da decenni nel centro storico e ora si ritrova in un contesto sempre più invivibile.

 

Fabrizia Lanza: Spopolamento? Non saprei, da noi si svuotano i paesi dell’entroterra, questo sì. In città è diverso, c’è il “sukkificio” legato al patrimonio Unesco, ma c’è anche qualcosa di sostanziale: i restauri dei palazzi, l’arrivo di Palazzo Butera, la ristrutturazione di un centro storico dove tante persone straniere hanno comprato appartamenti, secondo un movimento che si riscontra ovunque in Europa. Ormai tutte le città hanno un’area dedicata al turismo: centri storici restaurati, al tempo stesso recuperati e musealizzati. Per me è la morte civile, ma è anche la salvezza delle pietre…

 

C’è qualcosa di importante che non ti ho chiesto e che vorresti dire?

 

Claudio Gulli: Direi di no.

 

Fabrizia Lanza: Come ti ho detto prima di rispondere alle tue domande, io sono molto conflittuale: mi si illuminano gli occhi quando vedo i giovani che, dopo essere andati fuori, decidono di tornare a vivere qui, perché la città è bellissima, il clima piacevole, il mare stupendo e il pomodoro sa di pomodoro, ma quando qualcuno mi dice che qui ci sono grandi potenzialità, non posso fare a meno di chiedermi perché queste potenzialità restano potenzialità, perché non succedono. Mi pare che la Sicilia arranchi appresso alle novità, ai piccoli progressi, ma senza le basi, senza una formazione fondante, si fa poco, e lavorare qui è molto difficile, ho tanti amici che sono venuti per occuparsi di progetti importanti e poi hanno dato le dimissioni, se ne sono andati. E io, quando sono tornata in Sicilia più di vent’anni fa, non ho neanche pensato di dire ai miei figli di venire, e anche questo, mi pare, dice molto.

 

***

 

Dopo avere lavorato per vent’anni in ambito museale in diverse città italiane, nel 2006 Fabrizia Lanza si è riavvicinata alla Sicilia, dove sua madre Anna aveva fondato una scuola di cucina, che adesso è lei a dirigere. Ha prodotto e diretto brevi documentari, tra cui Amuri, sul cibo consumato durante le feste calendariali in Sicilia e Amaro, sul sapore amaro come tema identitario del vivere e del pensare dei siciliani. Tra i suoi libri, Tenerumi (Manni, 2019) e L’ultimo dei Monsù (Mondadori, 2023).

Claudio Gulli ha studiato Storia dell’arte all’Università di Siena e alla Scuola Normale di Pisa. Fra il 2009 e il 2011 ha lavorato al Département des Peintures del Louvre, pubblicando in quegli anni contributi su Leonardo da Vinci che hanno riguardato la fortuna letteraria del San Giovanni Battista (Skira, 2009) e della Sant’Anna (Officina Libraria, 2011). Dal 2017 è direttore di Palazzo Butera, il centro di arte antica e contemporanea che i collezionisti Francesca e Massimo Valsecchi hanno aperto a Palermo.

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