a cura di Maria Teresa Carbone

 

Viaggio in Italia è un ciclo di conversazioni che ha di volta in volta per protagonista una città del nostro paese, con l’intento di uscire dal binomio obbligato Roma-Milano, che occupa quasi per intero il paesaggio mediatico. Questa volta, però, al centro c’è una città che, dopo essere stata la prima capitale d’Italia, ha tuttora grandi e ben fondate ambizioni in campo culturale: dopo Genova e Palermo, è dunque il turno di Torino, e a rispondere sono Mario Marchetti e Andrea Pagliardi, di cui lettrici e lettori troveranno in fondo una breve nota biografica – persone diverse per ambito di lavoro e per generazione, come in ogni puntata del ciclo, alle quali sono state poste le stesse domande (ricorrenti per le diverse città o pensate ad hoc), lasciando a ogni interlocutore la scelta se rispondere a tutte o solo ad alcune, in modo conciso o estesamente, con la speranza che dalle affinità o dai contrasti nascano spunti di riflessione. 

 

Torino sembra da decenni una città in transizione: prima capitale industriale, poi città della cultura, ora polo informatico e turistico. Come la descriveresti oggi a qualcuno che non ci è mai stato? Quali sono i primi posti dove gli consiglieresti di andare per cominciare a conoscere la città? 

 

Mario Marchetti: Direi che oggigiorno un po’ tutte le città siano in transizione, e non si sa bene verso cosa. Certamente Torino per noi della vecchia generazione all’improvviso e inaspettatamente ha cominciato a diventare un oggetto turistico, cosmopolita. Amavamo la nostra città, ma non pensavamo di essere belli. Adesso in qualsiasi dehors ci si segga si sentono voci straniere, un po’ in tutte le lingue con la solita prevalenza anglo. Eppure, il turismo, per quanto notevolmente in crescita, non appare così invasivo. E allora qual è la ragione? La sensazione, anche conversando con chi è arrivato da poco, è che la nostra città si presenti come infinitamente più vivibile delle metropoli consorelle: meno caotica, meno afflitta da un compulsivo turismo, traffico non indecente, affitti meno cari, centro e periferia non sideralmente lontani, tutto raggiungibile senza sforzi sfibranti… Allora se una transizione c’è per Torino, è la sua trasformazione in centro residenziale: chi lavora a Milano magari dorme e vive a Torino, molti giovani studenti vi affluiscono dal Sud e non solo, per non parlare di chi vuole dedicarsi alle professioni della comunicazione e della scrittura attratti dalla Scuola Holden e dintorni come falene dalla luce. 

 

E se dovessi consigliare qualcuno da dove cominciare a conoscere la città, di sicuro direi dalla collina, anche se le piole e gli echi pavesiani sono venuti meno da decenni, come lo inviterei a godersi la scenografia teatrale costituita in basso da piazza Vittorio e dalla Gran Madre e in alto da Superga e dal monte dei Cappuccini, per non dire del tocco razionalista di Villa Gualino, fatta costruire dal grande e misterioso finanziere biellese. Ma ci sono angoli più riposti dove porterei a passeggiare il mio ospite, come il parco del Meisino alla confluenza tra Po, Stura e Dora: magnifico e semiselvaggio, che dio ce lo conservi prima che arrivino i valorizzatori, gentrificatori, razionalizzatori per farne un triste polo sportivo attrezzato. Uno sguardo lo dedicherei poi alla metamorfosi in atto nell’ex immensa area industriale nel nord della città – metamorfosi, non stravolgimento, diversamente da ciò che sta succedendo a Milano. Basti pensare alla Nuvola Lavazza di via Bologna o al Campus Einaudi di Lungodora Siena. Da non dimenticare poi, per chi abbia un gusto retrò, il vecchio Borgo Dora con il Balôn, dove malgrado le ferite, sussiste la straordinaria stratigrafia degli antichi quartieri poveri della città. 

 

Andrea Pagliardi: Diffiderei della formula. Torino è la città italiana che ha fatto del proprio racconto un mestiere: prima la fabbrica, poi i Giochi olimpici, poi i musei, e a ogni giro c’è qualcuno che spiega come adesso siamo diventati un’altra cosa. 

Sotto le didascalie c’è una città di geometria e di luce. La pianta è ortogonale, pensata per lo sguardo del re e per il passo coperto dei portici. Cammini diciotto chilometri al riparo, stai in pubblico e protetto nello stesso momento, e già questo dice parecchio del carattere dei torinesi. 

 

A chi arriva la prima volta in città direi di partire da Porta Palazzo un sabato mattina. È il mercato all’aperto più grande d’Europa, e l’unico posto dove la città mette in scena senza filtri quello che è diventata davvero: lingue, merci, facce, il Marocco e il Piemonte a due banchi di distanza. Da lì mi muoverei poi verso il centro e salirei alla Mole, più per il Museo del Cinema che per la vista. Il museo è costruito a spirale intorno alla preistoria delle immagini in movimento, lanterne magiche, scatole ottiche, teatri d’ombra. Insegno storia del cinema d’animazione, e quella spirale racconta Torino meglio di qualsiasi guida: una città che ha sempre avuto dimestichezza con l’illusione ottica, con il far credere. Poi i portici da piazza Castello fino al fiume lungo via Po, l’attraversamento alla Gran Madre, la collina per guardare tutto dall’alto. Torino si capisce da sopra e camminando. 

 

Torino ha investito moltissimo sulle grandi istituzioni culturali: il Salone del Libro, la Fondazione Sandretto, il Circolo dei Lettori, il Museo Egizio, il Museo del Cinema, Artissima… Tutto questo ha un riscontro nella vita quotidiana, di quartiere? Se sì (o se no), mi vuoi dire meglio come? 

 

Andrea Pagliardi: A Torino convivono due culture che si guardano da lontano. C’è quella dei grandi contenitori, che funziona grazie a eventi con visibilità internazionale e c’è una vita capillare di biblioteche civiche, case del quartiere, circoli, piccole rassegne e festival che gira con altri tempi e altri soldi. Tra le due il passaggio esiste, ma non sempre è un sentiero ben tracciato. 

Il Salone del Libro è il caso in cui l’istituzione è diventata davvero civica. Per qualche giorno a maggio la fila di ragazzi al Lingotto diventa un fatto sociale prima che culturale e il Salone Off porta gli incontri nei quartieri e nelle periferie. Il Circolo dei Lettori, a Palazzo Graneri, è un altro pezzo che sta dentro la giornata di chi a Torino legge e scrive: ci entri per un incontro e ci torni per abitudine. 

L’Egizio è un’altra storia. È un marchio globale da un milione di visitatori l’anno e ha appena finito un riallestimento imponente per il bicentenario. Vale però la regola di tutte le grandi macchine: il torinese ce l’ha sotto casa e spesso ci mette piede solo in quarta elementare, correndo dietro le maestre nella speranza di vedere una mummia. La Fondazione Sandretto, Artissima, la fondazione Merz vivono soprattutto del loro pubblico, gli addetti, i collezionisti, gli appassionati, e questo va benissimo, a patto di non scambiarlo per radicamento. Il rischio, qui, è l’eventificio: una città che misura la propria cultura dal calendario delle inaugurazioni si dimentica di sedimentare. 

 

Mario Marchetti: Direi che tali meritorie istituzioni, più che dialogare coi quartieri in cui sono inserite, dialoghino con la città e con i turisti in visita, rivolgendosi soprattutto al nuovo ceto medio scolarizzato quanto basta e assetato di una cultura avvicinabile senza troppo sforzo, che si possa soprattutto guardare e ascoltare. Le biblioteche (ma non solo a Torino, credo) si stanno trasformando in luoghi dove studiare per studenti che in casa non godono dello spazio e della tranquillità necessari: e quelle di quartiere acquistano il poco che possono acquistare basandosi sulle classifiche e mandano al macero i testi poco richiesti (non importa se si tratti di Onetti: via, liberarsene! – ne sono stato testimone). Detto questo rimane la magnificenza del Museo del Cinema: peccato che le formidabili rassegne − esteticamente e storicamente costruttive − che ai suoi tempi faceva la pioniera Adriana Prolo nel minuscolo locale di palazzo Chiablese o che faceva, fino a non molti anni fa, il cinema Massimo si siano quasi estinte. Per vedere certi film, per conoscere certi registi immancabili, tanto per dire Buñuel o certe dive altrettanto immancabili come la ‘cattiva’ Barbara Stanwyck, bisogna frequentare i festival specializzati. Certo, ce li si può procurare e li si può visionare comodamente a casa. Ma bisogna sapere che esistono e magari sapere dove e quando si situino. Spettacolare poi è l’attuale Museo Egizio, che attira torme di turisti da ogni parte del mondo. Non dico niente di nuovo, ma certamente la spettacolarità fa aggio sulla conoscenza. Comunque, è un fatto, tali investimenti sono stati decisamente remunerativi sotto il profilo dell’attrattività. 

 

Più interessanti sotto il profilo formativo sostanziale sono istituzioni come il Polo del Novecento (cui contribuisce la Compagnia di san Paolo) situato negli ex quartieri militari juvarriani e, negli infernotti di Palazzo Carignano, l’Unione Culturale (fondata da Franco Antonicelli), istituzioni entrambe che raccolgono il meglio della tradizione novecentesca torinese, cercando di aprirsi faticosamente anche al nuovo. Ma quanto siano collegate alla vita di quartiere e frequentate dalle nuove generazioni è tutto da vedere. 

Sicuramente si muove qualcosa in certe Case di quartiere (come quella di San Salvario, ricca di iniziative e frequentatissima dalla gente di zona) e nei circoli Arci, quando non ridotti a ristoranti più o meno a buon mercato. Cito ad esempio il circolo Rami Secchi della Bocciofila Vanchiglietta che ha saputo trovare una sua strada proponendo concerti, ma soprattutto incontri conoscitivi con testimonianze e materiali filmici su tanti temi di attualità, come la realtà palestinese. Qui sì che si vedono tanti studenti (siamo vicini al campus Einaudi), tanti extracomunitari e tanti giovani dell’ampio arco sotteso oggi da questa parola. 

 

Il Po attraversa Torino ma a me pare, guardando da fuori, che i torinesi non sembrino davvero abitarlo. Cosa ne pensi? Se sei d’accordo con me, a cosa pensi sia dovuto questo rapporto rimosso o incompiuto? 

 

Andrea Pagliardi: Sono d’accordo, e credo che il rapporto sia rimosso per ragioni che hanno a che fare con le differenze sociali e con la paura. Il Po a Torino è un panorama e al contempo una soglia: lo si guarda dalla collina, dal Monte dei Cappuccini e lo si attraversa per andare dall’altra parte, ma la geografia sociale è piuttosto netta. L’alta borghesia sta sopra il fiume, sul versante della collina, e il fiume è il paesaggio che si gode da una certa altezza. La vita popolare e operaia, quando c’era, stava sull’altro lato della città, intorno alla Dora e alla Stura, vicino alle fabbriche. Il Po è sempre stato lo sfondo elegante, e gli sfondi non si abitano. 

Gli anni Novanta sono stati l’unico momento in cui la città è scesa fisicamente al fiume, di notte, in massa ai Murazzi, a bere da Giancarlo, ad ascoltare musica al CSA. Poi le piene (il Po ha allagato Torino più di una volta, il 2000 è ancora nella memoria di tutti), gli sgomberi, le inchieste, una lunga chiusura. Adesso riaprono a pezzi, con il Magazzino sul Po, qualche locale, il festival Sponda che riporta gente sulle arcate. È un ritorno cauto e in gran parte commerciale. 

 

Mario Marchetti: Non è sempre stato così! Quando ero ragazzo negli anni Cinquanta, il fiume era frequentatissimo. C’erano tantissime società di vogatori e canottieri (ma queste in gran parte ci sono ancora), ma soprattutto c’erano gli imbarcaderi dove si poteva prendere in affitto una barca e farsi un bel giro sul fiume. Il mio liceo, l’Alfieri, era a due passi dal Valentino, e quando uscivamo dalle lezioni pomeridiane di ginnastica (così denominata, non ‘educazione fisica’), se appena avevamo i soldi, si correva al Po. E in certi punti c’era addirittura gente che faceva il bagno (celebre era la Sangon Beach cantata da Fred Buscaglione). E non dimentichiamo che dalla riva destra del fiume iniziavano immediatamente i viottoli e i sentieri che portavano su per la collina. Aggiungo ancora che i frequentatori del fiume e della collina erano socialmente promiscui e variegati. Ma con l’inquinamento (non che allora non ci fosse, ma forse ci si badava meno), con le alghe, con la privatizzazione dei passaggi, tutto questo è finito ed è iniziata la separatezza allusa nella domanda. Ricordo rapidamente che negli attuali lussuosi palazzi di piazza Vittorio e soprattutto della Gran Madre allora vivevano artigiani e i primi immigrati. L’attuale salottino francesizzante di via Monferrato (adiacente al Po) era una via di povera gente. 

C’è stato più in là verso gli anni ’80, durante il mandato di Diego Novelli, popolarissimo sindaco per dieci anni, un intelligente e a lungo riuscito progetto di rivitalizzazione del fiume trasformando le antiche rimesse delle imbarcazioni (all’altezza dei Murazzi sotto piazza Vittorio) in locali musicali e di bevute destinate ai giovani: una sorta di pre-movida ma con un côté musicale e ’sovversivo’ oggi andato perso. Ma anche questa esperienza è oggi sostanzialmente finita per beghe politiche e perbenistiche. E così siamo arrivati alla rimozione… 

 

Dall’esterno Torino continua a essere raccontata attraverso una doppia mitologia: la città operaia e sindacale, la città magica ed esoterica. C’è ancora verità in queste immagini? Quali potrebbero esserne gli esempi vivi, soprattutto in ambito culturale? 

 

Andrea Pagliardi: Le due mitologie funzionano ancora, soprattutto perché sono comode e servono a non vedere la città vera. 

La Torino operaia e sindacale oggi è in gran parte memoria. Mirafiori si è svuotata, il Lingotto è diventato un centro commerciale con una pinacoteca sul tetto, accanto alla pista dove la Fiat collaudava le automobili. Però Torino è diventata anche una città che si studia, che archivia e mette in ordine il proprio passato operaio. Nei Quartieri Militari juvarriani di corso Valdocco dal 2016 c’è il Polo del ’900, che raccoglie più di venti tra fondazioni e istituti: l’ISMEL, che si occupa esplicitamente di memoria e cultura del lavoro, l’Istituto Gramsci, che negli anni si è specializzato proprio in storia del movimento operaio, la Fondazione Vera Nocentini, l’Istoreto. Sono archivi pieni di fotografie di tute blu, di volantini di fabbrica e di verbali sindacali, consultati da studenti e ricercatori. È un segno di maturità civile, ma anche un sintomo rivelatore: quando una città comincia a catalogare la propria anima operaia con questa cura, vuol dire che è già diventata qualcos’altro. 

 

La Torino magica mi diverte di più e mi convince di meno. Il triangolo della magia bianca e nera, Gustavo Rol, il Graal nascosto nella chiesa della Gran Madre, piazza Statuto come porta degli inferi: è un gotico da brochure, una città che si dipinge più misteriosa di quanto sia per rendersi interessante. E funziona: i turisti si prenotano a frotte per i tour serali del mistero. Sotto la patacca esoterica c’è però un dato vero, e tocca da vicino il mio lavoro. Torino è la culla del cinema italiano. Qui si è girato Cabiria, qui avevano sede l’Itala Film e l’Ambrosio, qui il Museo del Cinema conserva la collezione di Adriana Prolo, una delle raccolte più ricche di lanterne magiche e di dispositivi ottici dell’Ottocento. Direi che la vocazione di questa città è più illusionistica che magica: far apparire le cose, mettere in movimento le immagini, ingannare l’occhio. E vale anche per l’animazione: lo studio che ha fatto La gabbianella e il gatto aveva sede qui e, guarda caso, si chiamava proprio Lanterna Magica. Se questa città ha qualcosa di magico, è la magia di chi fabbrica fantasmi e li proietta su uno schermo. 

 

Mario Marchetti: La città operaia e sindacale non c’è praticamente più, dell’altra so pochissimo e non mi ha mai veramente interessato. La Torino esoterica mi è sempre apparsa come una mitologia regressiva per distogliere gli occhi dai problemi sociali e politici, mitologia purtroppo fatta propria anche da personaggi e scrittori di vaglia: La donna della domenica di Fruttero e Lucentini docet. E non a caso “Torino magica” è diventata un tour per curiosi di bocca buona. 

 

C’è secondo te un modo torinese di stare nello spazio pubblico, nei portici, nei caffè storici, nelle piazze? Come lo descriveresti? Ti pare che si stia trasformando nel tempo? 

 

Mario Marchetti: C’è qui innanzitutto da fare una premessa. Le giovani generazioni torinesi sono ormai in larga parte di origine famigliare meridionale. Le famiglie piemontesi hanno in genere praticato una politica demografica malthusiana. E così, diversamente dalle altre grandi città italiane, non solo non si sente parlare in dialetto (questo sussiste, anche come tratto identitario rivendicato, solo nella vasta provincia piemontese), ma la stessa classica pronuncia locale è in via d’estinzione. A Roma, come a Firenze, Venezia, Napoli non è possibile equivocare sulla base della sonorità della lingua su dove si sia, a Torino talvolta sì. Si è andata formando una nuova intonazione che se ha conservato qualcosa di quella tradizionale, ha molto di nuovo. E lo stesso vale per i comportamenti negli spazi pubblici. Se negli spazi culturali e nelle vie e nei quartieri più eleganti (precollina, Crocetta…) prevale una certa contenutezza sabauda (ma sempre meno), nello spazio pubblico più praticato, quello delle vie del centro e della movida e degli aperitivi (San Salvario, Vanchiglia, Quadrilatero romano) prevale una vivacità che ha davvero poco di quel che si intende o si vuole intendere per sabaudo (nozione anche questa che ha del mitologico compiaciuto). Anche se, occorre dire, i membri delle nuove generazioni torinesi rapidamente tratteggiate ci tengono a sottolineare la loro ‘sabaudità’ quanto a atteggiamenti e comportamenti: e la cosa mi meraviglia non poco. 

 

Andrea Pagliardi: C’è un modo di dire piemontese che vale come dichiarazione di intenti e ha quasi il valore di un manifesto: non facciamoci conoscere, non mettiamoci troppo in mostra. Lo spazio pubblico a Torino è fatto per stare insieme tenendo le distanze. I portici ne sono il dispositivo perfetto. Cammini coperto, incroci le persone, ti saluti, vai avanti. Sei in compagnia e non sei costretto a fermarti. Da fuori questa cosa viene letta come freddezza. Vista da dentro è una forma di rispetto, riserbo e a volte pigrizia. 

I caffè storici come San Carlo, Baratti, Mulassano, il Bicerin erano i salotti di una borghesia che non amava esporsi. Si parlava di affari e politica a voce bassa, davanti a un vermouth, peraltro inventato proprio a Torino. L’aperitivo qui ha un peso antropologico, è il momento in cui la città si concede di stare in piazza. Da questo punto di vista le cose sono cambiate parecchio. Il rito quieto è diventato l’apericena di massa, il quadrilatero intorno a Piazza Emanuele Filiberto, San Salvario e Vanchiglia la sera sono un’altra città rispetto a vent’anni fa, più giovane e più rumorosa, e i vecchi caffè oscillano fra il museo e lo sfondo per le fotografie. La piazza si è riempita di vita e ha perso un po’ di quella riservatezza che era il modo torinese di stare fuori casa. 

 

Le periferie torinesi – Barriera di Milano, Mirafiori, le Vallette – hanno prodotto storie, musica, letteratura, pratiche sociali che a volte vengono viste come un po’ a parte rispetto alla cultura cittadina. Cosa ne pensi? Come sono cambiate le cose negli ultimi venti o trent’anni? 

 

Andrea Pagliardi: Il problema è lo sguardo del centro, che considera la periferia un altrove anche quando dista due fermate di tram. Eppure, è da lì che è venuta gran parte della cultura popolare della città, prima con la migrazione dal Sud e la classe operaia della Fiat, poi con le nuove migrazioni. Ad Aurora e Barriera oggi più di un terzo dei residenti è di origine straniera. 

Negli ultimi vent’anni queste zone sono passate dal vuoto lasciato dalle fabbriche a un laboratorio piuttosto vivace. La ex INCET tornata spazio pubblico, Via Baltea, i Docs Dora, il Bunker, le gallerie che aprono nei capannoni: a Barriera succedono cose che in centro non succedono più. Quando la periferia diventa interessante arrivano la retorica della rigenerazione e il marketing territoriale e chi abita il quartiere finisce spesso spinto fuori da questi processi. 

 

Anche la letteratura se n’è accorta, in modo meno patinato. I gialli di Christian Frascella, con l’investigatore Contrera che riceve i clienti in una lavanderia a gettoni, sono ambientati proprio a Barriera di Milano, e la raccontano senza filtri da set fotografico: spaccio, multiculturalità, vite complicate, ma anche un’umanità che il marketing territoriale non sa restituire. È un altro segno di quanto Barriera sia diventata, suo malgrado, un posto di cui la città vuole sentir parlare. 

Delle Vallette invece si parla meno, e forse è un errore. Sviluppatosi a fine anni Cinquanta per accogliere l’immigrazione dal Sud, è stato uno dei più grandi piani di edilizia popolare della città. Al piano urbanistico lavorarono insieme diversi progettisti, e i risultati si vedono ancora: verso via delle Primule e viale dei Mughetti, Roberto Gabetti e Aimaro Isola, tra i nomi più importanti dell’architettura italiana del dopoguerra, disegnarono blocchi con ampie corti interne e tetti a falde spioventi, un linguaggio quasi rurale, lontano dall’edilizia popolare standard. È un dettaglio che pochi conoscono, ma che racconta bene il paradosso delle Vallette: un quartiere pensato con cura architettonica vera, finito poi schiacciato dalla narrazione del degrado. Negli anni Ottanta il quartiere è stato devastato dall’eroina e dalla presenza del carcere costruito proprio lì. Da allora è rimasto soprattutto un quartiere dormitorio, fuori dalle rotte della rigenerazione che hanno toccato Barriera. Ma è anche, sorprendentemente, uno dei quartieri più verdi di Torino, con viali alberati e parchi ed è uno dei pochi a conservare un orgoglio di appartenenza fortissimo: chi ci è cresciuto lo difende, anche da chi lo guarda solo con pregiudizio. È uno dei luoghi da riscoprire, prima che lo facciano altri. 

 

Mario Marchetti: Tutto è totalmente cambiato. A Mirafiori la presenza operaia e sindacale (vista l’estinzione della Fiat) è nullificata. Le Vallette e Falchera hanno acquisito un piacevole garbo da quartieri residenziali popolari: c’è da rimpiangere la visionarietà dei piani Ina casa con cui tanti decenni fa furono progettati (ricchi di spazi e di verde). Certo alle Vallette c’è il famigerato carcere Lorusso e Cutugno, ma è un mondo a sé nell’ironica via Maria Adelaide Aglietta. E certo, i due quartieri hanno visto periodi molto turbolenti legati all’immigrazione, alla droga, alla microcriminalità: ma chi vi passeggia ora prova un sereno senso di quiete, vista l’ariosità e la prevalenza di nuclei ormai pensionati e assestati. Barriera di Milano è un mondo in ribollimento, vista l’altissima densità di immigrati che vi risiedono (africani, magrebini, peruviani, bangla, cinesi): la presenza piemontese è ridotta all’osso. Se si stiano formando delle culture locali non è facile dirlo. Indubbiamente l’atmosfera non è all’apparenza empatica come nel quartiere romano di piazza Vittorio, ma non ci sono neppure fenomeni paragonabili a quelli delle banlieue parigine. Ci sono peraltro parecchie associazioni miste tra immigrati e italiani che cercano di creare ponti e dare visibilità alle diverse culture: questo soprattutto nell’area di Porta Palazzo, all’inizio della barriera. Porta Palazzo, col più grande mercato europeo all’aperto, fa a suo modo eccezione rispetto alla barriera successiva che si sviluppa tra i fiumi Dora e Stura: è piena di vita, con una buona convivenza tra cinesi, marocchini e italiani − che lavorano al mercato o lo frequentano o che abitano nella zona. Come ultima osservazione, direi che a Torino non esiste – o non si percepisce − l’orgoglio di essere di un certo quartiere piuttosto che di un altro: questo succedeva in passato fino al primo dopoguerra quando essere di San Paolo, ad esempio, significava essere un operaio, uno del popolo, non un borghese insomma. Oggi tutto si è rimescolato e dalle periferie tutti tendono al centro: chi vuole comprarsi dei jeans, ovunque abiti e compresi gli extracomunitari, si fa indistintamente via Po, via Roma, Via Garibaldi. 

 

Che ruolo gioca il glorioso ’900 torinese – Gramsci, Gobetti, il Politecnico, la Einaudi, le grandi stagioni operaie – nella vita della città? Come si può convivere con quella storia senza farsene schiacciare? 

 

Mario Marchetti: Nessuno è schiacciato da questa storia, perché pochi la conoscono e ancora meno ne hanno memoria. Il glorioso Novecento torinese è un fatto archiviato. Qualcosa rimane a livello accademico o nelle istituzioni che abbiamo già citato, l’Unione Culturale e il Polo del Novecento col vicino Istoreto (Istituto piemontese della Resistenza), credo unico per documentazione, dovuto soprattutto all’impegno di Paolo Gobetti (figlio di Piero). La stessa Einaudi non è certo più quella di una volta, non detta di sicuro una linea culturale e, a dire il vero, neppure letteraria. Adesso a dettare la linea culturale è se mai la Scuola Holden − simbolo ed epitome del mondo attuale − per la quale tutto è narrazione e comunicazione. Aggiungo che il PD torinese non è più il PCI degli anni Cinquanta-Settanta che cercava di mantenere vivo il filo della memoria. E d’altronde non esistono più persone/personaggi come Bobbio o il citato Novelli a svolgere questo ruolo. Per essere giusti adesso c’è il bravo Alessandro Barbero grande comunicatore (tv, e non solo) dei nuovi tempi che la memoria non l’ha persa, ma i suoi interessi vanno soprattutto al medioevo, e il suo outing resistenzial-costituzionale non risale a molti anni fa, sebbene sia nato nel 1959. E lo iato in ogni caso c’è e non penso sia colmabile. È come se fossero trascorse ere geologiche. Come mi hanno detto, in modo tranchant, i lettori giovani del Calvino, interrogati in proposito, i nomi citati nella domanda sono sì noti, ma giusto per le intitolazioni di strade e istituti scolastici. Peraltro al povero Gobetti sono stati intitolati appena due isolati in un cantuccio alle spalle di via Roma. 

 

Andrea Pagliardi: Quella storia più che schiacciare rischia di imbalsamare. Gramsci, Gobetti, l’Einaudi, l’Ordine Nuovo: c’è un modo tutto torinese di trattare questi nomi come una sorta di religione civica, che punta a commemorare anziché dialogare davvero con la propria storia. E commemorare un padre è il modo più sicuro per non fare i conti con lui. 

 

Come funziona il rapporto tra Torino e Milano? È ancora un rapporto tra rivali, è diventata una subalternità accettata, o c’è qualcosa di più sottile in gioco? 

 

Andrea Pagliardi: La rivalità è finita, e quello che è rimasto è più sottile e un po’ più umiliante. Oggi Torino funziona da retropalco di Milano. Una quantità crescente di giovani professionisti vive qui e lavora là, in presenza o da remoto, perché a Torino gli affitti costano poco più della metà che a Milano e la qualità della vita è migliore. Milano dà i soldi e la visibilità, Torino offre l’aria e lo spazio. Anche io insegno a Milano, e il Frecciarossa in un’ora ti porta da una città all’altra come se fosse un tragitto urbano. 

Chiamarla subalternità sarebbe sbrigativo. È un’integrazione di fatto, e ha due facce. È una salvezza, perché trattiene a Torino persone che altrimenti se ne andrebbero del tutto. Ed è una trappola, perché svuota l’economia della città e rischia di ridurla a una camera da letto elegante con vista sulle Alpi. L’orgoglio torinese di una volta, il noi siamo seri e loro sono sbruffoni, sopravvive come meccanismo di difesa, una forma di distacco un po’ aristocratico. È una consolazione utile che aiuta a non chiedersi perché la funzione economica se la sia presa Milano, lasciando a noi la bellezza dei portici. 

 

Mario Marchetti: L’ultima sfida epica è stata quella per il Salone del Libro, una volta tanto vinta da Torino. Sul piano del potere economico, finanziario, del trend della moda e dell’architettura e tanto altro non c’è partita tra le due città: emblematico è il fatto che il Frecciarossa da Napoli o da Roma quando arriva alla Stazione Centrale di Milano si svuoti e si riempia poi di pendolari TO/MI. Credo, ma è una percezione ancora da verificare, che a Torino si stiano muovendo molte agenzie impegnate nell’IA: d’altronde la tendenza sarebbe in linea con il passato robotico e spaziale di Torino e col presente Leonardo e Satispay (l’app di successo proprio qui creata). Ma vedremo, per ora siamo ancora in una postura sabauda di non esposizione. 

 

Torino ha un rapporto interessante con i giovani: molti se ne vanno, ma sono in tanti a tornare e soprattutto a sceglierla per le sue istituzioni universitarie e culturali. Cosa offre la città a chi decide di restare o di venirci a vivere oggi? 

 

Mario Marchetti: A questa domanda di fatto ho già risposto all’inizio. In sintesi, Torino offre una città vivibile, non stressante e meno cara, in cui non mancano le occasioni di incontro. 

 

Andrea Pagliardi: Come dicevo, quello che Torino offre, a chi resta e a chi arriva, è lo spazio. Lo dico in senso letterale e figurato: spazio fisico – edifici grandi e sottoutilizzati, affitti ancora umani – e spazio di visibilità che ti permette di fare cose ed essere valorizzato. Se proponi qualcosa, qui qualcuno ti ascolta. In una metropoli vera saresti schiacciato, a Torino puoi diventare un interlocutore. È una qualità rara, e i ragazzi che scelgono Torino venendo da fuori spesso lo fanno per questo, come riparo dalla velocità di Milano. Il rovescio lo conosciamo. Il lavoro scarseggia, soprattutto nella cultura, e l’emorragia di giovani è reale. La città a volte dà l’impressione di aspettare qualcosa che non arriva. 

 

C’è qualcosa di importante che non ti ho chiesto e che vorresti dire? 

 

Andrea Pagliardi: Forse una cosa. Penso alla Torino che forma e poi lascia andare, perché è quella in cui mi riconosco di più, anche fuori dall’animazione. Il Premio Calvino, ad esempio, che come sai è legato all’Indice, la rivista in cui lavoro e con cui collaboro, nasce qui nel 1985, pochi mesi dopo la morte di Calvino, per iniziativa di amici come Natalia Ginzburg e Norberto Bobbio, e da quarant’anni fa quello che faceva Calvino da scout per Einaudi: pescare scrittori esordienti dal mucchio degli inediti. Ogni anno arrivano più di mille manoscritti, e da quel comitato sono passati autori che oggi sono nomi affermati. Ma una volta scoperti, quegli autori pubblicano altrove, vivono altrove, e Torino resta il luogo della scoperta, non quello della carriera. 

 

Con la Scuola Holden la storia si ripete, in scala più grande e più simbolica. Nasce nel ’94 da cinque amici, in una piccola sede, e oggi occupa un’ex fabbrica di bombe riconvertita in fucina di narratori. Dal 2024 è di proprietà al cento per cento del gruppo Feltrinelli, che è milanese. Lì la metafora si chiude da sola: Torino continua a essere il posto dove si formano i narratori, ma chi li possiede, chi li pubblica, chi raccoglie il valore di mercato sta altrove. 

Fruttero e Lucentini, che su questa città hanno scritto meglio di chiunque altro, usavano un’espressione piemontese per descrivere quello che Torino fa a chi ci vive: ti tiene al pian dij babi, al livello dei rospi, non ti lascia montare la testa. Restare qui non è un’immobilità, anche se da fuori sembra tale. È un modo di lavorare in profondità invece che in superficie, di costruire le fondamenta che altri useranno per salire. Non è la scelta più gratificante, lo ammetto. Ma è una scelta, ed è la mia. 

 

Mario Marchetti: Anche questa è una pura percezione – o forse una speranza inconscia: Torino, sganciata ormai dal suo passato glorioso, con la sua nuova materia umana nata da un incrocio unico tra Nord e Sud, sta incubando qualcosa proprio − forse − perché non si è fatta travolgere, come Milano, dal nuovo per il nuovo. Chissà, e anche qui vedremo. 

 

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Mario Marchetti è traduttore, presidente del Premio Italo Calvino e membro della giuria tecnica del Premio Mario Lattes per la Ttraduzione. 

 

Andrea Pagliardi si occupa di cinema d’animazione come docente, curatore e operatore culturale: insegna Storia e teoria del cinema d’animazione allo IED di Milano e al Centro Sperimentale di Cinematografia – Dipartimento Animazione di Torino, e cura la sezione di animazione del Sottodiciotto Film Festival. È direttore editoriale de L’Indice dei libri del mese. Dal 2023 al 2026 è stato Segretario Generale di Cartoon Italia, l’associazione dei produttori italiani di animazione. 

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