di Linnio Accorroni

 

[E’ morto ieri Gilberto Severini, scrittore di Osimo. Aveva esordito come poeta nel 1981, per poi dedicarsi esclusivamente alla narrativa. Con A cosa servono gli amori infelici (Playground, 2010) arrivò in finale al Premio Strega 2011. Per ricordarlo, Linnio Accorroni ci ha mandato questo nuovo Vocale].

 

Caro M.,

 

gli orari degli appuntamenti erano fissi ed inderogabili. In primavera ed estate alle 19.45. In autunno-inverno si anticipava alle 19.30. Ed immancabilmente Gilberto Severini (GS da adesso in poi, riprendendo la sigla con la quale chiudeva le sue email; qualche volta, come quel Gozzano che adorava, con il giesse in minuscolo) rispettava, con cronometrica precisione, quegli orari. Scherzando, ma non troppo, gli dicevo che i nostri concittadini avrebbero potuto adottare con lui la stessa tattica degli abitanti di Könisberg, che aspettavano l’inizio della passeggiata pomeridiana del signor Immanuel Kant per regolare  l’ora esatta sui loro orologi.  

 Le prime volte, abituato come ero ad amici che ostentavano il loro ritardo come un vezzoso pregio, questa sua indefettibile puntualità mi sorprendeva. Solo dopo ho capito che essa era una delle tante forme che poteva assumere la sua inappuntabile cortesia, una di quelle grate consuetudini che certificano un decoroso reciproco rispetto. Quando era ancora in buona salute ed arrivava all’appuntamento camminando con l’agilità di un settantenne magro, elegante ed affilato, tanto quanto lo era la sua prosa, ci incontravamo sotto la torre dell’orologio, in pieno centro cittadino, non troppo distante da casa sua. Nelle rarissime volte in cui riuscivo a precederlo, mi piaceva osservare il modo con cui si avvicinava  al luogo convenuto. Poteva essere scambiato per un turista, un po’ flâneur ed un po’ distratto, che indugiava, con uno sguardo tra l’erratico e l’assorto, su ogni dettaglio, incuriosito da tutto quello che gli si profilava attorno. Come se non le conoscesse a memoria, per averle osservate migliaia di volte, le facciate dei palazzi nobiliari di Osimo, le mura vetuste, le logge antiche. Quegli scorci di paesaggio urbano costituivano il set abituale delle sue quotidiane passeggiate, sia mattutine che pomeridiane. Eppure le scrutava sempre con minuziosa attenzione, come se fosse la prima volta. 

 

In questi venti d’anni e più in cui ci siamo incontrati, con rapsodica saltuarietà per andare o a pranzo o a cena -sempre rigorosamente a due, tranne qualche concordata rarissima eccezione- non abbiamo non solo mai cambiato, ma neppure ipotizzato di cambiare i posti dove si andava a mangiare. Stessi posti, stesso orario. Ed uguali erano anche le epigrafiche email, con le quali decidevamo le modalità dell’incontro. Una  irraggiungibile apoteosi della laconicità quelle di GS: « Appuntamento solito posto, solita ora. Questa volta tocca a Lei la cassa. A me la prenotazione ». Una volta io, una volta lui. Chi pagava, non prenotava. Chi prenotava, non pagava. E neppure, ovviamente, mai cambiato neppure il menù. Nè nel ristorante al mare, dove si andava a pranzo, sempre ad apertura di stagione estiva per evitare ‘la  pazza folla’  (« quella che rende folli i pazzi e pazzi i folli » diceva lui), né nella pizzeria che prediligevamo anche, e forse soprattutto, per la lussuosa ouverture botanica, costituita dal giardino di piante grasse in bella vista, appena prima dell’ingresso. Ci sembrava un lusso raro, ed anche un divertimento, non esente da qualche infantile perversione, ordinare: ‘Il solito, grazie’, senza aggiungere altro, quando il cameriere s’avvicinava. « Appartengo a quella categoria di persone  che considera un privilegio sapere già cosa si mangia » mi diceva giustificando questa innocente boutade, con quel suo sorriso dolce ed impertinente. 

La sola, stuzzicante incognita era legata agli argomenti che uscivano fuori durante queste nostre conversazioni conviviali. Quelli sì felicemente imprevedibili, perché la libertà dei nostri dialoghi era assoluta. Ed il privilegio di ascoltare le sue divagazioni, così profonde ed originali, era davvero unico ed incomparabile. Non certo perché toccassimo sempre questioni particolarmente profonde o di grande spessore intellettuale. Tutt’altro. Spesso, l’errabonda libertà delle nostre chiacchiere sembrava rispondere al  celebre motto hofmannsthaliano nel quale confidavamo ciecamente entrambi: quello che spiega come la profondità, quella più vera ed autentica, è tutta lì, ben disposta in superficie. E va colta, così com’è. 

 Ma anche: ‘Never explain, never complain’: un altro dei suoi motti prediletti. 

 

I suoi libri, ovviamente, erano stati all’origine del nostro rapporto. Avevo molto letto e molto apprezzato le sue pagine, la cui bellezza era esaltata dal fascino di una scrittura, a tratti esemplare e quasi classica, nella sua compiutezza formale, accompagnata sempre da un nitido equilibrio di stile, di narrazione, di tono. Mi veniva in mente, quando lo leggevo, quel passo del più grande dei fratelli Glass al secondogenito Buddy (nel salingeriano racconto eponimo: Seymour. Introduzione) quando, parlando delle lettere di Flaubert, scrive: « Le sue lettere sono insopportabili da leggere. Sono troppo più belle di quanto avrebbe dovuto essere. Sono uno spreco. Mi spezzano il cuore ». Ma, forse proprio a causa della loro perfezione assoluta, della loro irreprensibile compattezza, mi sembravano, in un certo senso, meno interessanti della sua esistenza. Credo che a Gilberto Severini si addicesse una geniale intuizione che ha Borges, parlando di Flaubert. Lo scrittore argentino scrive, in un suo saggio di poche pagine, che il più grande personaggio di Flaubert non va ricercato tra quelli da lui inventati. Quindi né Emma Bovary, né  Frédéric Moreau de L’educazione sentimentale, né tantomeno la coppia Bouvard-Pecuchet. Per Borges, il più grande tra i personaggi flaubertiani era Flaubert stesso. In un certo senso, credo che lo stesso si potrebbe dire di lui, di GS. 

Per quello che mi riguarda, nessuno dei personaggi da lui creati poteva competere, in termini di fascinazione, con quel personaggio schivo, ma affettuoso, misterioso, ma trasparente, complesso, ma semplice, che GS era nella sua vita reale. Almeno per quella parte infinitesima che ho avuto il privilegio di conoscere. Se nelle sue pagine tutto, a partire dallo stile, appariva chiaro, nitido, netto, preciso ed affilato, proprio come il suo incedere quando era in buona salute, la sua vita, invece, quando raramente si metteva a raccontarla per allusioni, elisioni ed enigmi, appariva perlopiù indecifrabile. Per esempio, della sua infanzia, giovinezza e maturità nulla o quasi sapevo. Se non attraverso quel poco che filtrava a fatica, attraverso squarci, istantanee, frammenti, bagliori, allusioni, aggiunte e ritrattazioni. Spesso, come gli era solito, fornendo anche versioni differenti e persino contraddittorie degli stessi episodi.  

 

Certa critica soi-disant letteraria poi, quando si occupava di lui, non è riuscita a fare di meglio se non ricorrere a clichés sintetici quanto banalizzanti. Un gran scialo di gabbie definitorie che, curiosamente, attingevano tutte ad una aggettivazione di gusto antico, quasi crepuscolare. Ci si muoveva entro un repertorio angusto, che andava da« Severini lo scrittore appartato» a «Severini il provinciale». Fino ad arrivare ad una più articolata locuzione che, se inizialmente, poteva apparire come un complimento, letta con un minimo di attenzione, rimandava alla tonalità acre del dileggio, e pure beffardo: «Severini lo scrittore più sottovalutato d’Italia». Quando poi, a cena, «lo scrittore più sottovalutato d’Italia» si metteva a snocciolare questa sequela di aggettivi (l’appartato, l’umbratile, il provinciale, il solitario…), riesumati puntualmente dalle pagine culturali ogni volta che usciva un suo libro, era impossibile non ridere davanti al modo con cui sillabava enfaticamente quegli aggettivi sciocchi, con meticolosa pignoleria.  

 

 Curiosamente, gli autori che prediligeva erano però cultori non di quel Less su cui era religiosamente improntata la sua scrittura, ma semmai del More, perché su di esso, sulla dismisura e sull’eccesso, ai limiti del manierismo, avevano edificato la loro fama. Proust certo in primis, ma ‘la passion predominante’ di GS era tutta per Alberto Arbasino. Per tutta l’opera omnia di questo  grande lombardo, «nato a Voghera e poi rinato a Roma», con una particolare predilezione ai limiti dell’ossessione per Fratelli d’Italia. Questo romanzone larger than life era davvero il suo libro della vita. Lo rileggeva in continuazione, tanto da citarne, a memoria, lunghi passi per intero. Una passione coltivata fino agli ultimi  tempi, come uno  scoliaste infaticabile, capace di parlare per delle ore delle differenze, anche le più ineziali, fra le diverse edizioni  del capolavoro arbasiniano. Ma più ancora erano le storie, gli aneddoti, i racconti sulla vita glamour di Arbasino che GS conosceva a menadito e narrava, con una gioia irrefrenabile, come capita a chi si eccita e si diverte per le prodezze di un invidiato ed ammirato fratello maggiore.  

 

Sempre inappuntabile l’eleganza di GS. Come la pratica, perseguita con accanimento luterano, delle buone maniere. In tanti anni di frequentazione, per esempio, non abbiamo mai abbandonato la grata consuetudine del ‘Lei’ reciproco. 

Prediligeva le giacche di ottimo taglio sartoriale, che d’inverno abbinava a comodi dolcevita, sostituiti, con l’avvento della bella stagione, da cachemire girocollo oppure con scollo a V accompagnati, ton sur ton, da camicie di gran pregio, spesso con la civettuola sigla GS, ed  impreziosite talvolta dalla presenza di uno sbarazzino foulard di seta. Ai complimenti rispondeva con la sua ironia sottile, sempre accompagnata da abbondanti dosi di understatement: « Il foulard stasera è necessario per difendersi da questa brezza assassina. Il fatto è che non appartengo alla tribù dei nativi digitali, ma piuttosto a quella degli analogici. E pure morenti, purtroppo ».  

A differenza della quasi totalità  dei suoi coetanei, lui non teneva il volto perennemente rivolto all’indietro per riesumare, con struggimenti nostalgici, la presunta Grande Bellezza dei tempi passati. Una Grande Bellezza che, probabilmente, non era mai esistita davvero e che era solo il miraggio ingannevole di chi ripensa alla propria giovinezza irrimediabilmente passata, densa di grandi speranze mai realizzate. « In fondo, il passato è qualcosa che conosco già. Di cui, tra l’altro, ho nozioni vaghe ed imprecise, sempre mutevoli, perché dalla memoria, come Lei sa, occorre diffidare. Molto più interessante è ciò che sarà, che non conosco affatto e che, purtroppo, non farò neppure in tempo a vedere». Lo spettacolo di questa specie di eterno ‘teatro sempre aperto’ che è la vita, dove higbrow e lowbrow si confondevano con naturalezza, non lo saziava mai. Per cui questo uomo così raffinato e curioso e lucidissimo, spaziava, soltanto per rimanere in ambito musicale, dalla reverenza per la sua immortale Callas a Lucio Dalla, non esulando però anche da incursioni nella  ‘nominabile attualità’  di gruppi quali i Manneskin e i Baustelle: «Li guardi bene quando sono sul palco: Damiano e Bianconi sono le versioni contemporanee di Lord Brummel ».  

  

La paratassi ritmica ed avvolgente delle sue pagine tramava anche la sua comunicazione orale. Parevano uscite lì per lì, senza nessun grande ripensamento, quelle frasi così essenziali e tornite e, a modo loro, perfette, lontane da ogni sospetto di ridondanza o di superfluità, colme di una sapida ironia. Da farti venire voglia di impaginarle subito appena pronunciate, senza editing.  Quella volta, per esempio, che, appena salito in auto, riferendosi alle avverse condizioni atmosferiche che avevano trasformato repentinamente una luminosa giornata d’aprile in un cupo giorno d’inverno, mi disse: « Sa com’è, no? Aprile, da sempre, è il più novembre dei mesi ». Oppure, sempre a proposito della pioggia e di come la sua benevola presenza eliminasse ogni infausto desiderio di abbandonare il tavolo da lavoro: « Oggi è una bellissima giornata di pioggia. Ottima per lavorare ». Odiava ogni bieco conformismo, soprattutto quando si celava dietro il dogmatismo funesto del  politically correct. Ed anche in questo caso, una sua frase valeva più di cento pensosi editoriali: « Sei frocio? Sono cazzi tuoi. In tutti i sensi ». Amava  rovesciare i luoghi comuni, fossilizzati in espressioni talmente abusate da essere ormai totalmente svuotate di un qualsiasi senso possibile.  

 Per esempio diceva che una delle grandi sciagure della contemporaneità non era tanto nella ‘ banalità del male’ quanto nella ‘malvagità del banale’. O quando, temendo di essere preso troppo sul serio, mi ammoniva garbatamente rispolverando il  motto con il quale Lacan avvertiva i suoi studenti: ‘Fate come me. Non seguitemi’. Oppure, suggeriva di imitare, ogni qualvolta  se ne presentasse l’occasione, il saggio comportamento di un personaggio proustiano  che, per rifiutare cortesemente occasioni mondane poco appetibili, inviava telegrammi così confezionati: « Impossibilitato venire Stop Segue bugia Stop ».  

 

Nell’ultima telefonata, una decina di giorni fa, ci siamo messi a parlare di libri, ovviamente. Lui stava leggendo La montagna incantata e diceva che se la portava a letto, con il Kindle. Io, attingendo alla più banale delle banalità, gli raccontavo come mi fossi arenato più volte, durante la lettura, davanti al conflitto dialettico fra Naphta e Settembrini. Aveva risposto dicendomi che era proprio quella che, adesso, in questa ennesima rilettura, preferiva di più. Aveva poi chiuso la telefonata, con una clausola che aveva usato tante altre volte, quando lo accompagnavo a casa, a fine pranzo o cena: «Mi dispiacerebbe andarmene proprio adesso. Sono ancora così curioso del mondo».  

1 thought on “Vocali/13. Per Gilberto Severini

  1. Sottovalutato, sì; appartato, anche. Ma anche un grandissimo artista, uno dei più credibili narratori italiani emersi dal diluvio degli anni Ottanta. Mancherai a tutti i tuoi affezionati lettori, caro gs.

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