di Linnio Accorroni

 

Vocali, rubrica a cura di Linnio Accorroni

 

Caro M.,

 

credo che questo ultimo Un film fatto per Bene di Franco Maresco, genio palermitano riottoso ed irriducibile, indisponibile a qualsiasi forma di compromesso estetico, morale e commerciale, reiteri, sia pur stravolgendolo, quel glorioso archetipo della storia del cinema, incentrato sul modello del film che narra l’impossibilità di fare un film. Come già accaduto in Effetto notte, come in Otto e mezzo, come nella più bella e nella più fraintesa fra le pellicole woodyalleniane: Stardust memories. Questo suo ossimorico Un film fatto per Bene è dunque, in realtà, un film-non film, che però contiene, dentro di sé, anche tanti altri film. Un film-non film meravigliosamente smandrappato, inconcludente, fallimentare, demenziale, incongruo, scucito, incompleto, perfetto, folle, avvincente, comicissimo. Due personaggi – Francesco Puma e San Giuseppe da Copertino – un’ accoppiata vincente e folle, anch’essa – si stagliano e rifulgono di luce propria fra i tanti che si susseguono in questa delirante vorticosa giostra impazzita di persone caratteri maschere: l’autista che prega ininterrottamente, il produttore Occhipinti che litiga con il regista Maresco, Maresco stesso che mette a nudo cuore, corpo e psiche esposte, senza nulla nascondere, nella loro impietosa devastazione, il suo sodale di sempre Umberto Cantone che lo insegue disperatamente per tutta l’ora e mezza che dura questo film-non film, i falsi Carmelo Bene che grottescamente ne scimmiottano tic e birignao, senza neppure sfiorare l’inimitabile grandezza del Maestro di Campi Salentina… Ritratti tutti con uno sguardo feroce che non contempla nessuna forma di pietas. E sono proprio loro, Francesco Puma e  San Giuseppe da Copertino, a riconoscere, fino in fondo, sia l’orrore inesauribile del mondo in cui viviamo (« cerco di dare forma alla rabbia e all’orrore che provo per questo mondo di merda » enuncia Maresco nel film-non film con la sua cavernosa voce fuori-campo, una voce familiare perché i degradati protagonisti della sua Cinico TV apparivano su Blob, nell’ora in cui la famiglia cenava illuminata dallo schermo televisivo) sia di contemplare l’ipotesi, del tutto volatile e campata per aria (per l’appunto), di una salvifica liberazione dall’incubo scatologico che ci opprime, attraverso una immaginifica sacra levitazione. Ipotesi questa che dura lo spazio brevissimo di poche folgoranti inquadrature: giusto il tempo di vedere San Giuseppe appeso per aria, grazie ad un maldestro congegno meccanico-artigianale, prima di precipitare disastrosamente al suolo. Se Calvino, in quel plurimenzionato e consolatorio passaggio de Le città invisibili diceva che bisogna saper distinguere nell’inferno dei viventi ciò che « in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio», in questo film sembra che ormai non ci sia scampo alcuno: soffocati dalla merda della contemporaneità, la sofisticata operazione di distinguo calviniana sia del tutto impraticabile. L’abiezione ed il degrado irreversibile di questo sistema-mondo sono incarnati dal critico cinematografico ed aspirante attore Francesco Puma: è personaggio reale (uno di quelli che ti fa pensare a quanta verità risieda in quell’inveterato luogo comune, secondo il quale la Realtà supera spesso di gran lunga anche la più delirante delle Fantasie) che, per circostanze del tutto italiote, è, da tempo, assurto ai nefasti fasti della tv nazionale. È infatti il Puma soprascritto uno dei critici di punta in quella specie di involontario Hellzapoppin nazional-popolare che è Cinematografo, storico programma televisivo, condotto da anni dal più Homais dei nostri conduttori televisivi, e cioè Gigi Marzullo. Maresco, nel film, si interroga su questo mistero del tutto profano: come può uno che sarebbe più adatto a vendere pop-corn e coca cola condurre invece una trasmissione Tv, apoteosi del Kitsch, in onda sulla prima rete nazionale, e quindi pagata con i soldi dei contribuenti? Ma Puma non si accontenta di esercitare il ruolo di critico cinematografico chez Marzullo; il suo desiderio più grande, come confessa candidamente sul suo Instagram, «è quello di poter proseguire l’impervia strada della recitazione…». E Maresco allora l’accontenta: titillando l’ego sconfinato di questo personaggio degno di un vaudeville dostoewskiano (cfr. La prima parte de I demoni), lo coinvolge in questo suo film-non film, sottoponendolo a provini che hanno il sapore di compiaciute, meditate, crudeli sessioni di tortura. Una vittima predestinata. Questa esibizione di sadica ferocia mareschiana culmina in una concitata sequenza dal ritmo busterkeatoniano quando il Puma, declamando aforismi beniani, corre attorno al cast, sotto l’effigie televisiva di quel CB da cui tutto ha origine, a partire dal titolo di questo film-non film.

 

L’altro personaggio che si staglia, anzi che levita (meglio: vorrebbe levitare) su tutto e tutti in questo piccolo grande capolavoro mareschiano, è San Giuseppe Desa da Copertino. Anche qui, in adesione alla tradizione agiografica, appare come santo illetterato ed idiota, ha un asino che si chiama – ça va sans dire – Carmelo, si esprime in un bizzarro febbrile incomprensibile grammelot siculo, inframmezzato da stranianti cronache calcistiche che riproducono le voci più note della radiofonia footbalistica: Ameri, Ciotti, Pizzul… Catastroficamente (ma tutto il film è un Inno al fallimento ed alla rovina), l’unica volta in cui questo santo riesce a volare il complicato congegno meccanico che lo teneva sospeso per aria, crolla fragorosamente al suolo. E con lui anche Frate Asino. Indimenticabile anche la sequenza che cita esplicitamente uno dei momenti più famosi della storia del cinema: quello immaginata dal Bergman de Il settimo sigillo, quando il Cavaliere della triste figura gioca a scacchi con la Morte. Maresco, con intuizione felicissima, affida a Antonio Rezza il ruolo della Morte che sfida l’ignorantissimo San Giuseppe alla tenzone scacchistica. Il santo rimane assorto davanti alla scacchiera: ma non è cogitazione da collaudato maestro di scacchi, indeciso sull’efficacia di questa o quella mossa. Tant’è che quando la Morte-Rezza gli pone la decisiva domanda: « Ma Peppino… te sai giocà a scacchi?» il santo che vola, o meglio che dovrebbe volare, risponde candidamente: « No ». Ma San Giuseppe Desa da Copertino, anche se in questo film- non film rimane disperatamente a terra, magari accontentandosi di ballare con Pulcinella attorno ad un fuoco acceso sulle colline attorno Palermo, resta il più affascinante dei santi: inetto e maldestro, inviso alle autorità ecclesiastiche perché le sue estasi e levitazioni rischiavano di creare fenomeni idolatrici, capace di volare perché si dimenticava di pesare, o perché un piccolo affresco della Madonna lo rendeva leggero, piccolo uomo che si ritrova appeso al ramo di un albero o in equilibrio precario sul cornicione di una chiesa, che si vergogna perché, senza che fosse mosso dalla sua volontà, aveva dato spettacolo di sé. Poteva accadere anche che a volte, quando si alzava in volo, qualche sfortunato seguace, affamato di miracoli, si aggrappasse al suo saio per poi perdere la presa e cadere rovinosamente in terra, dopo un bel volo. Ma « bisogna pur tagliare lo filo » ripeteva, ghignando, proprio CB che su San Giuseppe aveva anche scritto una sceneggiatura, nel 1970, intitolata A bocca aperta (era così che restava il Santo di Copertino, dicevano i suoi compagni, poco prima di essere vittima delle estasi e delle levitazioni).  Una sceneggiatura questa di Carmelo Bene che non divenne mai film. Il costo sarebbe stato proibitivo: secondo il progetto di CB, infatti, le sale si sarebbero dovute dotare di due schermi. Nel secondo, posto più in alto, si sarebbero dovuti riprodurre i voli del santo. Forse è pure per questo che, all’uscita del cinema, dopo aver riso e gioito per questo Un film fatto per Bene, ci siamo messi tutti a guardare sù in alto il cielo pieno di stelle, sperando magari di scorgere da qualche parte la sagoma di Frate Asino.

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