di Linnio Accorroni
Vocali, rubrica a cura di Linnio Accorroni
Caro M.,
Così anche noi abbiamo avuto i nostri Maledetti, a distanza di quasi un secolo da quelli francesi, beninteso e con modalità esistenziali ed artistiche del tutto differenti dai loro antesignani d’oltralpe: i nostri erano essenzialmente artisti visivi (nel senso più vasto ed omnicomprensivo del termine), mentre là, in Francia, i Maudits erano poeti e letterati; qui la città-ombelico, ovviamente un po’ madre, ma soprattutto puttana, era Roma e là invece Parigi; qui i nostri Maledetti – e cioè Franco Angeli (1935-1998), Tano Festa (1938-1988), Mario Schifano (1934-1998) e Francesco Lo Savio, fratellastro di Tano Festa, nato nel 1935 e morto suicida a Marsiglia nel 1963- si strafacevano di cocaina alcool eroina anfetamine peyote, mentre là, nella Ville Lumiére, ci si limitava a fumare hascisc e a bere assenzio. Certo è che essi, i nostri Maledetti erano l’incarnazione della più pura e autodistruttiva dépense batailliana, travolti dall’eccesso di troppe Feste Galanti ( Fêtes Galantes è il titolo della raccolta che Paul Verlaine pubblicò nel 1869), dai ricoveri dolorosi e forzati in ospedali e prigioni (Mes Hôpitaux e Mes Prisons, sempre Verlaine), dalla parabola vertiginosa di brevi esistenze, incandescenti ed oltraggiose quanto può esserlo una Stagione all’inferno (Une saison à l’enfer di Arthur Rimbaud è del 1873). Di loro si occupa, con un libro sapientemente costruito in ante ed intarsi che si corrispondono e si richiamano, sostenuto da una prosa densa ed avvolgente, Andrea Pomella in questo suo Vite nell’oro e nel blu, uscito per Einaudi nel 2025. Nella Nota finale, che pecca forse di un eccesso di didascalismo, l’autore, quasi a raffreddare la temperatura febbricitante delle pagine che la precedono, spiega che il libro che abbiamo appena terminato di leggere non è classificabile con quel sintagma ricorrente e spesso maldestramente usato nel disclaimer di tanti libri o film, quello della stucchevole ‘una storia vera’, per il semplice fatto che « tutte le storie contenute nei libri sono vere nel momento in cui le leggiamo, ma false comunque rispetto alla realtà da cui derivano ». Pomella preferisce parlare di ‘romanzo biografico’ -e non di una ‘biografia’ tout court– perché « narrare è un atto che implica il presupposto dell’invenzione ». E grazie a questa postura affabulante, dove invenzione e dato di realtà continuamente si alternano, l’autore mette in suggestiva collisione, tra andirivieni cronologici e geografici, le vite di questi quattro ‘maestri del dolore’, come li aveva definiti un noto gallerista romano che, storpiando il titolo di una nota collana di monografie d’artista, aveva colto, con questo riuscito witz, il nucleo più oscuro e centrale che accomuna l’esperienza di artisti, per certi aspetti, incomparabili. Qua e là nel libro, quasi per smorzare la gravitas che incombe su queste esistenze virate in un blu che smargina spesso nel nero, affiorano sorprendenti squarci liricheggianti, non esenti però da un sospetto di eccessivo patetismo: « l’erbaccia carica di un odore così sfacciato ed indecente », « la notte è bella, tiepida, con una luna matronale », « la città ora gli sembra una giovane signora sbronza che alla luce del mattino non appare più nemmeno tanto giovane » « è una giornata calda, con un cielo così smagliante da far credere che la fine dell’estate sia solo una frode ordita dal calendario ». Piccoli difetti, invero, perché questo ‘romanzo biografico’ -Pomella dixit- funziona e si lascia leggere con piacere fino alla fine. Come accade ai protagonisti de Il giardino dei ciliegi che appaiono tutti nel primo atto, anche in questo Vite nell’oro e nel blu vediamo entrare in scena i personaggi principali -Angeli, Festa, Schifano- già nell’ouverture del libro; da questo momento iniziale, occupa ogni spazio narrativo il loro vitalismo prepotente, il loro sulfureo estro artistico e la loro fragilità psico-esistenziale, fino allo struggente in exitu finale. Ma oltre a loro, ci sono, illuminati da bagliori intermittenti e folgoranti o dispiegati in aperture più composite e distese, molte delle celebrità che hanno popolato la caleidoscopica scena romana ed internazionale degli anni ’60 e ’70 ed ’80. Amici nemici conoscenti amanti fidanzati fidanzate sposi familiari matti tossici galleristi puttane sovversivi aristocratici: tutti riuniti in questo giostra permanente dello scialo, del divertimento, dell’invenzione creativa, del lusso e della mondanità, della cialtroneria e della mistificazione, della catastrofe e della dissipazione. Giusto qualche nome, tanto per gradire: da Sandro Penna ad Ungaretti, da Leo Castelli a Mario Praz, da Goffredo Parise a Mick Jagger, da Marianne Faithfull a Moravia, da Mimmo Rotella a Marina Lante della Rovere, poi Marina Ripa di Meana, da Pasolini a Patty Pravo, da Marella Agnelli a Andy Warhol,… Volendo poi, il lettore curioso, dopo aver preso nota dei luoghi che campeggiano in epigrafe nel laconico cronotopo che apre ogni singolo capitolo, potrebbe compilare un baedeker, assai affollato quanto eterogeneo, dei luoghi frequentati da questa romano-centrica e cosmopolita Banda dei Quattro: dal Bar Rosati al Chelsea Hotel, da Spoleto alla Sardegna, da Fregene a Marsiglia, dal Vietnam a Venezia, etc…
Passando al titolo del libro di Pomella, si può dire che esso rimanda, con il trasparente simbolismo cromatico, al tragitto di questa parabola esistenziale e creativa che accomuna questi artisti, segnati come sono dallo stigma di di un destino, prima sfolgorante e luminoso, poi sacrificale e doloroso. L’ora d’oro è appunto quella luce ‘morbida e diffusa’ che riempie di inusitata grazia Roma, quando la luce crepuscolare dell’ultimo sole si scioglie nelle tinte dei palazzi e dei tetti, del travertino e dei laterizi, dando la sensazione che essi magicamente acquistino una consistenza di velluto. L’incanto però dura pochissimo, perché inesorabile arriva l’ora blu, quella che preannuncia l’imminenza del buio e della notte. E così è stata la folgorante breve vita, prima felice e poi infelicissima, di questa costellazione bizzarra di queste quattro Stelle: Stelle era anche il nome del gruppo musicale, inventato da Mario Schifano. Quattro come quattro sono quelle virtù cardinali (prudenza giustizia fede temperanza) di cui essi, per concupiscenza di vita e di arte, di fama e d’oblio, di brama di possesso e di nichilismo autodistruttivo, costituivano la più clamorosa delle smentite. Ognuno di loro alle prese con il daimon personale che li assediava, con la peculiare nevrosi che li possedeva, che veniva parzialmente tacitata con droghe soldi auto fama donne viaggi ed alcool: la sociopatia di Schifano che mal si coniuga con la sua pulsione narcisistica di essere sempre al centro della scena, Angeli con traumi infantili dai quali non si è mai riscattato, Festa, forse il più geniale dei tre, ma che non è riuscito mai, a contrario degli altri due, tranne per un brevissimo periodo, a godersi il successo perché destinato a vivere sempre nel blu. E credo che ciò che Pomella scrive per Schifano valga un po’ per tutti: « Nello scialo totale, nel furente desiderio di elargizione, c’è forse ancora un bisogno narcisistico, l’incommensurabile fame d’amore che da sempre lo divora ».
Ma questo, in fondo, è proprio ciò che ci racconta Raymond Carver in quella poesia intitolata Late fragment che appare anche in quel film, riuscito a metà, che è Birdman di Alejandro González Iñárritu.
“And did you get what / you wanted from this life, even so? / I did. / And what did you want? / To call myself beloved, to feel myself / beloved on the earth.”
(E hai ottenuto quello che / volevi da questa vita, nonostante tutto? / Sì. / E cos’è che volevi? / Potermi dire amato, sentirmi / amato sulla terra.).