di Stefano Zangrando

 

I

 

Il 20 luglio 2001 a Genova io non c’ero. Non ricordo neppure dove fossi in quei giorni, forse ero a Berlino o, se non ero lì, sognavo di esser lì o mi organizzavo per tornarci al più presto. Nove mesi prima ero arrivato per la prima volta nella capitale tedesca e ci avevo passato mezzo autunno e quasi tutto l’inverno: un soggiorno che mi aveva mutato a fondo. Per me non c’è un prima e dopo Genova: c’è un prima e dopo Berlino. E dopo quel soggiorno il mio pensiero dominante e addirittura ossessivo per molto tempo fu questo: ritornare a Berlino, essere a Berlino. Probabilmente lo pensavo anche l’11 settembre, in piedi davanti alla tivù a casa dei miei genitori a Bolzano. Ero rimasto senza appartamento a Trento, dove mi ero laureato l’anno prima, ma ero ancora in contatto con il mio relatore e maestro, allievo a sua volta di Milan Kundera, sui cui saggi si era formato il mio amore per «l’arte del romanzo». Fu a lui che telefonai, voglio dire al mio relatore, nel suo studio all’università, mentre assistevo al crollo delle torri in tivù: “Sto vedendo una cosa da non credere…”, balbettai nel mio Motorola pieghevole, questo lo ricordo. Ma su dov’ero il 20 luglio, nebbia.

 

All’epoca avevo pochi anni in meno dei protagonisti di Solo vera è l’estate, il romanzo più recente di Francesco Pecoraro (Ponte alle Grazie, 2023). Non ero solo un po’ più giovane di Enzo, Giacomo e Filippo, detti GEF – «un cluster amicale» l’ha definito Pecoraro in un’intervista –, ero anche più ingenuo e insipiente: non ero cresciuto a Roma, dove si viene su scafati e amorali, e non avevo frequentato un liceo di prestigio e politicizzante come il Mamiani, bensì un istituto tecnico situato in una via di Bolzano dedicata al generale Cadorna. L’influenza politica dei miei anni di scuola-media-inferiore-e-superiore è riassumibile in un precetto: una volta maggiorenne, vota MSI per difendere gli “italiani” contro i “tedeschi”. Cosa che feci, se non ricordo male, alle regionali dell’autunno 1993, nonostante sapessi il tedesco e i miei genitori avessero amicizie sudtirolesi. All’epoca ero un carabiniere di leva. La scuola per allievi l’avevo fatta a Fossano, allora noto come «il paese di Paola Barale», poi ero stato mandato al battaglione di Laives, da dove pendolavo quotidianamente verso gli uffici regionali di Bolzano – con alcune eccezioni sensibili: due servizi d’ordine allo stadio, fra cui un Vicenza-Milan dove sentii sibilare monete a pochi centimetri dalla mia testa, e un mese in missione a Genova per via dei disordini fra immigrati e residenti: pattugliavo i carruggi assieme ai militari in carriera e dormivo in un vecchio hotel a quattro stelle vicino alla stazione Brignole. Il mio compagno di camera, nonché di letto, era effemminato e aveva l’erre blesa, ma non successe nulla, anzi: mi stava antipatico, forse ero anche un po’ omofobo. Nell’ufficio di Bolzano, invece, lavoravo con un maresciallo ex-dongiovanni devoto alla Madonna e due appuntati, uno dei quali insinuava che, per l’impressione che gli davo, non potevo essere di destra come invece mi dichiaravo. A settembre mi iscrissi a Sociologia a Trento, in marzo fui congedato e poco dopo, mentre Berlusconi formava il suo primo governo (forse feci ancora in tempo a votare Alleanza Nazionale, ma non ci giurerei), mi colse per la prima volta un’allergia ai pollini che mi accompagna ancora oggi. Studiavo il Giddens, Schizzerotto, leggevo «il manifesto» e «L’Unità», soffiavo invano fra i turbinati ipertrofici, inspiravo Ventolin e non riuscivo a credere all’entità dell’inculata pseudo-ideologica che mi ero preso crescendo in una certa Bolzano italiana e di periferia. Rifiutai tutto quel che ero stato nei vent’anni precedenti, mi arresi alle difficoltà della matematica e l’anno dopo, capelli lunghi e desert boots, mi trasferii a Lettere.

 

II

 

Se il 20 luglio di sei anni dopo non ero (di nuovo) a Genova, non fu soltanto perché ero a Berlino o brigavo per ritornare lì, nella metropoli dov’era potuta fiorire la parte altra, fino a quel momento rimossa o segregata, della mia identità bifronte o di frontiera. Fu anche perché il piccolo-borghese analfabeta-politico in me era sopravvissuto al suicidio dei miei primi vent’anni e a un lustro abbondante di studi umanistici. E per quanto quel ventiseienne appena laureato fosse in parte diverso dai trentenni ex-liceali romani di Pecoraro, è in questo che mi vedo simile a loro: nell’aver dato la precedenza alla mia vita e al mio piacere.

 

C’è il morto a Genova, partiamo da lì. Ma intanto andiamo ad Anzio a mangiare da Orazio. Tutto è orribile e tutto è bellissimo. […] Il dolore è certo, ma adesso è lontano da noi, in questo istante non c’è, dobbiamo tenerlo lontano nell’istante successivo e così via, fino alla fine. Questo è vivere ed è bellissimo. (p. 52)

 

O ancora:

 

Se vuoi vivere su questo pianeta devi avere l’assenso del capitale. E il capitale, guarda caso, sta ottenendo un consenso globale. Su questo puntano i no-global. Se pensi che questo sia un discorso fatto alla grossa, hai ragione, ma stamo sulla Nettunense e annamo a magnà er pesce. (p. 80)

 

Il fatto poi, come si sente qui e in continuazione nel romanzo, è che il cluster GEF è de Roma, e laggiù, sul litorale, se magna er pesce, come fanno appunto i tre amici prima di recarsi a una festa a casa della cugina di Giacomo a Lavinio, passare in qualche modo la serata e poi andare a dormire ad Anzio, nell’appartamento dei genitori di Enzo, lì dove alla fine, reduce da una sortita a Genova nel giorno in cui viene ucciso Carlo Giuliani, li raggiungerà Biba, amica di tutti e tre e segretamente amante di ognuno. E tutta questa ambientazione non è per nulla accessoria o interscambiabile: questo è un romanzo su Roma e la romanità tanto quanto lo è sui fatti di Genova, che incorniciano il testo prima di squarciarne la flemma estiva a un terzo dalla fine, ed è un libro di terra, di strade impossibili e luoghi urbanizzati male, tanto quanto lo è di mare. Tutto ciò in un’estate «vera», con tanti saluti da Vittorio Sereni, in quanto sola stagione «che i catto-mediterranei ritengono valga la pena di vivere, eventualmente soffrendo, ma di una sofferenza che è anche piacere»: così il narratore, per nulla imparziale o realisticamente nascosto, su cui torno tra poco.

 

Il senso di Pecoraro per il mare è noto a chi ne ha frequentato il mondo poetico, che è fatto di disegni e fotografie oltre che dei libri precedenti. Ho in mente le isole e i pesci  moribondi che sono apparsi per anni sulla sua bacheca di Facebook, finché ne ha avuta una, e ancora si trovano sul suo profilo Instagram. E trovo che il finale di questo romanzo restituisca bene questa cognizione un po’ preistorica e un po’ neodarwinistica – o forse herzoghiana – del mare-elemento che «è sempre lì. È sempre stato lì», mentre Biba si lascia alle spalle il ventesimo secolo e ogni sua residua velleità ideologica. Meno mi hanno convinto le pagine che lo precedono, dove i monologhi interiori dei protagonisti hanno un che di irrisolto che tradisce la comune matrice di un io autoriale forte, quello stesso che nei libri precedenti aveva prestato la propria visione complessa a un solo protagonista e che qui invece la divide in tre (salvo poi riunificarli nell’acronimo). Di forza indubbia è invece il racconto delle ore a Genova di Biba, una cronaca di guerra con una scena madre da antologia, così come riusciti senza cedimenti mi appaiono i due terzi di romanzo che precedono questo capitolo e sui quali, come sul resto, sono state scritte recensioni molto attente all’uscita del libro – ad esempio qui e qui. Risalendo così la narrazione, d’altra parte, si incontra più spesso il narratore giudicante di cui si è detto, come nel capitolo che narra della festa a Lavinio:

 

[…] ragazze che che da una certa distanza ti sembrano strafiche e cool, lo sono molto meno da vicino. Alcune basta aprano bocca e dicano qualcosa in quel romanesco venato di birignao post-liceale tipico di cerca gente giovane di certi quartieri di Roma, che in un istante fanno crollare ogni possibile costrutto mentale. (p. 97)

 

O poco prima, per strada:

 

Inutile dire la bellezza essenziale di quel paesaggio, che prima fu violata, poi compromessa, infine distrutta da un casettume indistinto, spesso costruito sulla fascia demaniale della costa, ufficialmente intangibile, ma soprattutto nella pineta, nella macchia, nei campi dell’entroterra appositamente, spesso abusivamente, lottizzati [eccetera]. (p. 94)

 

L’intento satirico e un filino bilioso, più gaddiano che flaianesco, mi pare inequivoco. E dunque avanti in questo modo, a ritroso, fino all’incipit che magari non eguaglia i risvolti batteriologici dell’assedio di Costantinopoli nello straordinario capitolo d’apertura de La vita in tempo di pace (2013), per me fra i migliori romanzi italiani degli ultimi trent’anni, ma potrebbe benissimo essere l’attacco di una prosa autoriale tratta da Questa e altre preistorie (Le Lettere, 2008) per il suo taglio saggistico e scientifico:

 

Su questo pianeta la vita di solito sopravvive in quel piccolo intervallo di temperatura dove si colloca l’acqua in forma liquida, tra ebollizione e congelamento. Ma per gli umani l’intervallo di sopravvivenza è più ristretto, pressappoco una cinquantina di grandi centigradi sopra lo zero e una trentina sotto, forse meno, anzi sicuramente meno, mentre il comfort, cioè lo stare bene, ci è concesso solo tra i 15 e i 25 gradi. Sotto i 15 abbiamo freddo, sopra i 25 abbiamo caldo, mentre l’umidità è preferibile sia tra il 45 e il 75%. Perché le cose stiano così non si sa.

Si sa che a luglio dalle nostre parti, quando si installa l’anticiclone delle Azzorre, noi cattolici e mediterranei si rimane dentro una specie di bolla d’alta pressione […]. (p. 9)

 

Qui lo sguardo giudicante, come si vede, è decantato fino a trasparire in filigrana fra i non detti di quel definirsi «noi cattolici e mediterranei», e ancora più sottile nell’ammissione che chiude laconicamente il primo capoverso; ma c’è.

Ora, al di là di una possibile, sciocca obiezione al dato meteorologico – il cambiamento climatico negli ultimi vent’anni non ha forse iniziato a impedire all’anticiclone di stanziarsi così stabilmente sulle nostre estati? –, non sarò certo l’unico cui questo inizio ha ricordato quello de L’uomo senza qualità di Musil, qui nella traduzione di Ada Vigliani per I Meridiani: «Sull’Atlantico gravava un’area di bassa pressione che, muovendosi verso oriente incontro a quella di alta pressione dislocata sulla Russia, non manifestava ancora alcuna tendenza a spostarsi verso nord per scansarla», e così via, snocciolando dati meteo-astrali, fino alla chiusa ironica del capoverso: «ovvero, con un’espressione che, quantunque un po’ fuori moda, caratterizza benissimo questo insieme di fatti: era una bella giornata d’agosto dell’anno 1913».

 

Meno noto è forse che l’incipit di Musil richiama a sua volta quello, o quasi – si tratta infatti del secondo capoverso, dopo il breve proemio – di un prosimetro classico appartenente al genere della satira menippea, che Michail Bachtin annoverava fra gli antenati del romanzo moderno, ovvero l’Apokolocyntosis di Seneca, qui nella traduzione di Rossana Mugellesi per BUR:

 

Già Febo abbreviando il cammino aveva accorciato la luce

al suo sorgere e aumentavano le ore dell’oscuro Sonno,

già Cinzia vittoriosa estendeva il proprio dominio

e il brutto Inverno strappava i graditi ornamenti

del ricco Autunno e, fatto invecchiare Bacco,

il vendemmiatore tardivo coglieva i rari grappoli.

Credo che mi si capirà meglio se dirò: il mese era ottobre, il giorno, il 13 ottobre.

 

Queste due eco intertestuali, tuttavia, possono al massimo istruirci su altrettante affinità d’intenti, quella saggistico-intellettuale e quella satirica, fra il romanzo di Pecoraro e i due classici citati, mentre un’analisi appena più ravvicinata mostrerebbe probabilmente l’estemporaneità di questi stessi riferimenti. Del resto la distanza temporale fra i tre testi, per quanto alluda a un filone che attraversa i secoli, è ciò che permette a quest’ultimo di trascolorare dal mito alla scienza, e nell’uso di questa dal parodico al prestito, o dall’ironico al serio. Pecoraro infatti qui alla scienza si appoggia, non la ingloba nella gnoseologia romanzesca come aveva fatto nel capitolo che apre La vita in tempo di pace, e in questo è ancora solo uno scrittore, non ancora un romanziere.

 

Quest’ultima vena, invece, scaturisce da un aspetto che nessuna recensione fra quelle che ho letto ha evidenziato, mentre in molti hanno voluto valorizzare l’elemento opposto, cioè la cornice storica: lo spartiacque del G8 di Genova. Ma Pecoraro, che dopo l’incipit meteo-climatico si sofferma sul giorno «fatale e ormai perso nel tempo e tuttavia dopo tanti anni ancora […] storicamente operativo» del 20 luglio 2001, quindi sul governo Berlusconi II e sulla violenza di Stato, al «puro scopo di evocare un clima», e che pure chiude il libro con un brano di referto autoptico-balistico sul colpo di pistola che ha ammazzato Carlo Giuliani, per quasi duecento pagine racconta di personaggi che alla “Storia” non partecipano – se non da osservatori come Biba, «immobile, attonita, impossibilitata a muoversi dalla propria stessa paura, ma anche dall’interesse inaspettato che prova per quella che seguita a considerare una scena ben distinta da sé»; e il cui approdo è un grumo di pensieri insolubile:

 

Sei sei andata al liceo sei sensibile a certi temi, a certi richiami, riesci a udire lunghezze d’onda che gli altri non percepiscono, ma non puoi esserci davvero, sei nel privilegio di classe, niente di molto vantaggioso, ma pur sempre privilegio, e lì resti per tutta la vita, o almeno per quanto mi riguarda io voglio restarci, queste sono cazzate che non farò più, non andrò più a vedere morire ragazzi in piazza, non voglio provare più la sensazione di prima, quando vedevo aprirsi le teste di persone acciambellate in terra sotto le manganellate e provavo qualcosa… Qualcosa di simile a un piacere, una cosa quasi sessuale… Infliggere dolore, subire dolore… Non lo dirò a nessuno. Finisce qui ogni cosa, ogni gioco di prima, ogni scherzo, gli scherzi sono finiti, c’è da mettere a frutto l’essere vivi, fare qualcosa, non rubare, aiutare se possibile, anche soltanto non rubando, il resto sono cazzate. Niente di ciò che sta accadendo a livello globale può essere fermato, faranno quello che c’è da fare per aumentare i loro profitti… Come hanno sempre fatto, come faranno sempre. (pp. 157-58)

 

Ecco, quest’aporia trans-storica di Biba, quasi il negativo della questione privata che porta Milton a mescolare affetti personali e resistenza fino a morirne (Fenoglio è un autore che Pecoraro ha letto con passione), questo corto circuito che induce Biba a lasciare il campo di battaglia a me ricorda ciò che ha sempre fatto l’arte del racconto per poter sussistere: ritrarsi in disparte, sul bordo degli eventi, come quell’allegra brigata che in pieno Trecento sfuggì alla peste e si ritirò in campagna a raccontarsi storie, dando avvio alla tradizione moderna del romanzo, quella che Kundera ha esplorato e divulgato nei suoi saggi. Da questo punto di vista, non saprei distinguere la noncuranza vagamente nichilista del cluster GEF dall’inclinazione di un futuro romanziere: «Tenersi al margine, partecipare, almeno una volta, ma poi limitarsi ad esserci e a osservare per un po’. Andarci, ma andare via prima della fine. Credere in tutto e in niente, fin da ragazzi».

 

III

 

Ho alluso, forse impropriamente, all’autore Pecoraro, a ciò che Pecoraro è diventato a sessant’anni, ma sto anche provando a giustificare il lungo cappello personale a questa breve e parziale riflessione intorno al suo testo. Non mi accade spesso che un romanzo pungoli tanto la mia storia privata quanto la mia curiosità critica, e adottare tanta prima persona, e tutti questi possessivi, è imbarazzante e forse privo di stile. Ma qualcosa andava detto, perché Solo vera è l’estate inquadra il momento storico in cui la mia generazione ha iniziato a diventare ciò che è oggi. E non importa se prima di diventarlo si era più o meno ingenui, più o meno ideologizzati: dopo non lo si è più. Si incarna ormai solo la contraddizione di nutrire ed essere nutriti dallo stesso sistema che si detesta, ma solo in parte, perché concede anche momenti di euforia: «Questo è vivere ed è bellissimo».

 

Una decina d’anni fa, quando ancora bazzicavo l’università a Trento, ma da cognitario, invitammo Pecoraro a un incontro per discutere de La vita in tempo di pace e della sua poetica – per quanto dubitasse di averne una, legato com’era alla sua formazione tecnica. Qualche anno dopo ricambiai la visita e andai a Roma su suo invito per assistere a un seminario a villa Sacchetti, in casa Laterza, dove Gianluigi Simonetti e Walter Siti avviarono una discussione sulla «letteratura circostante». In quel consesso mi sentii più estraneo che in qualsiasi situazione del genere avessi vissuto a Berlino, ma accusai meno il gap di provincialità, forse per via della lingua. Il giorno successivo Pecoraro mi guidò per le strade del centro indicandomi i palazzi e altre cose come avrebbe fatto Enzo e discettando come avrebbe fatto Giacomo, mentre al Filippo in lui potrei soltanto attribuire un breve ma deciso apprezzamento nei confronti di una collega che evocammo a un certo punto. In più c’era però la saggezza incerta e delusa dell’ultra-sessantenne, quella che dà forza e spessore alle sue voci narranti più mature. Fu con lui, come con uno zio o un maestro, che parlammo anche del mio passato non ortodosso, della mia formazione accidentata e delle mie, di energie erotiche, che allora attraversavano una vivace crisi di mezza età. Da allora non l’ho più incontrato, mentre i primi vent’anni che a ventuno avevo rinnegato si sono integrati alla meno peggio nei cinquanta, l’età in cui ho letto Solo vera è l’estate, dove quella sua saggezza si è diluita in tre voci di figli, o se si preferisce nipoti – di zio, s’intende. Non rimpiango di aver mancato Genova come loro, nel luglio 2001, sarebbe come rimproverarsi di non essere stati se stessi. Avevo un parente indiretto che ci era andato con un’associazione pacifista trentina, all’epoca aveva gli anni che ho io oggi, ma è morto qualche anno fa.

 

[Immagine: Genova 2001].

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