di Giacomo Corsi
Fondato all’inizio del secolo sull’onda del grande sforzo di preparazione della città per i giochi olimpici del 2004, Il Museo Nazionale di Arte Contemporanea di Atene (o ΕΜΣΤ) potrebbe postdatare la sua nascita al 2020, quando, al termine di un lungo lavoro di restauro, gli spazi interni sono stati riconvertiti in modo da essere più adatti alla nuova funzione dell’edificio, un tempo sede del birrificio Fix (da Fuchs, il nome dalla famiglia bavarese che si trasferì ad Atene nei primi decenni di indipendenza dall’Impero Ottomano e ancora oggi uno dei marchi di birra più popolari in Grecia).
Per la verità non sono stati fatti veri tentativi per modificare l’aspetto esterno dell’ex-fabbrica: l’ ΕΜΣΤ si presenta sempre come un parallelepipedo ingombrante piantato nel mezzo del viale Andrea Syngrou, una delle grandi arterie del traffico ateniese, che, nel costeggiare il fianco sudorientale dell’Acropoli, costituisce il principale asse di comunicazione dal centro fino alla riviera sul Golfo Saronico. Dalla terrazza del museo è possibile gettare un’occhiata panoramica verso il Partenone in posizione eminente da una parte e il mare in lontananza dall’altra. Non è difficile intuire che il progetto e l’ubicazione dell’ΕΜΣΤ, oltre che dettati dal desiderio esplicito di dotare Atene di un’istituzione di arte contemporanea capace di ospitare collezioni e esposizioni di calibro internazionale, testimonino pure la volontà di intercettare almeno una percentuale del flusso di turisti perlopiù restii ad allontanarsi dalle aree non archeologiche della capitale greca. In questo senso, nella scelta delle sue esibizioni si percepisce la ricerca di temi che, lontani da logiche esoteriche, non solo si rivolgano a una platea più vasta ma che aspirino ad avere un immediato riscontro.
L’ultima, Why Look at Animals: A Case for the Rights of Non-Human Lives, è probabilmente la mostra più ambiziosa dell’ΕΜΣΤ per durata (inaugurata a maggio, chiuderà i battenti nel febbraio 2026) e vastità: fatta eccezione per una “non-retrospettiva” dedicata a Theodoros Papadimitriou, pioniere nell’adattamento della scultura alle nuove tendenze artistiche concettuali e performative, e per la sezione semipermanente “WOMEN, together”, l’intera disposizione interna dell’ΕΜΣΤ è stata rivoluzionata per ospitare le opere di oltre sessanta artisti che provengono “da quattro continenti”. L’intenzione etico-pratica di Why Look at Animals (diretta citazione dell’omonimo testo di John Berger, ancora oggi una pietra angolare degli Animal Studies) è resa manifesta anche dal dettagliato libretto in inglese offerto a tutti i visitatori, sia in carta che in versione ipertestuale, in cui ogni singolo artista o contributo vengono commentati esaustivamente e che risparmia la necessità di lunghe didascalie esplicative di accompagnamento alle opere. Come suggerisce anche il sottotitolo, la necessità di ripensare i non-umani in quanto esseri senzienti e per questo titolari di propri diritti è impostata in chiave retorica e quindi persuasiva. Nessuna predica ma piuttosto una quaestio (o appunto un case) da proporre con convinzione e qualche astuzia, così da non respingere gli umani non ancora convertiti alla causa.
Il percorso espositivo si apre con le parole dell’artista inglese Sue Coe, “Se gli animali credessero in Dio, il Diavolo assomiglierebbe a un essere umano”, ma questo incipit, insieme con le incisioni su legno della stessa Coe (Auschwitz Begins Whenever Someone Looks at a Slaughterhouse and Thinks: They Are Only Animals), rappresenta più una provocazione per catturare l’attenzione dei distratti che una autentica chiave di lettura antiumanistica dell’intera esposizione. Allo stesso modo, un cartello dell’artista croato Igor Grubić accoglie i visitatori all’entrata del museo con la domanda “gli animali vanno in paradiso?” e Celebrities/Ovine Condition, la serie di stampe digitali di Nabil Boutros, allude alle conseguenze di un’impostazione ontologica, derivata dalle religioni abramitiche, che legittima una definizione gerarchica con l’uomo al vertice del rapporto tra gli esseri viventi. L’imponente acrilico su seta di Emma Talbot al terzo piano pone pesantemente in dubbio il concetto stesso di intelligenza se intesa come discrimine cartesiano tra umano e no, così come Maarten Vanden Eynde, con il suo Homo stupidus stupidus, ha assemblato uno scheletro in argilla in modo da accentuarne l’elemento grottesco. Tuttavia, non c’è grande riluttanza ad ammettere che il processo di formulazione e riconoscimento dei diritti degli animali è condotto principalmente da una specie. Siamo tutti sulla stessa (b)arca, ma all’umano l’onere di costruirla e governarla. Se questo può far sì che Why Look at Animals risulti una delusione per chi propone soluzioni radicali, il fine più circoscritto e la qualità dei singoli contributi ne spiegano il successo complessivo. Il visitatore che si aggira per i piani della mostra è messo faccia a faccia con le conseguenze dell’antropocene, mentre nessuno sconto viene fatto a un modello sociale che, con la globalizzazione degli ultimi decenni, ha riplasmato l’intero pianeta a immagine e somiglianza di un’idea deviata di sviluppo.
Katerina Gregos, direttore artistico dell’ΕΜΣΤ e curatrice di Why Look at Animals, insiste su alcune scelte di principio. Tanto per cominciare, la rinuncia a opere tassidermiche o ad altre messinscena di cadaveri animali. Ad Atene per qualche mese Damien Hirst sarà persona non grata. Sempre di Gregos la raccomandazione di scorrere i locali partendo dagli inferi del piano sotterraneo per poi procedere in salita alle altre sezioni: un itinerario che, partendo dai crimini del passato, prepari a vedere con occhi nuovi pratiche originali di integrazione dell’animalità nella creazione artistica. In contraddizione solo apparente con il divieto autoimposto di esposizioni macabre e manipolatorie della sofferenza animale, nel piano sottoterra selezioni fotografiche testimoniano le grandi cacciagioni compiute in Africa, durante il colonialismo e ben più di recente. Il bracconaggio non è l’unica piaga del rapporto di sfruttamento instaurato dall’uomo con le altre specie, ma oltre alle tecniche di allevamento intensivo, forme industriali di macellazione, sperimentazioni su cavie, a essere messa sul banco degli imputati è una desensibilizzazione diffusa dello sguardo. In Today I am, Tomorrow I’m not, dell’artista visivo Menalaos Karamaghiolis, due video vengono proiettati simultaneamente, a destra un funerale umano, pieno di pathos e rito, mentre a sinistra scorrono scene di mortalità e animali, assai meno sacralizzate: un bassotto si aggira incerto tra le tombe di un pet cemetery, seguito dallo spettacolo orrido di una testuggine (animale molto comune nei parchi pubblici di Atene) che, investita mentre attraversava una strada trafficata, è rimasta con il corpo dilaniato. Ancora respirante, alla fine la tartaruga viene raccolta e messa con cura in un sacco di plastica, si immagina dallo stesso artista. Il punto clou in questa sezione della mostra è però costituito da Sonic Space, curato da Joanna Zielińska. I suoni prodotti da vari animali, ratti che ridono o varie melodie di uccelli, registrati e ritrasmessi cessano di essere versi incomprensibili demolendo l’idea che il linguaggio sia il monopolio di una specie soltanto. A Wittgenstein che si disperava del fatto che un leone, anche se potesse parlare, non verrebbe capito, la risposta di Why Look at Animals è che il leone, e con lui tutti gli altri animali, già parla, mentre è l’umano, e segnatamente l’uomo occidentale, che si ostina o finge di non capire.
Nei piani superiori, come si è detto, si esce dalla pars destruens della mostra e il rapporto presente e potenziale tra umani e animali viene interpretato in modo più sfumato. Formalmente separato dal resto dell’esposizione, We Betrayed the Horses di Janis Rafa ricrea gli spazi e spogliatoi di un ippodromo insistendo sul tratto marcatamente fisico del rapporto che si è instaurato tra umani e cavalli, con tutta probabilità la specie che nel corso dei millenni ha subito il principale numero di modificazioni esplicitamente mirate a farne un uso di guerra o lavoro.
In realtà, sempre in linea con l’intento politico e pratico di Why Look at Animals, una considerazione più generale è che l’argomento sia stato implicitamente igienizzato. Gli animali del titolo finiscono sempre o quasi con l’appartenere a specie che sollecitano reazioni “empatiche”, o perché domesticate, o perché associate con un selvaggio esotico che non può imbarazzare più di tanto un abitante medio di una città occidentale, mentre gli insetti in mostra sono quelli che impollinano e contribuiscono al ciclo vitale. D’altra parte, scegliendo di consacrare la principale istituzione di arte contemporanea di Atene ai diritti degli animali, un tema sul quale difficilmente un visitatore non si sia già fatto in partenza un’idea, c’era il rischio che Why Look at Animals innalzasse ancora di più lo steccato tra antispecisti e realisti o rassegnati, ma questo non avviene, semmai il contrario. Tutto sommato, un risultato non acquisito in partenza.